Il Sussurro della Quercia
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Il Sussurro della Quercia

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Rimasi bloccato dietro la tenda, con il fiato sospeso e le pulsazioni che rimbombavano nelle orecchie. L'intruso si muoveva con una precisione chirurgica, privo di incertezze. Non utilizzava torce o fonti di luce dirette per non attirare l'attenzione di eventuali pattuglie di guardia nella zona, affidandosi unicamente ai deboli riflessi della luna piena.

L'uomo scese lentamente i gradini di pietra della cripta sotterranea. Sapevo di dover chiamare immediatamente il Capitano Valenti, ma il mio telefono cellulare era rimasto in cucina, al piano inferiore. Per recuperarlo avrei dovuto scendere le scale di legno, rischiando di produrre scricchiolii che avrebbero tradito la mia presenza.

Decisi di muovermi a piedi scalzi. Ogniqualvolta appoggiavo il piede sui gradini, attendevo che il vento soffiasse più forte all'esterno per coprire il minimo rumore. Raggiunsi il piano terra e recuperai il telefono dal ripiano dell'ingresso.

Proprio mentre stavo per comporre il numero d'emergenza, un suono sordo e metallico risuonò dal giardino. Un colpo secco, seguito dal rumore di vetri infranti provenienti dalla porta a vetri della mia cucina.

L'intruso non stava cercando solo nella fossa. Era venuto per me.

Misi il telefono in tasca e mi rifugiai nello sgabuzzino sotto le scale, afferrando una pesante chiave inglese abbandonata nella cassetta degli attrezzi. Attraverso le fessure della porta di legno, vidi un'ombra allungarsi nel corridoio. L'uomo era alto, con le spalle larghe, e indossava guanti di pelle scura.

«So che sei qui» disse una voce profonda, gutturale, caratterizzata da un marcato accento straniero. «Non mi interessa la tua vita. Voglio solo ciò che l'impostore ha dimenticato di darmi. La chiave del deposito.»

Tenuto il respiro, schiacciandomi contro la parete dello sgabuzzino.

«La polizia pensa che il bottino fosse tutto in quella fossa» continuò l'uomo, muovendosi a passi lenti e calcolati verso il soggiorno. «Ma io so come lavorava Silvio. Quelli erano solo i documenti di copertura. La matrice originale dei registri e i lingotti sono nella cassa di sicurezza della banca di provincia. Tu sei sceso per primo in quel buco stamattina. Hai preso la chiave, vero?»

L'uomo si fermò proprio davanti alla porta dello sgabuzzino. Potevo sentire il suo respiro regolare, l'odore di tabacco economico e cuoio stantio che emanava la sua giacca.

L'ansia mi stava divorando. Se avesse aperto la porta, non avrei avuto alcuna possibilità di difesa contro un uomo armato di pistola.

All'improvviso, un abbagliante fascio di luce bianca tagliò i vetri del soggiorno, accompagnato dal suono inconfondibile di una sirena che si avvicinava a grande velocità lungo il viale d'accesso. Una pattuglia dei Carabinieri, inviata probabilmente per un controllo di routine dell'area posta sotto sequestro, stava entrando nel piazzale.

L'intruso imprecò a bassa voce. Si voltò rapidamente e scattò verso la porta finestra rotta, scomparendo nella notte con la rapidità di un fantasma prima che gli agenti potessero scendere dall'auto di pattuglia.

Uscii dallo sgabuzzino tremando, correndo ad aprire la porta principale agli agenti.

«Tutto bene, signore?» chiesi uno dei due Carabinieri, vedendomi sconvolto e ricoperto di polvere. «Abbiamo notato una luce strana muoversi nel suo cortile.»

«Un uomo... un uomo armato era in casa mia!» riuscii a dire, indicando la finestra distrutta della cucina.

Gli agenti perlustrarono immediatamente il perimetro della casa e il giardino, ma dell'intruso non c'era più alcuna traccia. Aveva scavalcato la recinzione posteriore, scomparendo all'interno della fitta vegetazione del bosco che sovrastava la vallata.

Un'ora dopo, il Capitano Valenti era di nuovo nel mio soggiorno. Questa volta il suo atteggiamento era assai più rigido e formale.

«Lei ci sta nascondendo qualcosa, signore» disse Valenti, fissandomi negli occhi con severità. «Un professionista non rischia un'effrazione in una casa presidiata a meno che non sia assolutamente certo che all'interno vi sia qualcosa di valore inestimabile. Che cosa sta cercando quell'uomo?»

Trassi un profondo respiro. Capii che non potevo più gestire la situazione da solo. Infilai la mano nella tasca e tirai fuori la chiave dorata con la piastrina incisa G.M., appoggiandola sul tavolo di legno.

«L'ho trovata sul fondo della fossa stamattina, nascosta sotto la polvere di pietra» confessai. «Apparteneva a Giorgio Moretti. Il geometra scomparso nel novantasei.»

Valenti prese la chiave, osservando le incisioni con un'espressione di profondo sconcerto. «Moretti... Il suo nome figurava tra i testimoni chiave nell'inchiesta sul furgone portavalori prima che sparisse nel nulla.»

«Cosa significa tutto questo, Capitano?»

«Significa» rispose Valenti riponendo la chiave in una busta per reperti «che la quercia che il suo vicino ha abbattuto non custodiva soltanto un vecchio segreto. Era il perno di un sistema di ricatti che dura da trent'anni. E chiunque abbia mandante quell'uomo stasera, è disposto a uccidere pur di impedire che quella cassa di sicurezza venga aperta.»