IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Le parole dell'ammiraglio Serra mi assestarono un colpo al cuore più devastante di qualsiasi minaccia fisica. L'asfalto bagnato della provinciale rifletteva le luci lontane del porto di La Spezia mentre la pioggia iniziava a cadere fitta, picchiando violenta contro il parabrezza scheggiato della mia auto.

«Un mandato d'arresto? Ammiraglio, di cosa sta parlando?» gridai nel vivavoce, cercando di mantenere il controllo della vettura mentre i fari del SUV nero dietro di me si facevano sempre più vicini e minacciosi. «Sono stata aggredita in casa mia da uomini armati! Marco e Linda sono coinvolti in un traffico con la nave Astra!»

«È trappola, Beatrice!» la voce dell'ammiraglio era disturbata dalle interferenze radio. «Mezz'ora fa è arrivata una segnalazione anonima ma dettagliatissima al Comando Generale di Roma, accompagnata da scansioni di documenti bancari a tuo nome stilati su conti off-shore a Panama. Dicono che hai usato la tua recente promozione per autorizzare il transito di tre container di materiale bellico non dichiarato! I carabinieri del Nucleo Operativo stanno già perquisendo il tuo ufficio. Se ti costituisci adesso, ti rinchiuderanno in isolamento senza possibilità di parlare con nessuno!»

I fari abbaglianti del SUV dietro di me illuminarono l'interno della mia auto. Un urto violento al paraurti posteriore fece sbandare la vettura verso il ciglio della scogliera. Le ruote stridettero paurosamente sull'erba bagnata prima che riuscessi a raddrizzare lo sterzo. Marco e la sua rete d'entrata avevano calcolato tutto: non volevano solo farmi dimettere, volevano neutralizzarmi completamente, trasformandomi nel capro espiatorio perfetto prima che potessi mostrare la registrazione della notte o accedere alle prove sulla morte di mio padre.

«Ammiraglio... ascoltami bene», dissi con voce ferma, reprimendo le lacrime di rabbia. «Mio padre non era un traditore. E io non sono la loro pedina. Non mi prenderanno.»

«Beatrice, aspetta! Non fare colpi di testa—»

Chiusi la chiamata e scagliai il telefono fuori dal finestrino rotto. Il dispositivo volò nell'oscurità, scomparendo tra le onde infrante sulle rocce sottostanti. Senza il segnale GPS del cellulare, sarei stata più difficile da localizzare per i radar della polizia e per i mercenari che mi inseguivano.

Svolta all'improvviso in una stradina sterrata secondaria che s'ramificava tra la macchia mediterranea, spegnendo completamente i fari della macchina. Procedetti a fari spenti per duecento metri nell'oscurità più profonda, sfruttando la sola luce della luna tra le nuvole, finché l'auto non s'incagliò contro un cespuglio di ginepro. Il SUV nero proseguì a tutta velocità lungo la strada principale, i suoi abbaglianti che fendevano la notte verso la città.

Avevo guadagnato qualche minuto, niente di più. Afferrai la mia borsa di pelle nera e la cartella rigida lasciata dall'aggressore, poi abbandonai la vettura e mi immersi a piedi tra gli alberi, diretta verso il promontorio del Faro di San Vito.

Il faro era un'antica struttura di pietra dismessa negli anni ottanta, abbarbicata su uno sperone roccioso a picco sul mare. Mio padre vi mi portava spesso da bambina; era il suo luogo segreto di meditazione quando le tensioni del servizio si facevano insopportabili. Sapevo che sotto la torre principale esisteva un vecchio rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale, la cui entrata era nascosta da una grata d'acciaio coperta dall'edera.

Raggiunsi la struttura stremata, con le mani insanguinate per via dei graffi dei rovi e i vestiti inzuppati d'acqua e pioggia. Con la torcia tattica schermata dalla mano, individuai la botola segreta. Azionai la leva arrugginita sfruttando tutto il peso del mio corpo finché il ferro non cedette con un cigolio soffocato. Scesi i gradini di cemento umido, richiusi la grata sopra di me e mi accasciai al suolo nell'oscurità del sottosuolo, respirando l'odore stantio di salnitro e polvere antica.

Ero al sicuro, almeno per il momento. Ero diventata un latitante nella mia stessa città, accusata del crimine più abietto per un ufficiale di marina, braccata sia dalla legge che dalla malavita.

Accesi la torcia a bassa intensità e aprii la cartella rigida recuperata dall'aggressore. Oltre alle carte nautiche e alle coordinate d'immersione nel golfo, c'era una busta di carta di riso ingiallita dal tempo. Sulla parte frontale c'era la grafia inconfondibile di mio padre: Per Beatrice, se mai dovessi trovarmi al buio.

Con le dita tremanti aprii la busta. Dentro non c'erano contratti o lettere di scuse, ma una serie di diapositive fotografiche scattate nel 1998 e una chiave d'ottone di forma inconsueta, recante l'incisione di un numero: Cassa 42 - Deposito Doganale Vecchio Porto.

Esaminai la prima diapositiva contro la luce della torcia. La foto ritraeva un giovanissimo avvocato Vittorio De Santis mentre stringeva la mano a un uomo in divisa ufficiale dell'Esercito Italiano. Ma la cosa sconvolgente era lo sfondo: alle loro spalle, sul ponte della nave Astra di venticinque anni prima, venivano caricati casse di metallo recanti il simbolo di rischio radiologico. Mio padre aveva fotografato l'inizio del vero traffico illegale.

Improvvisamente, un rumore di passi pesanti rimbombò sul soffitto di cemento sopra la mia testa. Qualcuno era appena entrato nella torre del faro. Ma quello che mi fece gelare il sangue fu il suono di una radio di servizio della polizia che gracchiava a pochi metri dalla botola d'accesso: «Unità uno a Centrale, abbiamo trovato tracce di sangue sul perimetro del faro. Il capitano Riva è qui dentro.»