IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Il dito di De Santis affondò sul pulsante rosso del detonatore. Un secondo dopo, una serie di boati assordanti scosse il terreno sotto i nostri piedi. Non si trattò di una sola esplosione, ma di una catena di deflagrazioni sottomarine guidate che partirono dalla carena della portacontainer Astra, ormeggiata a meno di trenta metri dal magazzino.

Una fiammata gigantesca si levò verso il cielo di La Spezia, illuminando la notte a giorno ed eruttando una colonna di fumo nero e denso. L'onda d'urto dell'esplosione investì il magazzino 4: le vetrate superiori si frantumarono in milioni di schegge affilate che piovvero come una grandine mortale sul pavimento di cemento, mentre la struttura in lamiera iniziò a piegarsi ed oscillare pericolosamente.

«Tutti a terra!» gridò De Luca scivolando verso di me per farmi da scudo con il suo corpo.

I piloni di sostegno del soffitto cedettero sotto il peso delle travi piegate. Una delle guardie di De Santis venne travolta dalla caduta di un montacarichi, mentre l'altra si diede a una fuga disperata verso la banchina aperta, scomparendo tra il fumo e le fiamme.

Nel caos dell'esplosione, Linda venne sbalzata dalla sua sedia a rotelle e cadde rovinosamente a terra, urlando di dolore mentre la sua pistola cromata scivolava lontano, finendo proprio sotto la cassa di metallo 42. Marco, invece di aiutare sua madre, strisciò con disperazione verso l'avvocato De Santis, afferrandolo per la gamba dei pantaloni.

«Vittorio! Portami via con te! Hai i codici d'accesso del conto di rifugio a Nassau! Devo venire con te!» supplicò Marco, il viso coperto di fuliggine e lacrime di terrore.

De Santis guardò mio marito con un'espressione di totale disgusto. Senza pronunciare una singola parola, estrasse una piccola pistola tascabile dalla giacca e colpì Marco alla testa con il calcio dell'arma, facendolo svenire sul colpo e lasciandolo steso sul pavimento a pochi centimetri dalla tanica di benzina rovesciata che ora iniziava a prendere fuoco.

«Sei sempre stato un peso morto, Marco. Esattamente come tuo padre», disse De Santis con voce gelida.

L'avvocato afferrò la seconda valigetta di metallo contenuta nella cassa 42 – quella con i registri contabili originali dei pagamenti illeciti – e si voltò verso la porta d'uscita che dava sul molo privato, dove una scialuppa d'attacco veloce a idrogetto lo attendeva a motore acceso.

«Non andrai da nessuna parte, De Santis!» gridai, rialzandomi a fatica da terra nonostante il dolore alla spalla sinistra colpita da un detrito. Stringevo saldamente la pistola di De Luca nella mano destra.

De Santis si fermò sulla soglia, la sagoma silhouettata dalle fiamme gigantesche della nave Astra che stava lentamente affondando nell'acqua del porto. Il suo viso era rigido, deformato da un sogghigno di rabbia spietata.

«Beatrice... sei proprio un capitano testardo», disse l'avvocato alzando la sua pistola tascabile verso di me. «Tuo padre ha commesso lo stesso errore venticinque anni fa. Pensava che la legge potesse fermare il flusso dei soldi veri. Gli ho sparato io stesso su quel molo, sai? L'ho guardato negli occhi mentre affondava nelle acque del golfo con un blocco di cemento legato alle caviglie, e poi ho scritto io il rapporto di polizia che lo definiva un traditore della patria!»

Quelle parole mi trapassarono l'anima come una lama incandescente. La conferma diretta dell'assassinio di mio padre dalla bocca del suo esecutore spezzò l'ultimo frammento di esitazione dentro di me.

«Il tempo delle tue menzogne è finito», dissi con voce ferma come l'acciaio.

De Santis prese la mira per sparare, ma prima che potesse premere il grilletto, De Luca apparve di lato e sparò due colpi di precisione che colpirono l'avvocato alla spalla e al braccio armato. De Santis cacciò un urlo di dolore, lasciando cadere l'arma e la valigetta metallica che ruzzolò sulla banchina, aprendosi e disperdendo nel vento centinaia di documenti riservati firmati dalla società di Linda.

De Santis, ferito ma spinto dalla disperazione di chi sa di affrontare l'ergastolo, si lasciò cadere oltre la balaustra della banchina, tuffandosi nell'acqua scura e tempestosa del porto per raggiungere la scialuppa a idrogetto.

«Beatrice! Dobbiamo uscire di qui! Il magazzino sta crollando!» gridò De Luca afferrandomi per il braccio.

Le fiamme della benzina avevano ormai raggiunto la struttura in legno centrale. Linda, intrappolata sotto una trave metallica caduta, gridava disperatamente il nome di suo figlio, mentre Marco giaceva ancora privo di conoscenza a pochi metri dal fuoco che si propagava rapidamente.

Mi trovai di fronte a una scelta devastante: inseguire l'assassino di mio padre nell'acqua tempestosa o salvare la vita delle due persone che avevano distrutto la mia esistenza e tentato di cancellare il mio futuro.