IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Il calore delle fiamme era diventato insopportabile. Il fumo denso e tossico della plastica bruciata riempiva l'aria all'interno del magazzino 4, rendendo impossibile respirare senza tossire violentemente. Il soffitto di lamiera minacciava di crollare definitivamente da un secondo all'altro.

«Beatrice! Fuori, subito! Non c'è più tempo!» urlo De Luca cercandomi di trascinare verso l'uscita laterale.

Guardai la scialuppa a idrogetto di De Santis che si allontanava nell'oscurità del golfo, fendendo le onde alte tra le carcasse in fiamme dei container della nave Astra. L'assassino di mio padre stava scappando. Ma poi il mio sguardo cadde su Marco, svenuto a terra con la testa insanguinata, e su Linda, le cui gambe erano bloccate dalla pesante trave in acciaio. Il fuoco era a meno di due metri da loro.

La tentazione di voltarmi e lasciarli al loro destino fu un impulso primordiale, feroce e quasi travolgente. Avevano infamato mio padre, mi avevano torturata psicologicamente, mi avevano reciso la treccia nell'oscurità di casa mia come se fossi un oggetto di loro proprietà, e avevano tentato di distruggere la mia dignità e la mia vita professionale. Sarebbe bastato fare tre passi indietro e lasciar fare al fuoco.

Ma in quel preciso istante, la voce di mio padre risuonò nella mia memoria, chiara e limpida come quando ero bambina: «Un ufficiale non sceglie chi salvare in base a chi merita di vivere, Beatrice. Un ufficiale rispetta la vita, perché è ciò che ci distingue dai criminali.»

«Non lascerò che questo fuoco cancelli la loro giustizia», dissi con fermezza, divincolandomi dalla presa di De Luca. «Se muoiono stasera, non sconteranno nemmeno un giorno di prigione per quello che hanno fatto!»

Corsi verso la trave d'acciaio che bloccava Linda. Afferrai una barra di ferro spezzata da terra e la infilai sotto la trave, usandola come leva con tutte le mie forze residue.

«Aiuto! Beatrice... ti prego!» piagnucolava Linda, la cui arroganza si era completamente dissolta in un terrore infantile. Le sue mani coperte di anelli preziosi cercavano disperatamente di afferrare le mie maniche. «Salvami! Ti darò tutto il denaro! Ti darò la villa, le azioni... tutto!»

«Zitta!» ruggii, spingendo verso il basso la barra di ferro. Con un cigolio metallico, la trave si sollevò di venti centimetri. «De Luca, tirala fuori!»

De Luca scattò in avanti e afferrò Linda per le ascelle, trascinandola lontano dal perimetro del fuoco. Senza perdere un solo secondo, mi girai verso Marco. Mi chinai sul corpo di mio marito, lo afferrai per il colletto della giacca da smoking e lo trascina di peso lungo il pavimento di cemento, mentre le faville incandescenti mi bruciavano la pelle delle braccia e del collo.

Un secondo dopo che fummo usciti dalla porta laterale del magazzino, l'intero tetto della struttura crollò verso l'interno con un boato apocalittico, sollevando una pioggia di macerie e fiamme che inghiottì completamente la cassa 42 e i resti dell'archivio.

Eravamo sulla banchina all'aperto, bagnati dalla pioggia gelida che cadeva senza sosta dal cielo nero. Marco riprese conoscenza tossendo e sputando fumo, guardandomi con occhi sgranati di puro terrore ed incredulità.

«Perché... perché mi hai salvato?» mormorò con voce spezzata, tremando mentre si toccava la ferita alla testa.

Mi chinai su di lui, il mio viso a pochi centimetri dal suo, il mio sguardo privo di qualsiasi traccia di affetto o compassione. «Non ti ho salvato perché ti amo, Marco. Ti ho salvato perché pretendo di vederti camminare in ammanettato davanti a tutta la città. Pretendo che tu e tua madre passiate ogni singolo giorno del resto della vostra vita dentro una cella a pensare a quello che avete fatto a mio padre e a me.»

Estrassi le manette di servizio dalla cintura di De Luca e bloccai i polsi di Marco alla balaustra di ferro della banchina, lasciandolo lì sotto la pioggia battente. Poi mi voltai verso il mare.

La scialuppa d'attacco di De Santis era ancora visibile in mezzo alla baia, ma era entrata in avaria: l'onda d'urto della seconda esplosione della nave Astra aveva danneggiato il motore a idrogetto dell'imbarcazione, che ora girava a vuoto incagliandosi pericolosamente contro le rocce frangiflutti della diga foranea esterna.

«L'avvocato è bloccato sulla diga!» disse De Luca afferrando la trasmittente d'ordinanza. «Chiamo la squadra navale d'assalto!»

«No, De Luca», lo fermai appoggiandogli la mano sul braccio. «La squadra navale impiegherà dieci minuti ad aggirare i relitti in fiamme. De Santis ha con sé la seconda valigetta con i codici bancari e ha una pistola. Se raggiunge la scogliera esterna via terra, sparirà nella rete dei suoi contatti prima dell'alba.»

Afferrai la custodia di gomma con il registratore a bobine di mio padre che avevo salvato dal fuoco e la consegnai a De Luca. «Tieni questa al sicuro. È la prova che riabiliterà mio padre.»

Poi mi incamminai a passo deciso verso il gozzo di servizio ormeggiato sotto il molo.

«Beatrice! Cosa hai intenzione di fare?» gridò De Luca seguendomi.

«Vado a chiudere i conti con l'assassino di mio padre», risposi salendo a bordo e azionando il motore a pieno regime.