Il cimitero monumentale della città giaceva avvolto in una nebbia fitta e spettrale. Le gocce di pioggia cadevano pesantemente sui pini secolari e sulle statue di marmo nero che svettavano ai lati dei viali alberati. Erano le quattro del mattino. La Polizia di Stato aveva posizionato agenti in borghese lungo tutto il perimetro esterno, ma io e il commissario Riva avevamo deciso di avanzare a piedi verso la cappella di famiglia dei Valli.
Sofia era rimasta sotto protezione nella struttura medica; non potevo permettere che corresse alcun rischio. La ferita al mio addome continuava a darmi fitte dolorose, ma la rabbia che mi bruciava dentro agiva come il più potente degli anestetici.
L'imponente maomettana di marmo della famiglia Valli si ergeva in fondo al viale dei cipressi. La porta in ferro battuto della cappella era socchiusa. Un debole chiarore di torcia elettrica filtrava dall'interno, proiettando ombre inquietanti sulle pareti incise.
Il commissario Riva sfoderò la sua arma di servizio e mi fece cenno di rimanere dietro di lui. Avanzammo in perfetto silenzio sul terreno bagnato. Raggiunta la porta della cappella, Riva mi fece un segnale con tre dita, poi spinse bruscamente l'inferriata ed entrò con la pistola spianata.
"Polizia! Ferma dove sei, Elena Valli!" gridò Riva con voce perentoria.
All'interno della cappella, davanti alla tomba di marmo bianco di Edoardo Valli, c'era una figura femminile avvolta in un lungo trench impermeabile scuro. Elena non trasalì. Non tentò nemmeno di scappare. Si voltò lentamente verso di noi, rivelando un volto stanco, scavato dalla fatica, ma illuminato da un sorriso spaventosamente calmo.
Tra le sue mani d'abito eleganti teneva una piccola cassetta di metallo dorato, appena estratta dal vano segreto dietro la lastra tombale di nostro padre.
"Commissario Riva..." disse Elena con voce vellutata e priva di tremolii. "I suoi uomini sono efficienti, devo ammetterlo. Ma è arrivato troppo tardi."
"Metta la cassetta a terra e si metta in ginocchio con le mani dietro la testa!" ordinò Riva avanzando di un passo.
Elena ignorò del tutto il poliziotto, rivolgendo il suo sguardo glaciale direttamente a me. "Francesca... mia dolce, ingenua Francesca. Sei venuta a vedere tua madre per l'ultima volta?"
Uscii dall'ombra del commissario, affrontando lo sguardo della donna che mi aveva generato e poi distrutto la vita. "Non chiamarmi figlia. Tu non sei mia madre. Sei solo un mostro che ha venduto la propria famiglia per il denaro."
Elena fece una risata amara che echeggiò cupamente tra le tombe della cappella. "Denaro? Tu credi davvero che si trattasse solo di denaro? Che mente limitata che hai ereditato da tuo padre! Edoardo era un debole. Aveva scoperto il segreto della vita eterna, la chiave per curare qualsiasi malattia genetica attraverso il sangue di tua sorella, e voleva nasconderlo al mondo per 'etica'! Io ho creato un impero, Francesca! Ho permesso ai potenti della Terra di sopravvivere!"
"A spese della vita di Sofia! A spese della mia vita!" urlai, facendo un passo verso di lei. "Ci hai trattate come cavie da laboratorio! Hai mandato Gianni a sposarmi, a fingere di amarmi, per potermi sventrare al momento opportuno!"
"Gianni era uno strumento dispensabile," rispose Elena con totale indifferenza. "Un piccolo uomo cupido che ha avuto esattamente la fine che si meritava. E tu dovresti ringraziarmi, Francesca: ti ho dato una vita agiata, protetta, lontano dai pericoli del laboratorio finché non è giunto il momento di adempiere al tuo vero destino biologico."
"Il suo destino è il carcere a vita, Signora Valli," disse il commissario Riva, avvicinandosi per ammanettarla.
Ma prima che Riva potesse toccarla, Elena premuto un piccolo pulsante nascosto sul fianco della cassetta dorata. Un segnale acustico ad alta frequenza risuonò all'interno della cappella.
"Credete davvero che sarei venuta qui senza un piano di riserva?" sussurrò Elena con un sorriso diabolico.
Dalle ombre dietro la cappella uscirono tre uomini armati con fucili d'assalto e visori notturni: mercenari professionisti ingaggiati da Elena per la sua fuga. Prima che il commissario Riva potesse reagire, uno dei mercenari lo colpi con il calcio del fucile alla nuca. Riva crollò a terra svenuto, perdendo la pistola.
I tre uomini puntarono le loro armi contro di me.
"E ora, Francesca," disse Elena prendendo la cartella di pelle e salendo i gradini della cappella verso l'uscita secondaria che dava sui campi esterni, "vieni con me. Tua sorella ha bisogno di un ultimo trasfuso completo prima che io prenda il volo per Zurigo. E tu sarai la donatrice... definitiva."
Due dei mercenari mi afferrarono brutalmente per le braccia, immobilizzandomi. Elena mi guardò un'ultima volta con la freddezza di un ragno che osserva la sua preda finita nella ragnatela.
"Andiamo alla tenuta di campagna," ordinò Elena ai suoi uomini. "Finiremo il lavoro dove tutto è iniziato trent'anni fa."






