Il buio nel caveau era totale, un'oscurità densa e soffocante che sembrava quasi schiacciare i polmoni. Subito dopo il tonfo sordo della chiusura della porta d'acciaio, il ronzio del sistema di ventilazione industriale si interruppe improvvisamente.
«Rimani fermo!» ordinò il Capitano Valenti nell'oscurità. Sentii il rumore della fondina che si apriva e il click metallico della sua pistola d'ordinanza scarrellata.
Valenti accese la piccola torcia integrata nel suo telefono cellulare. Il fascio di luce bianca tagliò la penombra, illuminando i nostri volti tirati dalla tensione e le pareti rivestite di cassette di sicurezza lucide.
Ci precipitammo verso l'ingresso del caveau. La pesante porta blindata con combinazione a disco era completamente serrata. Valenti afferrò la maniglia di bronzo e tentò di girarla con forza, ma i catenacci d'acciaio erano saldamente incastrati nei montanti.
«Brambilla!» urlò il Capitano colpendola parete metallica con il calcio della pistola. «Brambilla, apra immediatamente! È un ordine dell'Arma!»
Nessuna risposta. Il silenzio dall'altra parte della parete era assoluto, spezzato soltanto dal nostro respiro che si faceva via via più frequente.
«Il direttore era d'accordo con loro» disse Valenti imprecando a bassa voce. «Oppure hanno qualcuno all'interno della struttura della banca.»
«Quanto ossigeno abbiamo qui dentro?» chiesi, cercando di domare il panico che rischiava di travolgermi.
«Con la ventilazione spenta e due persone adulte... forse due ore, non di più» rispose Valenti riavvicinandosi al tavolo dove avevamo appoggiato la cassetta metallica. «Non possiamo perdere tempo. Dobbiamo capire cosa c'è in quella micro-cassetta prima che trovino il modo di farci sparire insieme alle prove.»
Valenti estrasse dalla tasca della giacca un piccolo registratore portatile da servizio e v'inserì la cassetta magnetica recuperata dalla cassetta numero 142. Premette il tasto di riproduzione.
Dall'altoparlante uscì un fruscio di fondo molto intenso, seguito dalla voce tremante ma distinta di un uomo:
«Mi chiamo Giorgio Moretti. È il 12 ottobre 1996. Se state ascoltando questo nastro, significa che sono già morto o che non sono stato in grado di fermare ciò che abbiamo iniziato. Trent'anni fa, il gruppo guidato da Silvio e dal geometra Rossi ha iniziato a utilizzare i cantieri delle opere pubbliche della provincia per sotterrare i proventi di attività illecite. La quercia secolare al confine tra la mia proprietà e quella della famiglia... è stata piantata sopra la botola di contenimento primario per segnare il punto esatto di intersezione delle gallerie sotterranee civili utilizzate durante la seconda guerra mondiale.»
La voce nel nastro fece una pausa prolungata, interrotta da colpi di tosse secca.
«Rossi ha modificato i registri catastali per far figurare che la quercia fosse su un terreno privato indiviso, garantendosi così il controllo totale dell'accesso. Ma la vera truffa non riguarda soltanto il denaro del furgone portavalori. Sotto la quercia vi è il registro originale delle proprietà espropriate per la costruzione della diga della valle. L'intero consorzio edilizio si fonda su un falso storico. Se questo registro viene reso pubblico, ogni singola concessione edilizia concessa negli ultimi cinquant'anni cadrà, travolgendo i vertici della politica regionale e le banche che hanno finanziato i progetti.»
Il nastro terminò con un clic secco.
Guardai Valenti. L'intero puzzle stava finalmente assumendo una forma spaventosa e coerente. La lite per l'albero, l'arroganza dell'impostore, i rilievi fasulli del dottor Rossi... non si trattava mai di un semplice diverbio tra vicini di casa per una questione di vista o di ombre nel giardino. La quercia era la chiave di volta di un sistema corrupto di proporzioni gigantesche.
«Rossi ha inviato il falso Carlo a distruggere l'albero perché sapeva che la Guardia di Finanza stava per avviare una verifica sui terreni della zona» dedusse Valenti, camminando avanti e indietro nel ridotto spazio del caveau. «Ma il figlio di Moretti, il falso Carlo, ha tradito Rossi, cercando di tenere il bottino e i documenti per sé.»
All'improvviso, un rumore di raschiamento metallico risuonò nella condotta di aerazione in alto a destra.
Fissai la griglia d'acciaio della condotta. Il coperchio venne rimosso dall'esterno con uno strappo violento, ed un tubo di gomma nera venne fatto scivolare all'interno del condotto.
Un odore acre, chimico e pungente cominciò immediatamente a diffondersi nella stanza.
«Gas!» gridò Valenti coprendosi la bocca con la manica della giacca. «Vogliono soffocarci prima che qualcuno si accorga della nostra assenza!»






