Il ferro freddo della sbarra brillava sotto la luce intermittente e sanguigna dell'allarme d'emergenza. Gianni sollevò il braccio con la ferocia di chi non ha più nulla da perdere, pronto a calare il colpo mortale sulla mia testa. Chiusi gli occhi, stringendo a me il corpo inerte di Sofia con tutte le forze che mi rimanevano, preparandomi all'impatto.
Ma il colpo non arrivò mai.
Un suono secco, sordo, risuonò nel laboratorio saturo di fumo, seguito da un rantolo di dolore. Riaprii gli occhi: Gianni era pietrificato sopra di me, con la sbarra ancora sollevata, ma sul suo petto, all'altezza del cuore, stava comparendo una macchia scura di sangue che si allargava rapidamente sulla camicia bianca.
Gianni lasciò cadere la sbarra di metallo, che rimbombò sul pavimento d'acciaio, prima di crollare in ginocchio davanti a me. Dietro di lui, immerso nella nebbia di vapore e fumo, c'era il dottor Anselmi. Il chirurgo teneva tra le mani tremanti la pistola con silenziatore che Elena aveva perso durante l'esplosione.
"Dottore...?" balbettai, incredula.
Il dottor Anselmi respirava affannosamente, il viso ancora sfigurato dalla ferita che gli avevo procurato poco prima nell'archivio. Guardò il corpo immobile di Gianni ai suoi piedi, poi fissò il suo sguardo su di me ed infine su mia sorella Sofia.
"Ho giurato d'aiutare le persone, non di fare il carnefice per questi criminali," disse il chirurgo con la voce spezzata dal rimorso e dal pianto. "Mi hanno ricattato per anni con la vita di mia figlia... Ma quando ho visto cosa volevano fare a te e a tua sorella... non ho potuto continuare. Non sono un assassino, Francesca."
"Anselmi! Maledetto traditore!" la voce isterica del Direttore Valenti risuonò dall'altro lato della stanza. Il vecchio medico stava cercando di strisciare verso la porta d'uscita con la sua valigetta d'archivio stretta al petto.
Il dottor Anselmi puntò la pistola verso Valenti. "La commedia è finita, Arturo. L'esplosione fuori non è stata un incidente. Ho chiamato la Polizia di Stato ed i Vigili del Fuoco prima di scendere qui sotto. Tra meno di cinque minuti questo posto sarà circondato dalle forze speciali."
Il volto del Direttore Valenti si deformò in una smorfia di terrore puro. Lasciò cadere la valigetta ed alzò le mani tremanti in segno di resa.
"Francesca, prendi tua sorella e usa l'ascensore di montacarichi in fondo a destra," mi ordinò il dottor Anselmi, lanciandomi una scheda magnetica rossa. "Porta a questo livello l'ascensore. Vi condurrà direttamente al parcheggio sotterraneo dei mezzi d'emergenza. Io rimarrò qui a sorvegliare Valenti finché non arrivano gli agenti."
"E Elena?" chiesi, guardandomi intorno spaventata. La donna non era più nel raggio visivo.
"È scappata non appena le condutture sono esplose. Ma la polizia troverà anche lei. Adesso vai! Tua sorella non ha molto tempo!"
Non me lo feci ripetere due volte. Con un sovrumano sforzo fisico, mi caricai il braccio di Sofia sulle spalle. Mia sorella era ancora estremamente debole, incapacitata a camminare autonomamente, ma cercava di muovere i piedi per aiutarmi.
"Forza, Sofia... ce la facciamo," le sussurrai, trascinandola lungo il corridoio invaso dal fumo.
Raggiungemmo la porta del montacarichi. Strisciai la scheda magnetica rossa sul lettore: la luce passò da rossa a verde ed i pesanti battenti d'acciaio si aprirono con un gong metallico. Entrammo dentro e spinsi il pulsante del piano parcheggio.
Mentre le porte dell'ascensore si chiudevano, guardai per l'ultima volta verso il laboratorio: il dottor Anselmi era immobile di fronte al Direttore Valenti, come una statua eretta a guardia dei propri peccati e della propria redenzione.
L'ascensore salì rapidamente. Quando le porte si riaprirono al piano parcheggio, l'aria fresca della notte mi investì i polmoni come una benedizione. Il parcheggio era deserto, illuminato dal sfrecciare dei lampeggianti blu e rossi dei mezzi della polizia e delle ambulanze che stavano arrivando all'esterno dell'ospedale.
Ci siamo. Ce l'avevamo fatta. Eravamo fuori.
Trascinai Sofia verso l'uscita del parcheggio, cercando di attirare l'attenzione delle gazzelle della polizia che avevano appena sbarrato il perimetro.
"Aiuto! Qui! Siamo qui!" urlai con tutte le mie forze.
Due agenti della Polizia di Stato corsero verso di noi con le torce e le armi spianate. "Fermi! Rimanete dove siete!"
"Siamo le vittime! Per favore, mia sorella ha bisogno di cure immediate!" gridai, lasciandomi cadere in ginocchio insieme a Sofia sul cemento bagnato dalla pioggia.
Gli agenti ci raggiunsero, aiutandoci a rialzarci e coprendoci con delle coperte termiche. Un medico dell'ambulanza corse verso di noi con una lettiga. Sembrava che l'incubo fosse finalmente giunto al termine.
Ma mentre venivo adagiata sulla lettiga accanto a quella di Sofia, un'auto nera con i vetri oscurati partì a tutta velocità dal piano superiore del parcheggio, sfondando le transenne di sicurezza della polizia ed eliminando due ostacoli prima di sparire nella notte a fari spenti.
Riconobbi la silhouette alla guida di quell'auto attraverso il vetro frantumato: era Elena. E al suo fianco sul sedile del passeggero... c'era una cartella di pelle nera sigillata. La cartella contenente i nomi dei clienti internazionali dell'organizzazione ed i codici dei conti correnti offshore.
Un agente si avvicinò a me. "Signora, sta bene? È tutto finito adesso."
Guardai verso la strada buia dove l'auto di Elena era scomparsa. "No," sussurrai, stringendo la mano di mia sorella Sofia. "Non è finito per niente."






