La notizia sconcerto la tranquilla comunità del nostro paese nel giro di poche ore. L'uomo che avevo conosciuto come Carlo, l'individuo arrogante che aveva distrutto la quercia e minacciato la mia vita, era in realtà un impostore che aveva assunto l'identità del vero proprietario dopo averlo eliminato.
Nel corso della serata, la casa di fronte venne perquisita da cima a fondo dagli uomini del reparto investigativo della Scientifica. Tute bianche entravano ed uscivano portando via scatole sigillate, apparecchiature elettroniche e vestiti.
Il Capitano dei Carabinieri, un uomo sulla cinquantina con baffi grigi e uno sguardo penetrante di nome Valenti, mi fece accomodare nella cucina di casa mia per raccogliere la mia testimonianza formale.
«Lei non ha mai notato nulla di strano nel signore che si faceva chiamare Carlo?» mi domandò Valenti, sorseggiando il caffè nero che gli avevo offerto per cortesia.
«Tutto in lui era strano, Capitano» risposi, fissando la finestra che dava sul patio distrutto. «Ma pensavo fosse solo un uomo ricco, abituato a fare il prepotente. Si vedeva che non aveva alcuna dimestichezza con la campagna. Non sapeva curare il terreno, non conosceva i confini, ignorava completamente la storia di queste terre. E poi quell'ossessione per la quercia...»
«La quercia copriva il punto d'accesso originario alla cripta» spiegò Valenti mettendo sul tavolo un fascicolo fotografico. «L'albero, con il suo enorme apparato radicale, nel corso degli ultimi cinquant'anni aveva letteralmente inglobato e bloccato l'antico ingresso della cavità sottostante. Per accedere liberamente al vano senza scavare per settimane, l'impostore ha dovuto per forza tagliarla. Poi ha cercato di sigillare tutto sotto una gittata di cemento armato per creare una copertura apparentemente legale e permanente.»
«E i soldi trovati nei sacchi?» chiesi, con la chiave dorata ancora ben nascosta nella tasca dei miei pantaloni. Non l'avevo ancora consegnata. Un istinto profondo, una voce interiore mi aveva suggerito di attendere prima di rivelare quel dettaglio.
Valenti esitò prima di rispondere. Si guardò intorno, quasi a volersi assicurare che non vi fossero altre orecchie a ascoltare.
«Quei soldi provengono da una rapina a un furgone portavalori avvenuta a Milano nel ventotto anni fa. Una vicenda mai risolta, legata a un gruppo eversivo smantellato all'inizio degli anni Duemila. Silvio, il vecchio proprietario della casa, era stato sospettato di far parte di quella banda, ma le prove non furono mai sufficienti per incriminarlo. Sembra che avesse nascosto il bottino proprio sotto la quercia di confine.»
«Quindi l'impostore cercava il denaro?»
«Non solo il denaro» disse Valenti abbassando la voce. «C'erano dei fascicoli nei sacchi. Documenti che riportano nomi di importanti personaggi pubblici, giudici, politici e funzionari dell'epoca. Un materiale di ricatto devastante.»
Dopo che i Carabinieri lasciarono la proprietà coprendo il patio con teli plastici e recinzioni di cantiere, rimasi solo nella mia casa silenziosa. La notte cadde pesante sulla valle. L'assenza della quercia si faceva sentire in modo doloroso: il vento non creava più quel fruscio familiare che mi aveva accompagnato per tutta la vita, sostituito da un fischio acuto e sinistro che sferzava i vetri.
Non riuscivo a dormire. Verso le due di notte mi sedetti allo scrittoio dello studio di mio padre e tirai fuori la chiave con le sigle G.M..
Le iniziali mi riportarono alla memoria un vecchio ricordo d'infanzia. Mio padre parlava spesso di un suo amico d'infanzia, un geometra comunale di nome Giorgio Moretti, scomparso improvvisamente negli anni Novanta senza lasciare tracce. Moretti lavorava proprio all'ufficio catasto del Comune.
Accesi il vecchio computer e cercai negli archivi digitali del giornale locale. Trovai un articolo del 1996: "Scomparso il geometra Giorgio Moretti. L'ipotesi di un allontanamento volontario".
La foto allegata all'articolo ritraeva un uomo giovane, sorridente, con occhiali da vista spessi. Ma non fu il volto di Moretti a catturare la mia attenzione. Sullo sfondo della fotografia, fermo vicino all'ingresso del Municipio, c'era un ragazzo giovane che assomigliava in modo impressionante all'impostore che si era spacciato per Carlo.
Mentre osservavo lo schermo, un rumore improvviso provenne dall'esterno. Il scricchiolio di passi leggeri sopra le macerie del patio.
Mi alzai d'impeto, spegnendo la lampada da tavolo. Sbirciai dietro le tende.
C'era una persona nel cantiere, illuminata soltanto dalla luce lunare. Stava strisciando sotto il nastro di segnalazione della polizia, muovendosi verso la cavità aperta sotto la roccia. Non era l'impostore. Era la stessa figura con il lungo cappotto nero che avevo visto prima al margine del bosco. E nella mano destra impugnava un oggetto metallico lungo, sottile e lucido. Una pistola con silenziatore.






