Il Sussurro della Quercia
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Il Sussurro della Quercia

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La mattina seguente la nebbia avvolgeva la valle come un sudario bianco. Le indagini avevano subìto un'accelerazione improvvisa dopo il ritrovo della chiave della cassa di sicurezza. Il Capitano Valenti predispose una scorta discreta attorno alla mia abitazione, ma mi chiese di accompagnarlo personalmente alla Filiale 3 della Cassa di Risparmio nella vicina città capoluogo.

Durante il viaggio in auto, Valenti mi illustrò i dettagli emersi dalle prime verifiche effettuate durante la notte dagli archivi dell'Arma.

«Giorgio Moretti non è mai fuggito all'estero come si pensava negli anni Novanta» spiegò il Capitano mentre guidava con attenzione lungo i tornanti bagnati dalla pioggia. «Abbiamo riaperto i suoi fascicoli personali. Pochi giorni prima della sua scomparsa, Moretti aveva scoperto una massiccia falsificazione delle mappe catastali dell'intera vallata. Silvio, il vecchio proprietario, e un gruppo di speculatori edili locali stavano usando terreni demaniali e confini alterati per ripulire il denaro proveniente dalla rapina al portavalori.»

«E l'impostore che si faceva chiamare Carlo?» chiesi.

«Il suo vero nome era Marco Moretti. Era il figlio del geometra Giorgio Moretti.»

La rivelazione mi lasciò senza parole. «Il figlio?»

«Esatto» confermò Valenti. «Marco aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita a cercare la verità sulla fine di suo padre. Si è finto un acquirente benestante, ha comprato l'identità di Carlo e si è insediato nella casa di Silvio dopo la sua morte per poter scovare la fossa sotto la quercia. Ma non sapeva che l'organizzazione criminale lo stava tenendo d'occhio. Quando ha capito che il patio e l'albero nascondevano la prova definitiva, ha tagliato la quercia in preda alla disperazione per recuperare i documenti prima che fosse troppo tardi.»

Giungemmo davanti al palazzo d'epoca che ospitava la Filiale 3 della banca. L'edificio, costruito nei primi del Novecento, conservava un'atmosfera austera e solenne, con imponenti colonne di marmo e pavimenti in granito lucidato.

Accompagnati dal direttore della filiale, un uomo visibilmente nervoso di nome Dottor Brambilla, scendemmo nei sotterranei dove si trovava il caveau delle casse di sicurezza. L'aria era secca, saturata dall'odore di metallo e condizionatori industriali.

«La cassa numero 142 risulta intestata al geometra Giorgio Moretti dal 14 maggio 1995» dichiarò il direttore inserendo la chiave mastro nella serratura d'acciaio. «Da allora nessuno ha più effettuato accessi. I canoni di locazione sono stati saldati automaticamente fino allo scorso anno attraverso un fondo fiduciario depositato in Svizzera.»

Valenti inserì la chiave dorata con la piastrina G.M. nella seconda toppa. Con un clic metallico preciso, lo sportello pesante si sbloccò.

Il direttore si allontanò lasciandoci soli all'interno del caveau. Valenti estrasse la cassetta metallica rettangolare e la appoggiò su un tavolo d'acciaio al centro della stanza.

All'interno della cassetta non vi erano lingotti d'oro né banconote. Vi era un unico, spesso taccuino con la copertina di cuoio nero, una serie di registri topografici originali risalenti agli anni Settanta e una cassetta audio a nastro magnetico tipo micro-cassetta.

Valenti indossò dei guanti in lattice prima di sfogliare il taccuino. Le pagine erano riempite con la grafia ordinata e minuta tipica di un geometra. Date, coordinate catastali, somme di denaro trasferite su conti esteri e, soprattutto, una lista di firme autografe.

«Guardiamo qui» disse Valenti indicando l'ultima pagina.

Tra i nomi elencati figurava quello del vecchio Silvio, ma subito sotto spiccava un nome che mi fece sobbalzare: Dottor Rossi. Il geometra che avevo chiamato io stesso per effettuare i rilievi nel mio giardino dopo l'abbattimento della quercia.

«Rossi...» mormorai sgomento. «Il geometra che mi ha detto che il patio invadeva il mio terreno!»

Valenti si bloccò, il viso che diventava istantaneamente pallido. «Rossi non le ha detto la verità per aiutarla. Rossi sapeva perfettamente cosa c'era sotto quel patio. Ha usato lei e la sua denuncia per costringere l'impostore a scoprire la fossa e far uscire alla luce i documenti prima che potessimo trovarli noi.»

In quel preciso istante, le luci del caveau sfarfallarono due volte prima di spegnersi completamente, facendo piombare il sotterraneo nel buio più assoluto. E dal corridoio esterno giunse il suono metallico e pesante di una porta di sicurezza d'acciaio che veniva bloccata dall'esterno.