Il Sussurro della Quercia
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Il Sussurro della Quercia

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La presenza dell'uomo al margine del bosco fu un'apparizione fugace. Non appena mi voltai per osservarlo meglio, la figura scivolò nell'ombra fitta degli pini selvatici, scomparendo senza lasciare traccia. Ma la sensazione di imminente pericolo rimase incastrata nell'aria come fumo tossico.

«Tirate via quella pietra» ordinai a Matteo, anche se il cuore mi batteva ferocemente contro le costole.

I tre operai utilizzarono leve d'acciaio e cinghie di traino. Con un gemito sordo, la pesante lastra di pietra quadrata venne sollevata, rivelando una cavità buia che si snodava verso il basso, dritta nel ventre della terra, proprio nel punto esatto dove fino a pochi giorni prima affondavano le radici primarie della quercia secolare.

Dalla cavità salì un'aria fredda, insalubre, impregnata di un odore inconfondibile di muffa, terra bagnata e qualcosa di dolce e stantio che mi fece venire la nausea.

«Signore... io non credo sia una buona idea continuare» disse Matteo, facendosi un passo indietro e incrociando le braccia. «Questa non è un'opera muraria ordinaria. Ha l'aria di essere una vecchia fossa... o una cripta di sosta.»

«C'era un lucchetto moderno» gli ricordai, indicando il pezzo di metallo spezzato che giaceva a terra. «Qualcuno c'è stato di recente. Molto prima che Carlo gettasse questo patio.»

Mi procurai una torcia ad alta intensità dalla mia auto. Scesi i primi tre gradini di pietra grezza scolpiti direttamente nella roccia viva. Il fascio di luce tagliò l'oscurità denso, rivelando una stanza ipogea di circa tre metri per quattro. Le pareti erano fatte di blocchi di granito incastrati a secco, privi di malta.

Ma non fu la struttura a farmi gelare il sangue nelle vene.

Sul pavimento di terra battuta vi erano chiazze scure, quasi nere, essiccate e assorbite dal terreno. Accanto a esse, sparsi disordinatamente, c'erano diversi oggetti personali: un portafoglio di pelle rovinato dall'umidità, un paio di occhiali da vista infranti e una borsa in tela logora impregnata di macchie rossastre ormai scure.

Riconobbi subito quegli occhiali. Appartenevano al vecchio Silvio, il precedente proprietario della casa di Carlo, scomparso due anni prima in circostanze mai del tutto chiarite. La versione ufficiale diceva che se ne era andato improvvisamente per trasferirsi da un parente lontano in Argentina, vendendo la proprietà a Carlo tramite una procura firmata da un notaio di città.

Rilanciai la luce verso l'angolo più buio della stanza sotterranea. Lì, accatastati sotto un telo plastico ingiallito, giacevano tre grossi sacchi da cantiere sigillati con nastro adesivo da imballaggio.

«Mio Dio...» mormorai, mentre la torcia tremava nella mia mano.

Tornai subito in superficie, il respiro affannato e la pelle d'oca su tutto il corpo. Carlo non era più seduto sul muretto. Aveva approfittato del tempo in cui ero sceso nel sottosuolo per correre verso la sua abitazione. Sentii il rumore del motore di un gip che si accendeva nel suo garage.

«Matteo, chiudete il cancello! Non fatelo uscire!» gridai disperato.

Ma era troppo tardi. Il fuoristrada di Carlo abbatté la staccionata in legno del suo vialetto, sfrecciando a tutta velocità sulla strada sterrata che portava verso il valico di montagna, sollevando una nube spessa di polvere e sassi.

Gli operai rimasero pietrificati. Nessuno ebbe il coraggio di muoversi.

«Chiamo i Carabinieri» disse Matteo prendendo il telefono cellulare con mani tremanti. «Subito.»

Mentre il suono delle sirene si allontanava in lontananza, io tornai al limite della buca. In fondo alle scale, seminascosto dalla polvere sollevata dalle vibrazioni dell'escavatore, notai un piccolo oggetto metallico che prima non avevo visto. Era una chiave dorata, legata a un piastrina di rame su cui era inciso un numero di serie e una parola: Cassa di Risparmio - Filiale 3.

Rilessi l'incisione. Non era una chiave appartenente a Silvio. Sul retro della piastrina c'erano tre lettere incise a mano con un punteruolo sbieco: G.M..

I primi due carabinieri arrivarono venti minuti dopo, ma quello che trovarono nella fossa non fu solo la prova di un omicidio taciuto. Quando gli inquirenti aprirono il primo dei tre sacchi di plastica nera, scoprirono che non conteneva resti umani, bensì decine di mazzette di banconote legate con elastici marcati da un timbro postale risalente al 1998, insieme a documenti riservati del Ministero dell'Interno.

Silvio non era un semplice vecchio di campagna. E Carlo non era un semplice acquirente arrogante.

Mentre la polizia perimetrava l'area con i nastri bianchi e rossi, un agente mi si avvicinò: «Signore, dobbiamo requisire l'intera proprietà. Abbiamo intercettato la targa della macchina di Carlo. La sua vettura è stata trovata abbandonata a tre chilometri da qui, vicino al fiume.»

«E lui?» chiesi.

L'agente scosse la testa. «L'auto era vuota. Ma all'interno del bagagliaio abbiamo trovato il corpo del vero Carlo. Morto da almeno sei mesi.»

Sgranai gli occhi. Chi era allora l'uomo che aveva vissuto accanto a me negli ultimi due anni?