Il fango reso viscido dalla pioggia battente rendeva la corsa estremamente instabile. Il dottor Rossi, nonostante l'età avanzata, era mosso dalla disperazione di chi sa di non avere più alcuna via di scampo. Si voltò un istante per controllare se fossi inseguito, inciampando sul perimetro di cemento spezzato del vecchio patio.
Cadde pesantemente a terra, e il cilindro metallico gli sfuggì dalle mani, ruzzolando lungo il pendio bagnato fino al margine della buca lasciata dalle radici della quercia.
«Fermati!» gli urlai raggiungendolo.
Rossi si girò d'atto, con il volto imbrattato di fango e gli occhiali storti sul naso. Estrasse dalla tasca interna dell'impermeabile un piccolo bisturi da chirurgo, agitandolo con mano tremante verso di me.
«Non sai quello che stai facendo, ragazzo!» urlò Rossi, la voce acuta e spezzata dal fiatone. «Questo documento distruggerà tutto! Non riguarda solo me o Silvio! Se questo tubo viene aperto, metà dei terreni di questo comune perderanno ogni valore legale! Centinaia di famiglie perderanno le loro case, le banche falliranno! Ho fatto tutto questo per mantenere l'ordine!»
«L'hai fatto per i tuoi soldi e per coprire i tuoi delitti!» risposi avvicinandomi con cautela. «Hai fatto uccidere il geometra Moretti vent'anni fa, hai distrutto la mia proprietà e hai fatto soffocare il figlio di Moretti!»
«Lui era un ingrato!» gridò Rossi. «Gli avevo offerto una percentuale! Ma voleva la vendetta... voleva distruggere trent'anni di lavoro!»
Alle mie spalle, lo scontro a fuoco tra Valenti e l'uomo dal cappotto nero s'interruppe improvvisamente. Il suono distinto di diverse sirene della polizia e dei Carabinieri riempì la vallata mentre tre gazzelle dell'Arma e un furgone blindato del ROS irruppero nel piazzale, bloccando ogni via di fuga con le luci lampeggianti blu che illuminavano la notte a giorno.
L'uomo dal cappotto nero tentò un'ultima fuga verso il bosco, ma venne immediatamente circondato dagli uomini del ROS in tenuta tattica ed immobilizzato a terra prima che potesse puntare nuovamente l'arma.
Rossi guardò gli agenti che si avvicinavano con i mitra puntati. Capì che la sua rete di protezioni e di ricatti era crollata per sempre. Fece cadere il bisturi nel fango e si accasciò sulle ginocchia, coprendosi il volto con le mani tremanti mentre un pianto dirotto e patetico lo scuoteva interamente.
Valenti mi raggiunse, la pistola ancora in pugno e il volto rigato dalla fuliggine e dalla pioggia.
«Tutto bene?» mi chiese appoggiandomi una mano sulla spalla.
Annuii senza riprendere parola, fissando il cilindro metallico che giaceva ai piedi della cavità vuota.
Il Capitano si chinò e recuperò l'involucro di piombo. Con l'aiuto di un coltello militare fornito da uno degli agenti del ROS, spezzò il sigillo di cera vergine che aveva preservato il contenuto per decenni ed estrasse un rotolo di pergamena spessa e cartine topografiche disegnate a mano con inchiostro di china indelebile.
La luce della torcia d'ordinanza di Valenti illuminò il documento principale.
Era il catasto originario della valle risalente al 1912, sottoscritto dai fondatori del comune. Al centro del documento, una grande illustrazione dettagliata raffigurava la quercia secolare con un'annotazione speciale scritta in latino e italiano antico: «Albero di Confine Sacro e Inviolabile. Proprietà comune indivisibile della comunità di valle. Garanzia di servitù pubblica e limite inamovibile dei terreni privati.»
Sotto la mappa vi era l'elenco originale delle proprietà reali, non alterato dalle falsificazioni effettuate negli anni Settanta da Rossi e Silvio.
«La quercia non apparteneva a te, né a Carlo, né a Rossi» disse Valenti con un sorriso amaro. «Era l'unico punto del territorio che apparteneva a tutti e a nessuno. Finché rimaneva in piedi, le loro falsificazioni catastali non potevano mai diventare definitive perché l'albero rappresentava il punto zero di ogni misurazione legale.»
«Per questo doveva morire» dissi osservando i resti del tronco spezzato.
«Sì» confermò Valenti chiudendo il cilindro. «Ma distruggendo l'albero, hanno finito per liberare la verità che era rimasta sepolta sotto le sue radici per quasi un secolo.»






