Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili
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Il Segreto di Gianni: Le Manette Invisibili

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La luce del corridoio tagliò il buio dello studio come una lama d'affilata. Trattenni il fiato, schiacciandomi il più possibile contro il retro della grande poltrona di pelle nera, pregando che il buio nascondesse la mia figura rannicchiata. I miei polmoni bruciavano per la mancanza d'aria, ma non osavo muovere nemmeno un muscolo.

"Dove cazzo è finita?" ringhiò Gianni entrando nella stanza. La sua voce era deformata dalla rabbia. Accese la luce della scrivania, inondando l'ambiente di una tenue chiarezza giallastra.

Accanto a lui apparve la donna del bar, Elena. Vederla da vicino mi fece sobbalzare il cuore: era un'elegante signora sui quarant'anni, dai capelli biondi impeccabilmente acconciati e dal volto gelido, privo di qualsiasi emozione umana. Indossava un tailleur scuro e portava con sé una valigetta medica di pelle nera.

"Cerca bene, Gianni!" lo rimproverò Elena con voce glaciale. "Non può essere andata lontano. Questa stanza non ha uscite secondarie e le finestre sono sbarrate. È qui dentro."

Gianni iniziò a perquisire la stanza freneticamente, rovesciando le sedie e strappando i libri dagli scaffali. Sentivo i suoi passi pesanti avvicinarsi sempre di più al mio nascondiglio. Se mi avesse trovata lì, impaurita e senza difese, non avrei avuto alcuna possibilità.

In un gesto disperato di sopravvivenza, scivolai lateralmente lungo il bordo del tappeto mentre Gianni si curvava per controllare sotto la scrivania. Sfruttando l'angolo cieco creato dall'enorme libreria, strisciai silenziosamente verso la porta lasciata socchiusa. Il dolore alla ferita chirurgica sul mio addome mi provocò una fitta tremenda, ma morsi il mio stesso labbro fin quasi a farlo sanguinare pur di non emettere alcun suono.

Riuscii a scivolare fuori dallo studio ed entrare nel corridoio buio. Non potevo scappare dalla porta principale: sapevo che Gianni l'aveva chiusa a doppia mandata e le chiavi erano nelle sue tasche. L'unica mia speranza era la porta di servizio che dava sul garage, che spesso rimaneva sbloccata dall'interno.

A piedi scalzi, correndo il più velocemente possibile nonostante la debolezza e il capogiro, raggiunsi la porta del garage, abbassai la maniglia e sgattaiolai fuori nella notte fredda e piovosa. La pioggia battente mi inzuppò immediatamente i vestiti leggeri e i capelli, ma la sensazione dell'acqua fredda sulla pelle mi restituì un pizzico di lucidità.

Non potevo andare alla polizia locale. Se Gianni era così potente da condizionare i medici e falsificare documenti ospedalieri, chi poteva garantirmi che non avesse alleati anche tra le forze dell'ordine? Dovevo scoprire di più sul Progetto 'Anima Pulita' e sulla sorte di quella povera Beatrice prima di poter accusare Gianni con prove inoppugnabili.

L'unico luogo da cui potevano provenire queste risposte era l'ospedale dove ero stata ricoverata. C'era un medico, il dottor Anselmi, il chirurgo che mi aveva operata: ricordavo chiaramente lo sguardo di pura colpa nei suoi occhi quando firmò le mie dimissioni. Lui sapeva.

Camminai per oltre due ore sotto la pioggia battente, nascondendomi tra le ombre degli alberi ogni volta che vedevo i fari di un'auto illuminare l'asfalto. Ogni passo era una tortura, ma la rabbia e la determinazione stavano gradualmente sostituendo il terrore. Non ero più solo la sposa sottomessa ed ingenua; ero una donna tradita che lottava per la propria vita.

Verso le tre del mattino raggiunsi l'ala posteriore del complesso ospedaliero San Girolamo. La struttura era immersa nel silenzio, interrotto soltanto dal ronzio costante dei generatori e dal rumore dei condizionatori. Conoscevo l'entrata secondaria utilizzata dai fornitori grazie ai giorni trascorsi lì durante le visite preliminari. La porta a spinta non era chiusa a chiave.

Mi intrufolai all'interno, camminando lungo i corridoi sotterranei illuminati dai tubi al neon che tremolavano lugubremente. Il forte odore di disinfettante e anestetico mi provocò una nausea improvvisa. Evitando le telecamere di sicurezza muovendomi a ridosso delle pareti, mi diressi verso l'archivio clinico situato al piano interrato.

La porta dell'archivio era protetta da una tastiera numerica. Rimasi pietrificata. Come potevo entrare senza il codice?

Proprio mentre disperavo, un rumore di carrello mi costrinse a nascondermi dentro la nicchia di una porta tagliafuoco. Un addetto alle pulizie, distratto e con le cuffie nelle orecchie, digitò una sequenza sul tastierino: 4-0-2-2. La porta scattò. Quando l'uomo entrò per lasciare un sacco di biancheria e ne uscì poco dopo senza bloccare bene la porta, approfittai immediatamente dell'occasione per scivolare dentro.

L'archivio era un labirinto sconfinato di scaffali metallici alti fino al soffitto, ricolmi di migliaia di cartelle cartacee e scatole d'archivio. Cercai la sezione riservata ai ricoveri recenti dell'ultimo anno. Cercavo il nome: Beatrice Moretti.

Dopo venti minuti di frenetica ricerca al buio, facendomi luce solo con un piccolo portachiavi luminoso trovato su una scrivania, la mia mano si fermò su un faldone di colore rosso acceso con sopra scritto "RISERVATO - TRAPIANTI D'URGENZA".

Lo aprii con le mani tremanti. Leggendo i documenti contenuti all'interno, il mondo mi crollò addosso.

La foto di Beatrice era lì. Era una ragazza bellissima, somigliante in modo inquietante a me per tratti del viso e colore di capelli. Ma la scoperta più orribile fu il rapporto d'intervento chirurgico di soli tre giorni prima: la pazente Beatrice Moretti era stata dichiarata morta cerebrale a seguito di un incidente stradale dubbio, ed i suoi organi erano stati espiantati in segreto. E la destinataria principale di quel traffico illecito... ero io.

Anzi no. Rileggendo meglio la scheda, trasalii: non avevo ricevuto un organo. La mia cartella era stata usata per coprire la scomparsa dei tessuti organici di Beatrice, destinati al mercato nero internazionale gestito da Elena e Gianni! Io non ero stata operata all'appendice: mi avevano impiantato un dispositivo di monitoraggio sotto la pelle durante un falso intervento per tenere sotto controllo i miei parametri biologici!

"Una scoperta affascinante, vero Francesca?"

Una voce fredda risuonò alle mie spalle nel silenzio dell'archivio. Mi girai di scatto, lasciando cadere il faldone. Sullo sfondo della porta d'ingresso c'era il dottor Anselmi. Ma non era solo. Ai suoi lati c'erano due uomini enormi vestiti da guardie giurate, ed in mano il medico teneva una siringa già pronta.

"Ha scoperto troppo, Dottore," disse una delle guardie. "Gianni ha detto di eliminarla senza lasciare tracce."