Emergemmo da un chiusino di ispezione situato in un piccolo vicolo secondario, a due blocchi di distanza dalla sede centrale della banca. La pioggia batteva forte sui tetti e sull'asfalto, lavando via la fuliggine e la polvere dai nostri abiti, ma la sensazione di essere braccati non mi abbandonava.
Valenti fermò un'auto di servizio dei Carabinieri fatta convergere in segreto tramite una chiamata d'emergenza effettuata da un telefono pubblico. Evitò di passare dal Comando Provinciale: non sapevamo ancora fino a che punto le ramificazioni del geometra Rossi e del suo gruppo si spingessero all'interno delle istituzioni locali.
«Ci dirigiamo subito verso la tua proprietà» ordinò Valenti all'agente alla guida, un giovane appuntato che osservava con sconcerto i nostri vestiti strappati e sporchi di fango. «Luci spente e niente sirene. Dobbiamo arrivare prima che la squadra di demolizione di Rossi finisca il lavoro.»
Mentre l'autovettura sfrecciava lungo la strada statale che risaliva la vallata, guardavo il paesaggio sfocato dai tergicristalli. Il profilo delle montagne appariva oscuro e minaccioso sotto le nuvole basse. Tutto ciò che avevo sempre considerato sicuro — la mia casa, il mio giardino, i ricordi della mia famiglia — si era trasformato nel teatro di una guerra d'ombra iniziata prima ancora che io nascessi.
Arrivammo ai margini del paese verso le cinque del pomeriggio. Il cielo era già buio per via del maltempo. Valenti fece fermare l'auto a qualche centinaio di metri dal cancello della mia abitazione, proseguendo a piedi attraverso il bosco per evitare di attirare l'attenzione di eventuali vedette.
Avanzammo tra gli alberi bagnati, facendo attenzione a non calpestare rami secchi. Quando giungemmo in vista del mio giardino, lo spettacolo che ci si parò davanti fu agghiacciante.
Un grosso escavatore cingolato, del tutto privo di targa, era posizionato al centro della proprietà. Il braccio meccanico dotata di pinza idraulica stava frantumando sistematicamente il ceppo rimanente della secolare quercia abbattuta. I ceppi di legno prezioso venivano fatti a pezzi e scagliati senza cura all'interno di un cassone metallico destinato allo smaltimento.
Vicino alla macchinario, al riparo sotto un grande ombrello nero, c'era il dottor Rossi. Indossava un impermeabile elegante e conversava con l'uomo alto dal lungo cappotto nero che la notte precedente si era introdotto in casa mia.
«Stanno distruggendo le radici profonde» sussurrai a Valenti mentre eravamo appostati dietro il tronco di un pino silvestre. «Vogliono sbriciolare tutto prima che la Scientifica torni sul posto.»
«Non agiremo da soli» rispose Valenti tirando fuori una radio portatile ad alta frequenza. «Ho richiesto l'intervento del Reparto Operativo Speciale. Saranno qui tra cinque minuti.»
Ma non avevamo cinque minuti.
La pinza dell'escavatore afferrò la parte centrale del ceppo principale, quella che affondava direttamente nella roccia madre. Con un ruggito del motore diesel e uno stridio di metallo e fibra vegetale spezzata, il blocco di legno secolare venne strappato dal terreno.
Dalla cavità vuota lasciata dalle radici emerse un involucro metallico cilindrico, lungo circa un metro, del tutto simile a un tubo da custodia di mappe d'epoca, protetto da uno spesso strato di cera vergine d'api e piombo.
Il dottor Rossi fece un gesto con la mano, ordinando all'manovratore dell'escavatore di fermarsi. L'uomo dal cappotto nero si sporse sulla fossa e afferrò il cilindro metallico, ripulendolo dalla terra bagnata con il guanto.
«Lo hanno trovato» disse Valenti imprecando. «Se prendono quel tubo e salgono in macchina, non li riprenderemo più.»
Valenti non attendette l'arrivo dei rinforzi. Estrasse la pistola, uscì dalla copertura del bosco e urlò con voce tonante che rimbombò nella radura:
«Alto là! Carabinieri! Mettete le mani sulla testa e non vi muovete!»
L'uomo dal cappotto nero non esitò un solo istante. Si voltò con una rapidità disumana e cominciò a sparare verso la nostra posizione con la pistola silenziata. I proiettili fischiavano tra le foglie degli alberi, tagliando il legno attorno a noi.
Valenti rispose al fuoco con tre colpi ben assestati che costrinsero l'aggressore a ripararsi dietro il cingolo dell'escavatore.
Il dottor Rossi, preso dal panico, abbandonò l'ombrello e cercò di fuggire verso il viale di corsa, tenendo stretto il cilindro metallico contro il petto.
Non pensai alle conseguenze. La rabbia accumulata in quei giorni, l'ingiustizia per la distruzione dell'albero e la profanazione della mia casa esplosero in un istante. Scattai fuori dalla macchia d'alberi e mi lanciai all'inseguimento di Rossi attraverso il fango del giardino.






