Tre mesi dopo.
La luce calda del sole primaverile illuminava il piccolo giardino della nostra nuova casa sulla costa della Toscana. L'aria profumava di sale, pini marittimi e lavanda in fiore. Dalla veranda si godeva una vista spettacolare sul mare azzurro che si fondeva con l'orizzonte senza confini.
Io e mia sorella Sofia sedevamo ad un tavolo di legno bianco, sorseggiando del tè fresco. Il tempo ed le cure mediche adeguate avevano restituito a Sofia il colore sulle guance ed una nuova, ritrovata energia. Non era più la cavia immobile e pallida della vasca chimica del San Girolamo: era una donna viva, forte, pronta a riprendersi il futuro che le era stato rubato per trent'anni.
La mia cicatrice sull'addome continuava a ricordarmi l'incubo vissuto, ma non era più un marchio di terrore. Era diventata la cicatrice di una guerriera che aveva lottato contro le ombre ed aveva vinto.
Un'auto scura si fermò davanti al cancello in legno della tenuta. Ne uscì il commissario Marco Riva, vestito in abiti civili ed con un sorriso stanco ma genuino stampato sul viso. Portava sotto il braccio una grossa cartella d'archivio in pelle.
"Buongiorno, ragazze," disse Riva attraversando il giardino ed accettando la sedia che gli offrii. "Vi trovo in forma splendida."
"Grazie a te, Marco," rispose Sofia sorridendo. "Quali notizie ci porti dalla città?"
Il commissario appoggiò la cartella sul tavolo. "Oggi si è concluso l'ultimo grado del processo d'urgenza presso il Tribunale di Firenze. La sentenza è appena stata emessa."
Trattenni il respiro, stringendo la mano di Sofia sotto il tavolo. "Elena?"
"Ergastolo senza condizionale," annunciò Riva con tono solenne. "Scontato in una struttura penitenziaria ad massima sicurezza con isolamento medico. Il Direttore Valenti è stato condannato a trent'anni di reclusione, ed il Sindaco ha rassegnato le dimissioni prima di essere arrestato per associazione a delinquere e traffico illecito. La Aethelgard Life Sciences è stata sequestrata dallo Stato ed i suoi beni verranno utilizzati per creare una fondazione per le vittime di reati medici."
Un profondo sospiro di sollievo uscì dal mio petto. La giustizia, quella vera ed inesorabile, aveva infine fatto il suo corso.
"E per quanto riguarda noi?" chiese Sofia. "Le nostre identità?"
Riva sorrise, aprendo la cartella ed estraendo due nuovi passaporti ed atti di nascita ufficiali. "Siete ufficialmente cittadine libere. Nessun registro segreto, nessun codice genetico sul dark web. La polizia informatica ha distrutto ogni copia dei file del Progetto 'Anima Pulita'. Voi due non siete più le 'cavie Francesca e Sofia'. Siete semplicemente due sorelle con un'intera vita davanti."
Prese il mio passaporto con le mani che mi tremavano leggermente per la commozione. Guardai la mia foto sul documento: non vedevo più la donna impaurita e sottomessa della stanza 402 dell'ospedale. Vedevo una donna che aveva affrontato i propri demoni ed era rinata dalle ceneri dell'inganno.
"C'è un'ultima cosa che dovete sapere," aggiunse Riva guardandomi negli occhi. "Abbiamo completato l'inventario dei beni personali di Gianni Moretti. Prima di morire, ha rilasciato una deposizione scritta al dottor Anselmi in cui ammetteva tutto, ma ha lasciato anche una lettera indirizzata a te, Francesca."
Riva estratse una piccola busta bianca sigillata e la posò sul tavolo davanti a me.
Guardai la busta per lunghi secondi. La grafia di Gianni... l'uomo che mi aveva ingannato, picchiato ed cercato di uccidere. Per un attimo sentii la tentazione di bruciarla senza nemmeno aprirla. Ma sapevo che per chiudere definitivamente ogni legame con il passato, dovevo leggere cos'aveva da dire per l'ultima volta.
Aprii la busta ed estrassi il foglio. La lettera conteneva solo poche righe scritte con mano tremante nei suoi ultimi momenti di vita:
"Francesca, so che non meriterò mai il tuo perdono. Ho venduto la mia anima ad Elena per estinguere i miei debiti e per avidità. Ma voglio che tu sappia una cosa: nei primi tempi del nostro matrimonio, quando ancora non sapevo chi tu fossi veramente... io ti ho amata davvero. Il mostro che sono diventato ha distrutto quell'amore, ma spero che tu possa trovare la felicità che io ti ho rubato. Addio, mia dolce Francesca."
Rilessi quelle parole due volte. Poi, senza dire una parola, estrassi il accendino dal tavolo, appiccai il fuoco al foglio e lo lasciai bruciare all'interno di un posacenere di ceramica finché non ne rimase che cenere grigia che il vento della sera disperse verso il mare.
"Povero uomo," sussurrai guarda le ceneri volare via. "Ha scelto l'inferno quando avrebbe potuto avere il paradiso."
Sofia mi mise un braccio intorno alle spalle, appoggiando la testa sulla mia. "Ora siamo solo noi, Francesca. Finalmente libere."
Guardai il mare all'orizzonte, mentre il sole tramontava tingendo il cielo di sfumature rosa e dorate. Il buio dell'ospedale, le pareti fredde della prigione domestica ed i segreti di famiglia non potevano più toccarci. Le manette invisibili si erano spezzate per sempre.






