Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili
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Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili

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Il terrore si congelò nel mio petto mentre indietreggiavo lentamente, schiacciandomi contro gli scaffali metallici che vibravano al minimo contatto. Il dottor Anselmi avanzava a passi lenti e calcolati, facendo oscillare leggermente la siringa piena di un liquido trasparente ed opaco. Nei suoi occhi non c'era più la colpa che avevo visto nella stanza 402, ma solo la lucida disperazione di chi ha venduto la propria anima ed è disposto a tutto pur di non essere scoperto.

"Perché, Dottore?" chiesi, cercando di guadagnare tempo mentre le mie dita esploravano alla cieca la scaffalatura dietro di me in cerca di qualcosa da scagliare contro di loro. "Lei è un medico! Ha giurato di salvare vite, non di distruggerle! Cosa le ha fatto Gianni?"

Il chirurgo fece una risata amara, fermandosi a un paio di metri da me. "Gianni? Tu pensi ancora che sia Gianni a tirare i fili di questa storia? Povera illusa. Gianni è soltanto un esecutore, una pedina con un bel faccino usata per adocchiare le vittime giuste. Donne sole, senza famiglie ingombranti, perfettamente compatibili per i nostri 'clienti' facoltosi."

Le sue parole mi colprirono con la violenza di un pugno nello stomaco. Tutta la mia vita con Gianni, il nostro incontro "casuale" in quel bar di periferia, il nostro matrimonio affrettato, le sue dimostrazioni d'amore... era tutto stato pianificato a tavolino fin dal primo momento? Non ero mai stata la sua sposa. Ero sempre e solo stata una preda.

"Beatrice..." balbettai, respirando affannosamente. "Che cosa le avete fatto?"

"Beatrice ha cercato di fare esattamente quello che stai facendo tu adesso," intervenne una delle guardie giurate con tono di sprezzo. "Ha fatto troppe domande. E i curiosi al San Girolamo non vivono a lungo."

In quel preciso istante, la mia mano destra intercettò un pesante contenitore metallico pieno di vecchie lastre radiografiche. Con tutta la forza disperata che mi rimaneva in corpo, lo scagliai direttamente sul volto del dottor Anselmi. Il contenitore lo colpì in pieno viso, spaccandogli il naso in un'esplosione di sangue. Il chirurgo urlò di dolore, lasciando cadere la siringa che si infranse sul pavimento in mille pezzi di vetro.

Aprofittai dell'improvviso caos: mi scagliai contro la guardia alla mia sinistra, urlando con quanto fiato avevo in gola, e la colpii all'inguine con un calcio preciso. L'uomo si piegò in due imprecando. La seconda guardia cercò di afferrarmi per i capelli, ma la pioggia che mi aveva inzuppato le ciocche mi rese sfuggente; scivolai sotto il suo braccio e mi lanciai a capofitto verso il corridoio principale.

"Prendetela! Non deve uscire da questo edificio!" gridò furioso il dottor Anselmi, pulendosi il sangue dal volto.

I passi delle due guardie rimbombavano pesantemente alle mie spalle mentre correvo come mai avevo fatto in vita mia. Il dolore alla ferita chirurghica si trasformò in un fuoco bruciante che mi saliva lungo la pancia, ma l'adrenalina mi impediva di fermarmi. Svoltati l'angolo dei laboratori d'analisi, intravidi la scala di emergenza che portava ai piani superiori.

Invece di salire verso l'uscita principale, dove sapevo che avrei trovato il personale di sorveglianza allertato, decisi di salire fino al quinto piano, la zona della biblioteca e degli studi medici dismessi per ristrutturazione. Era un azzardo, ma avevo bisogno di un posto dove nascondermi e pensare.

Salii i gradini a due a due, spingendo la pesante porta antincendio del quinto piano e bloccandola dall'interno incastrando un estintore sotto la maniglia. Pochi secondi dopo, sentii le guardie sbattere con violenza contro la porta, lanciando maledizioni e cercando di sfondarla.

Mi trovavo in un corridoio polveroso, pieno di teli protettivi sui mobili e scatoloni abbandonati. L'oscurità era quasi totale, spezzata solo dai bagliori dei lampi della tempesta che continuava ad imperversare all'esterno. Camminai lungo il corridoio finché non trovai una porta con una targa che attirò la mia attenzione: Studio del Direttore Sanitario - Dr. Arturo Valenti.

Spinsi la porta, che era socchiusa. Lo studio era imponente, arredato con uno stile antico e lussuoso. Sulla scrivania c'era un computer ancora acceso, il cui schermo proiettava una debole luce bluastra nella stanza. Avvicinandomi, notai che sul monitor era aperta una sessione di posta elettronica criptata.

In cima alla lista dei messaggi ricevuti c'era un'email inviata meno di un'ora prima. Il mittente era un indirizzo anonimo, ma il contenuto del messaggio mi fece gelare il sangue:

"La cavia Francesca ha scoperto il file 'Beatrice'. L'eliminazione deve avvenire questa notte stessa. Il cliente svizzero ha già versato il primo acconto per il secondo prelievo. Non ammettiamo fallimenti."

Sotto la mail c'era allegata una scheda dettagliata con i miei dati clinici, le mie foto di nascosto e perfino una mappa con tutti i miei spostamenti degli ultimi sei mesi. Ma la cosa più scioccante era la firma in calce alla mail: non apparteneva né a Gianni né a Elena.

La firma era quella del Sindaco della città, l'uomo più potente e rispettato della regione.

Sentii un gatto stringermi la gola. La Rete dell'Inganno non si limitava all'ospedale o a Gianni: coinvolgeva i vertici delle istituzioni, la politica, il potere cittadino! Io non ero caduta nelle mani di una piccola banda di criminali; ero finita dentro una mastodontica organizzazione delittuosa che vendeva vite umane ai ricchi del pianeta.

Improvvisamente, il telefono sulla scrivania iniziò a squillare con un suono acuto che lacerò il silenzio della stanza. Saltai in aria dal terrore. Sul piccolo display del telefono apparve il nome del chiamante: GIANNI.

Trattenni il fiato, poi con le mani tremanti sollevai la cornetta senza dire una parola.

Dall'altro lato della linea non si udì subito la voce di Gianni, ma una risata soffocata, seguita dal suono di qualcosa di metallico che veniva affilato.

"So che sei lì dentro, Francesca," disse la voce di Gianni, glaciale e spaventosamente vicina. "Pensi davvero che l'estintore dietro la porta d'emergenza possa fermarmi? Sto salendo con la chiave passe-partout. E questa volta, mia cara moglie, non ci sarà nessuna siringa per addormentarti. Finiremo questo matrimonio esattamente come è iniziato: con una firma... la tua sul certificato di morte."

Un forte colpo metallico risuonò proprio all'inizio del corridoio del quinto piano. La porta di sicurezza era stata aperta.