Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili
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Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili

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Sulla guancia sentivo bruciare l'impronta della mano di Gianni, ma il dolore fisico era nulla in confronto al terrore cieco che mi paralizzava i polmoni. Mi trovavo rannicchiata sul pavimento di parquet del nostro soggiorno, le mani a proteggermi il volto e gli occhi sgranati fissa sui suoi stivali di pelle nera. Gianni non era mai stato un uomo violento. Almeno, questo era ciò che avevo creduto durante i nostri quattro anni di matrimonio. L'uomo che mi stava sovrastando in quel momento era uno sconosciuto, una creatura spietata con gli occhi vitrei, privi di qualsiasi traccia dell'amore che un tempo prometteva di nutrirmi.

"Gianni, per favore... ti prego, fermati," sussurrai, la voce rotta dai singhiozzi. "Non so di cosa stai parlando. Io... io volevo solo capire perché in ospedale c'era quel nome."

Gianni fece un passo in avanti, afferrandomi bruscamente per un braccio e sollevandomi di peso. Le sue dita affondarono nella carne ancora dolorante per l'operazione recente. Mandai un grido di dolore, ma lui non fece una piega. Mi trascinò verso lo studio in fondo al corridoio, una stanza in cui mi era sempre stato detto di non entrare mai per via dei suoi "documenti aziendali riservati".

"Hai ficcato il naso dove non dovevi, Francesca," disse lui con un tono di voce stranamente calmo, quasi metallico, che mi fece venire i brividi lungo la schiena. "Pensavi che questo fosse un gioco? Un rompicapo da risolvere per intrattenerti durante la tua convalescenza?"

Mi spinse all'interno dello studio e chiuse la porta a chiave. La stanza era buia, illuminata soltanto dalla fioca luce della sera che filtrava tra le tapparelle semichiusi. L'aria sapeva di muffa, carta vecchia e qualcosa di chimico, un odore acuto che mi fece girare la testa.

"Rimarrai qui finché non deciderò cosa fare di te," sentenziò dall'esterno prima che si udisse il scatto secco della serratura.

I miei pugni batterono disperatamente contro il legno massiccio della porta. "Gianni! Apri questa porta! Non puoi tenermi prigioniera! La polizia ti cercherà!"

Dall'altro lato della porta sentii solo un riso amaro e gutturale. "La polizia? Povera Francesca... credi davvero che a qualcuno importi di dove sei? Per tutti quanti tu sei ancora in ospedale, oppure ti stai riposando in una clinica privata di riabilitazione. Ho firmato io tutti i moduli. Ho io il controllo totale di tutto."

I suoi passi si allontanarono piano piano, lasciandomi nel silenzio tombale dello studio. Caddi in ginocchio, respirando a fatica. Il cuore mi batteva così forte nel petto da farmi male alle costole. Dovevo calmarmi. Se volevo sopravvivere, non potevo cedere al panico.

Mi rialzai a fatica e mi guardai intorno. Lo studio era arredato con una scrivania di ciliegio, diverse scaffalature piene di faldoni ed un enorme armadio di metallo locked con un lucchetto a combinazione. Su una parete c'era una lavagna di sughero vuota, ma notai delle piccole incisioni sul legno della scrivania, come se qualcuno avesse cercato di grattare via qualcosa disperatamente.

Mi avvicinai alla scrivania e provai ad aprire i cassetti. Tutti chiusi a chiave. Tutti tranne uno, il più in basso, che sembrava incastrato. Con le unghie e tanta forza quanta ne avevo in corpo, spinsi e tirai finché il cassetto non cedette con un rumore secco. Dentro non c'erano documenti finanziari o contratti di lavoro. C'era un piccolo carillon di legno intagliato e una busta da lettera ingiallita dal tempo.

Presi la busta con le mani tremanti. Non c'era un destinatario, ma all'interno vi trovai un foglio scritto a mano con una grafia elegante e femminile, molto diversa dalla mia. Iniziai a leggere le righe vergate con inchiostro nero:

"Se stai leggendo questa lettera, significa che Gianni ha messo in atto anche con te la sua trappola. Mi chiamo Beatrice. Non credere a una sola parola di quello che ti dice. Lui non è un imprenditore, è un parassita. Mi ha tolto l'identità, la salute e la mia stessa vita. La clinica dove ti hanno operata non è un ospedale comune, è la loro centrale. Cerca il file sul progetto 'Anima Pulita' prima che sia troppo tardi. Io non sono riuscita a salvarmi, ma tu..."

La lettera si interrompeva bruscamente con una macchia scura sul foglio che sembrava drammaticamente sangue asciugato. Beatrice... era lo stesso nome che avevo letto sulla cartella clinica in ospedale! Il nome della donna sconosciuta della fotografia!

Quindi non si trattava di un semplice tradimento amoroso. C'era sotto qualcosa di immensamente più grande, di diabolico. Gianni non mi aveva sposato per amore; ero finita dentro una rete d'inganni tessuta da molto tempo.

Improvvisamente, sentii dei rumori provenienti dal corridoio. Non erano i passi leggeri di Gianni. Erano passi pesanti, accompagnati dal suono di due voci che discutevano animatamente.

"Ti ho detto che la dose era troppa, Gianni!" diceva una voce femminile severa, la stessa voce che avevo sentito al bar con mio marito. "Se sveglia troppo presto ricordando i dettagli dell'intervento, la polizia sanitaria scoprirà che gli organi non erano per lei!"

"Stai zitta, Elena!" ringhiò Gianni di rimando. "Ho la situazione sotto controllo. È chiusa nello studio. Le farò un'altra iniezione e chiuderemo questa storia una volta per tutte stasera stessa."

Il sangue mi si gelò nelle vene. Organi? Iniezione? Di cosa stavano parlando? L'operazione che avevo subito... non era stato un semplice intervento d'urgenza all'appendice come mi avevano detto?

Il rumore della chiave nella serratura dello studio fece trasalire la mia anima. Non c'era tempo per pensare. Guardai freneticamente intorno alla stanza in cerca di una via di fuga o di un'arma per difendermi. L'unica finestra dello studio dava sul giardino sul retro, ma era sbarrata da grate di ferro.

La serratura scattò. La maniglia iniziò ad abbassarsi lentamente. Stringendo il piccolo carillon di legno nella mano destra come unica ed insignificante arma, mi nascosi dietro l'alta schienale della poltrona di pelle, trattenendo il respiro mentre la porta si spalancava lentamente rivelando due sagome scure sulla soglia...