Il suono secco della porta di sicurezza che si spalancava rimbombò lungo il corridoio deserto del quinto piano, facendo vibrare ogni singola fibra del mio corpo. La voce di Gianni al telefono era stata chiara: non c'era più spazio per le simulazioni o per i tentativi di sedazione. Volevano eliminarmi, e volevano farlo subito.
Sganciai la cornetta lasciandola cionolare dal filo e mi guardia intorno freneticamente. Lo studio del Direttore Sanitario era grande, ma privo di vere uscite secondarie. L'unica finestra dava su un cornicione esterno alto più di venti metri dal cortile asfaltato sottostante. Guardai giù attraverso i vetri rigati dalla pioggia: il vuoto era vertiginoso, ma sul cornicione c'era una stretta passerella di servizio usata dai lavavetri che portava verso l'ala ovest dell'edificio.
Era un suicidio, ma rimanere lì dentro significava una morte certa per mano di Gianni.
Aprii la finestra. Il vento gelido e la pioggia battente mi schiaffeggiarono il volto, facendomi quasi perdere l'equilibrio. Con il cuore in gola, scavalcai il davanzale e appoggiai i piedi nudi sul freddo e scivoloso cornicione di pietra. L'altezza mi provocò una fortissima nausea, ma strinsi le dita contro le fessure del muro di mattoni e iniziai a muovermi passo dopo passo verso sinistra, mentre la tempesta infuriava intorno a me.
Nemmeno dieci secondi dopo, sentii la porta dello studio venire abbattuta con violenza.
"Francesca!" ruggì la voce di Gianni dall'interno della stanza.
Lo vidi affacciarsi alla finestra aperta. Il suo volto, illuminato dai lampi, era sfigurato da una smorfia d'ira brutale. Aveva in mano una pistola nera, la cui canna lucida rifletteva i bagliori della tempesta.
"Sei completamente impazzita!" urlò sopra il rumore del vento. "Pensi di poterti salvare scappando di qui? Fermati o ti sparo!"
"Preferisco morire sfracellata che lasciarmi toccare da te, mostro!" gli urlai contro con quanto fiato avevo nei polmoni, continuando a scivolare sul cornicione mentre l'acqua mi accecava gli occhi.
Gianni sollevò l'arma e prese la mira. Chiusi gli occhi aspettandomi il colpo fatalmente imminente, ma prima che potesse premere il grilletto, una figura comparve alle sue spalle nello studio e gli afferrò bruscamente il braccio. Era Elena.
"Sei idiota, Gianni?!" gridò Elena spingendolo indietro. "Se le spari qui fuori, il rumore del teschio esploso o la pallottola sveglierà l'intero quartiere! Il Direttore ha detto niente armi da fuoco dentro la struttura! Dobbiamo farla sembrare una disgrazia o un suicidio!"
"Sta scappando verso l'ala ovest!" protestò Gianni inferocito.
"L'ala ovest è bloccata per i lavori di demolizione interna!" ribatté Elena con voce fredda e calcolata. "Non ha dove andare. Possiamo intercettarla dalla terrazza del quarto piano. Muoviti!"
I due sparirono dalla finestra. Approfittai di quei preziosi secondi di distrazione per accelerare i miei passi. Raggiunsi finalmente una piccola porta di servizio in metallo che dava sulla scala d'incendio dell'ala ovest. Con un ultimo sforzo disperato, spinsi la porta ed entrai di scatto, chiudendola dietro di me e inserendo il catenaccio interno.
Mi accasciai a terra nel buio pestesto della scala di emergenza, tremando in modo incontrollabile per il freddo e per lo shock. La ferita all'addome sanguinava leggermente, macchiando la veste bianca che indossavo. Ma non potevo permettermi di svenire.
Tirai fuori dalla tasca della veste l'unica cosa che ero riuscita a raccogliere dalla scrivania del Direttore Sanitario prima di scappare: una chiave USB nera con inciso un codice seriale. Era collegata alla porta USB del computer quando era aperta la mail del Sindaco. Se lì dentro c'erano i file criptati del Progetto 'Anima Pulita', avevo in mano la bomba atomica che poteva distruggere l'intera organizzazione.
Ma per usarla e denunciare tutti, dovevo uscire viva da quell'ospedale incubo.
Mentre scendevo lentamente i gradini nel buio, cercando di non fare rumore, la mia mente tornò alla lettera di Beatrice trovata nello studio di Gianni. C'era un dettaglio che mi era sfuggito prima: "La clinica dove ti hanno operata non è un ospedale comune, è la loro centrale. Cerca il file sul progetto 'Anima Pulita'... Io non sono riuscita a salvarmi, ma tu..."
Beatrice sapeva della chiave USB? O c'era qualcos'altro nascosto nei sotterranei?
Raggiunsi il piano interrato dell'ala ovest. L'aria qui era ancora più pesante, carica di un forte odore di muffa e sostanze chimiche. Camminando a tentoni lungo un corridoio polveroso illuminato soltanto dalla fioca luce di emergenza verde, mi imbattei in una serie di porte blindate. Su ciascuna porta era stampato un simbolo medico affiancato dal logo di una società privata: Aethelgard Life Sciences.
Una delle porte era socchiusa. Spinta da un tragico presentimento, spinsi delicatamente il battente ed entrai.
Ciò che vidi mi bloccò il sangue nelle vene.
La stanza non era un semplice deposito: era un laboratorio clandestino avanzatissimo. Lungo le pareti c'erano decine di vasche cilindriche di vetro piene di un liquido azzurrognolo. E dentro una di quelle vasche... giaceva il corpo di una donna immobilizzata con elettrodi e tubi per la respirazione.
Mi avvicinai lentamente, con le mani che mi coprivano la bocca per soffocare un urlo.
Il volto della donna immersa nel liquido... era identico al mio. Non era Beatrice. Non era un'altra vittima.
Era la mia sorella gemella, che i miei genitori mi avevano sempre detto essere morta alla nascita trent'anni prima.
"Ti piace la sorpresa, Francesca?"
La voce di Gianni risuonò dalle ombre in fondo al laboratorio. Ma questa volta non era solo. Al suo fianco c'era un uomo anziano ed elegante in abito da sera, con un bastone dall'impugnatura d'argento. Il Direttore Sanitario. E dietro di loro, Elena tenne spianata una pistola dotata di silenziatore.
"Ti presento tua sorella Sofia," disse Gianni con un sorriso diabolico. "La vera ereditiera dell'impero farmaceutico dei tuoi genitori... e la vera ragione per cui ti ho sposata."






