IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Le parole di Linda risuonarono nel magazzino come una condanna a morte. Mio marito Marco tremava visibilmente, le sue mani bagnate di sudore faticavano a far leva con lo scalpello contro la chiusura arrugginita della cassa di metallo verde.

«Madre... ti prego, non c'è bisogno di arrivare a questo», la voce di Marco era spezzata dal terrore. «Beatrice è in fuga, i Carabinieri la stanno cercando per alto tradimento. Possiamo semplicemente prendere i contratti e sparire all'estero con il denaro della Astra!»

«Stupido!» strillò Linda, e per la prima volta vidi la sua maschera di aristocratica signora della buona società sgretolarsi completamente, rivelando un mostro cinico e spietato. «Tuo padre era uno stupido come te! Pensava di poter fare affari con la mafia dei trasporti e poi ritirarsi quando le cose si facevano calde. Venticinque anni fa l'ispettore Riva scoprì che la nostra azienda trasportava scorie radioattive sotto la copertura di macchinari agricoli. Se tuo padre non avesse fatto sparire quel poliziotto con l'aiuto di De Santis, la nostra famiglia sarebbe finita in miseria ed ergastolo!»

«E allora perché hai costretto me a sposare sua figlia?» gridò Marco, fermando lo scalpello e voltandosi verso la madre con gli occhi sgranati di rabbia. «Perché mi hai costretto a vivere per sette anni con la figlia dell'uomo che voi avete assassinato?»

«Perché era l'unico modo per tenere sotto controllo la famiglia Riva!» rispose Linda con una risata stridula e priva di umanità. «Finché Beatrice era tua moglie, potevamo monitorare ogni suo movimento nella Polizia Marittima! Potevamo sapere in anticipo quali dossier venivano riaperti e quali ispezioni venivano programmate! Ma la sua promozione a Capitano ha distrutto il controllo. Un capitano ha accesso agli archivi crittografati senza bisogno di autorizzazioni superiori. Stasera avrebbe scoperto tutto comunque!»

Nascosta dietro la struttura di supporto in acciaio fuori dalla porta laterale, sentii un dolore lancinante al petto. Sette anni di matrimonio, sette anni di apparente amore, rispetto e vita condivisa erano stati soltanto una messa in scena macabra orchestrata per proteggere un impero criminale costruito sul sangue di mio padre.

De Luca mi toccò la spalla, facendomi cenno con la testa di rimanere calma. Con un gesto rapido della mano mi indicò le due guardie armate: lui si sarebbe occupato di loro, mentre io avrei dovuto neutralizzare la situazione all'interno.

Con un colpo secco, Marco riuscì finalmente a spezzare l'ultimo lucchetto della cassa 42. Il coperchio di ferro pesante si aprì con un suono metallico profondo, liberando una nuvola di polvere antica. Dentro vi erano due grandi valigette di metallo sigillate e un registratore a bobine d'epoca, avvolto in una custodia impermeabile di gomma nera.

Marco allungò la mano per afferrare la tanica di benzina, pronto a versare il combustibile dentro la cassa, ma prima che potesse versare una sola goccia, De Luca spalancò la porta d'accesso con un calcio e sparò due colpi rapidi in aria.

«Fermi tutti! Carabinieri!» ruggì De Luca, irrompendo nel magazzino con la pistola puntata contro le guardie giurate.

Le due guardie, colte di sorpresa, lasciarono cadere le armi a terra alzando le mani sopra la testa. Ma Linda non esitò un solo istante: con una reattività fredda e sconvolgente per la sua età, girò la sua pistola cromata verso De Luca e fece fuoco tre volte.

I proiettili impattarono contro il pilone d'acciaio accanto a De Luca, costringendolo a gettarsi a terra dietro un carrello merci. In quello stesso secondo di caos, io scattai dal lato opposto, sgambettando Marco che cadde rovinosamente sul pavimento di cemento, facendo volare la tanica di benzina che si rovesciò senza prendere fuoco.

«Beatrice!» urlo Marco da terra, guardandomi con gli occhi pieni di terrore e vergogna.

Ignorai completamente mio marito e mi lanciai verso la cassa 42. Afferrai la custodia di gomma con il registratore a bobine e la prima valigetta di metallo, stringendole al petto.

«Ridammeli, maledetta parassita!» gridò Linda, puntando la pistola cromata direttamente contro il mio petto con mano ferma. «Tuo padre era un idealista fallito e tu sei identica a lui! Non uscirai viva da questo porto!»

Guardai mia suocera dritto negli occhi, sentendo un gelido senso di fermezza pervadermi il corpo. «La differenza tra me e mio padre, Linda, è che io so esattamente quanto sei spietata.»

Prima che Linda potesse premere il grilletto, le luci del magazzino si spensero all'improvviso, coperte dal suono sordo di un altoparlante di emergenza che iniziò a risuonare lungo tutte le banchine del porto: «Attenzione! Unità navale Astra under sequestro giudiziario d'urgenza! Tettoia molo 4 circondata dal Nucleo Speciale Guardia Costiera!»

Dall'esterno del magazzino, il ruggito dei motori di tre motovedette d'attacco rapido della Guardia Costiera fendette la notte, accompagnato dalle sirene spiegate delle pattuglie di terra che bloccavano ogni via di fuga dal porto.

Linda sgranò gli occhi nel buio, disorientata. Ma proprio mentre cercava di riposizionarsi, l'imponente sagoma dell'avvocato Vittorio De Santis apparve dalla porta posteriore del magazzino, scortato da due uomini armati di mitragliette.

«Linda, vecchia stupida, hai perso tempo!» gridò De Santis, sfilando una chiavetta USB dalla tasca e inserendola nel pannello di controllo della gru della banchina. «L'ammiraglio Serra ha appena revocato l'ordine d'arresto! Hanno intercettato i trasferimenti bancari del tuo conto svizzero! Dobbiamo far saltare la nave e il deposito adesso!»

De Santis premette il pulsante rosso del detonatore d'emergenza installato sul pannello della gru, collegato alle stive della portacontainer Astra.