Il Sussurro della Quercia
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Il Sussurro della Quercia

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L'aria all'interno del caveau si fece rapidamente irrespirabile. Il gas, un composto denso ed eterogeneo che bruciava gli occhi e la gola, scendeva dalla condotta d'aerazione saturando lo spazio limitato in cui eravamo intrappolati.

«Copriti il volto con la maglia!» mi urlò il Capitano Valenti, la voce soffocata dal tessuto della giacca che si era premuto sulla bocca.

Valenti impugnò saldamente la pistola. Avvicinandosi alla serratura blindata della porta principale, sparò due colpi a bruciapelo contro il meccanismo a disco. Le detonazioni risuonarono nello spazio chiuso come esplosioni assordanti, facendo fischiare dolorosamente le nostre orecchie, ma le pallottole di piombo si schiacciarono contro l'acciaio temprato senza scalfire minimamente i catenacci interni.

«È inutile!» gridai tra i colpi di tosse, mentre la vista cominciava a appannarsi a causa delle esalazioni tossiche. «Non sfondiamo quella porta con una pistola!»

Tirai fuori dal taccuino di Giorgio Moretti le piantine topografiche che avevamo estratto poco prima dalla cassetta di sicurezza. Con le mani tremanti illuminai i fogli ingialliti usando la torcia del telefono.

«Guardi qui, Capitano!» dissi indicando una sezione longitudinale del caveau disegnata a china nera. «Moretti era il geometra che aveva curato la ristrutturazione di questo palazzo negli anni Ottanta. Ha disegnato una parete divisoria secondaria sul lato posteriore del caveau, proprio dietro le cassette della serie 300!»

Valenti si precipitò verso il fondo della stanza. La parete sembrava del tutto identica alle altre, rivestita con spesse piastre di metallo spazzolato e rifinito. Ma osservando attentamente la base del battiscopa, notai che la polvere si era accumulata in modo irregolare lungo un perimetro rettangolare.

«C'è un passaggio di ispezione per le tubature sotterranee dell'acqua!» disse Valenti.

Usando il calcio dell'arma e la punta d'acciaio d'un fermacarte pesante trovato sul tavolo, cominciammo a fare leva con disperazione sulle fessure delle piastre. Il sudore mi colava negli occhi, mischiandosi alle lacrime causate dal gas che ormai riempiva più della metà della stanza.

Con un gemito di metallo piegato, una delle piastre si staccò, rivelando un'intercapedine stretta, mattonata a secco, da cui fluiva una debole corrente d'aria fresca e umida.

«Forza, passa prima tu!» mi ordinò Valenti spingendomi verso l'apertura.

Mi infilai nello stretto cunicolo strisciando sui gomiti. Lo spazio era appena sufficiente per il corpo di un uomo adulto. L'aria sapeva di muffa e calce bagnata, ma era pura e priva del gas tossico che stava riempiendo il caveau. Valenti si infilò subito dietro di me, portando con sé il taccuino di cuoio e la micro-cassetta incriminante.

Strisciammo nell'oscurità per circa venti metri, seguendo la pendenza della condotta, fino a raggiungere una griglia d'ispezione in ferro battuto che dava direttamente sull'antico sistema di scolo delle acque piovane della città, posizionato sotto il livello stradale.

Valenti colpì la griglia con una serie di calci potenti finché i cardini rugginosi cedettero, facendoci ruzzolare al sicuro all'interno del canale sotterraneo.

Ci accasciammo contro la parete di mattoni, respirando a pieni polmoni l'aria fredda della condotta.

«Stai bene?» mi chiese Valenti tossendo violentemente per espellere i residui di gas dai polmoni.

«Me la caverò» risposi, cercando di ripulirmi i vestiti dalla polvere. «Cosa facciamo adesso?»

Valenti trasse fuori il suo telefono d'ordinanza, ma il display indicava un'assenza totale di segnale a quella profondità.

«Rossi e i suoi uomini credono che saremo morti soffocati entro dieci minuti» disse il Capitano, con lo sguardo trasformato in una lama di ghiaccio. «Brambilla coprirà la cosa fingendo un malfunzionamento dell'impianto di sicurezza o un incidente. Dobbiamo risalire in superficie lontani dalla banca, contattare il Comando Provinciale e bloccare Rossi prima che capisca che siamo sopravvissuti e decida di far sparire l'ultimo pezzo della catena.»

«Quale ultimo pezzo?»

Valenti fissò la piantina di Moretti che teneva stretta nella mano. «La mappa indica che la seconda metà del registro originale non era nella banca. Era murata proprio all'interno delle radici della quercia... la parte che la motosega dell'impostore non è riuscita a spezzare.»