Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili
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Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili

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La pioggia battente continuava a flagellare i vetri del furgone blindato su cui ero stata caricata a forza. Le mie mani erano legate strettamente dietro la schiena con delle fascette da elettricista d'acciaio che mi segavano i polsi ad ogni movimento. Di fronte a me, su un sedile di pelle, sedeva Elena Valli. Teneva la cassetta dorata sulle ginocchia e consultava un tablet crittografato, del tutto indifferente alla mia presenza.

"Dove stiamo andando?" chiesi con la voce roca per la stanchezza e la disidratazione.

Elena non alzò nemmeno gli occhi dallo schermo. "Alla tenuta della famiglia Valli, sulle colline di San Miniato. È una proprietà che non risulta in alcun registro pubblico da oltre vent'anni. Lì abbiamo il laboratorio d'emergenza secondario. Il dottor Anselmi pensava di aver distrutto tutto al San Girolamo, ma il vero cuore del Progetto 'Anima Pulita' è sempre stato lì."

"Sofia non è con te," dissi cercando di mantenere un tono fermo. "Non riuscirai mai a prenderla. L'ospedale centrale è circondato dalla polizia."

Questa volta Elena alzò lo sguardo, ed un sorriso gelido le increspò le labbra sottili. "Povera Francesca. Credi davvero che i miei mercenari abbiano preso solo te al cimitero? Mentre noi eravamo alla cappella, una seconda squadra deviava l'ambulanza di scorta che trasportava tua sorella verso la struttura protetta. A quest'ora, Sofia è già sul lettino operatorio a San Miniato che ci aspetta."

Un gelo terribile mi scese lungo la spina dorsale. L'attacco al cimitero... la mia cattura... era stata solo una manovra diversiva per spingere le forze dell'ordine a concentrarsi su di me mentre il vero obiettivo, Sofia, veniva rapito senza sollevare clamore!

Dopo mezz'ora di viaggio lungo strade sterrate e tortuose in mezzo ai boschi, il furgone si fermò davanti ad un'imponente villa d'epoca in pietra, circondata da un alto muro di cinta e da cancelli d'acciaio elettrificati. La struttura era immersa nel buio più assoluto, eccetto per le luci d'emergenza che illuminavano il seminterrato.

I mercenari mi trascinarono fuori dal furgone e mi spinsero all'interno della villa. L'interno era maestoso ma fatiscente: mobili coperti da teli bianchi, ragnatele agli angoli dei soffitti ed un persistente odore di chiuso e di reattivi chimici.

Fummo condotte nel salone sotterraneo. Lì, al centro di una stanza adibita a sala operatoria ad alta tecnologia, c'era un lettino d'acciaio. Sopra vi giaceva Sofia, legata con cinghie di cuoio ai polsi ed alle caviglie. Era cosciente, i suoi occhi terrorizzati si riempirono di lacrime non appena mi vide entrare.

"Francesca!" gridò Sofia, dimenandosi contro le cinghie. "Perché sei venuta?! Ti avevamo detto di scappare!"

"Silenzio!" ruggì uno dei mercenari, colpendola con uno schiaffo al volto.

"Non toccarla, bastardo!" urlai lottando contro la presa dell'uomo che mi teneva le braccia.

Elena si avvicinò al tavolo operatorio con un'eleganza innaturale. Si tolse il impermeabile scuro, rivelando un camice da chirurgo sterilizzato che indossò con movimenti precisi e metodici.

"È ora di concludere ciò che tuo padre ha cercato di interrompere trent'anni fa," disse Elena, preparando una serie di enormi cateteri di vetro e sacche per il drenaggio ematico. "Il processo di estrazione totale richiederà circa quarantacinque minuti. Francesca, tu sarai collegata in parallelo a tua sorella per mantenere stabile la sua pressione sanguigna durante il prelievo degli organi primari. Poi... il vostro compito su questa terra sarà finalmente terminato."

"Sei un mostro," sussurrò Sofia con disprezzo. "Nostra madre è morta trent'anni fa insieme a nostro padre. Tu sei solo un guscio vuoto privo d'anima."

Elena sorrise, prendendo una siringa ad ago lungo. "L'anima è un concetto per i deboli, mia cara Sofia. Il potere ed il denaro, invece, sono estremamente reali."

Elena si chinò su di me per inserirmi il catetere nel braccio. Ma mentre si sporgeva verso il mio collo per verificare la giugulare, notai qualcosa che spuntava dalla tasca posteriore del suo camice: il coltello a serramanico che Gianni usava per aprire le lettere d'archivio, recuperato evidentemente dalla cappella.

Con un movimento disperato ed improvviso, piegai le ginocchia e colpii con tutta la forza della mia testa il volto di Elena. Il colpo fu spaventoso: il naso di mia madre si spezzò in una maschera di sangue e la donna cadde all'indietro urtando il carrello degli strumenti chirurgici, che rovinò a terra con un frastuono assordante.

I mercenari restarono un secondo interdetto. Approfittai di quell'istante di distrazione: mi lanciai a terra, afferrai il coltello a serramanico caduto dalla tasca di Elena e, usando i denti e le dita sanguinanti, scattai la lama tagliando la fascetta d'acciaio che mi legava i polsi.

"Uccidetela! Uccidetela subito!" urlò Elena dal pavimento, tenendosi il volto insanguinato.

Il mercenario più vicino prese la mira con la sua pistola. Ma prima che potesse premere il grilletto, i vetri delle finestre superiori della villa esplosero all'impazzata sotto l'impatto di dozzine di granate fumogene e stordenti.

Il suono sordo ed accecante dei Flashbang riempì la stanza. L'aria divenne irrespirabile ed un fumo bianco e denso avvolse l'intera sala operatoria.

Dall'alto del soffitto si calarono con le corde uomini vestiti di nero con le insegne del NOCS, i servizi d'intervento speciale della Polizia di Stato.

"Polizia! Mani in alto! Fermi tutti!"

Il commissario Riva, con una vistosa fasciatura alla testa ma vivo e ruggente, irruppe dalla porta principale con la pistola spianata, seguito da una dozzina di agenti scelti.

La battaglia all'interno del laboratorio fu rapida e spietata. I mercenari di Elena vennero neutralizzati nel giro di pochi secondi sotto un fuoco incrociato di precisione.

Mi lanciai immediatamente verso il lettino di Sofia, usando il coltello per tagliare le cinghie di cuoio che la tenevano prigioniera. "Sofia! Stai bene?! Ti prego, dimmi che stai bene!"

Sofia mi abbracciò piangendo disperatamente. "Francesca... sei venuta a prendermi..."

"Sempre," le sussurrai, stringendola forte al mio petto.

Mi guardai intorno cercandola: Elena Valli non era più sul pavimento. Una scia di sangue portava verso la porta d'emergenza in fondo al corridoio sotterraneo, che dava sulle fognature d'epoca della tenuta.

"Sta scappando!" gridò il commissario Riva, ricaricando la sua arma. "Non dobbiamo permetterle di raggiungere il fiume!"

Guardai mia sorella, poi fissai la porta aperta da cui filtrava il vento freddo delle fognature. Questa storia era iniziata con le bugie di mia madre ed il tradimento di mio marito. Ora doveva finire una volta per tutte.

"Rimani qui con la polizia, Sofia," dissi a mia sorella, prendendo una torcia ed la pistola di un mercenario caduto a terra.

"Francesca, no! È pericoloso!" supplicò Sofia.

"Devo finire questa storia," risposi con voce immutabile. "Per noi. Per nostro padre." E mi lanciai nel buio delle fognature sulle tracce di mia madre.