IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Il sole splendeva alto e limpido sopra il golfo di La Spezia, riflettendo la sua luce dorata sulle acque sferzate dal vento della sera prima. La tempesta era passata, lasciando spazio a un cielo azzurro e terso che sembrava ripulire l'aria dell'intera città marittima.

Il Molo Italia, la banchina d'onore della Capitaneria di Porto, era addobbato a festa con i colori della bandiera italiana e i gran pavesi di segnalazione navale che sventolavano orgogliosi nel vento marino. Centinaia di persone si erano radunate lungo le ringhiere di protezione: cittadini, giornalisti, ufficiali di marina, marinai e le massime autorità civili e militari della regione Liguria.

Al centro del palco d'onore vi era un grande quadro coperto da un drappo di velluto blu e oro.

Camminai lungo il tappeto rosso steso sulla banchina, scortata dal maggiore Carlo De Luca in alta uniforme dei Carabinieri e dall'ammiraglio Serra. Indossavo la mia divisa da Capitano di Vascello, con i bottoni d'oro lucidati a specchio e la sciabola di servizio al fianco. La mia testa era alta, i miei capelli corti acconciati con elegante severità, privi di qualsiasi vergogna o imbarazzo per la treccia perduta.

Tra la folla scorsi mia madre, seduta in prima fila su una sedia d'onore. Le sue condizioni di salute si erano stabilizzate non appena aveva appreso che ero in salvo e che il nome di suo marito era stato finalmente purificato da ogni sospetto. Le sue lacrime, questa volta, non erano di dolore ma di gioia e liberazione. Le rivolsi un cenno del capo e un sorriso caldo prima di salire i gradini del palco.

Il Ministro della Difesa, un uomo alto dall'aspetto solenne, prese la parola al microfono, la cui voce rimbombò attraverso gli altoparlanti diffusi lungo tutta la baia.

«Oggi La Spezia e le Istituzioni della Repubblica Italiana rendono giustizia a un eroe ingiustamente dimenticato e calunniato dall'avidità e dalla criminalità organizzata», esordì il Ministro. «Per venticinque anni, il nome dell'Ispettore Capo Edoardo Riva è stato macchiato da un'infame menzogna. Ma oggi, grazie al coraggio incrollabile, alla dedizione professionale e alla spietata ricerca della verità dimostrata da suo figlio... il Capitano Beatrice Riva, possiamo finalmente dire che la giustizia ha trionfato!»

La folla scoppiò in un applauso lungo e fragoroso che durò per diversi minuti. I marinai schierati sul ponte della nave ammiraglia della Guardia Costiera presentarono le armi in segno di massimo rispetto.

Il Ministro si voltò verso di me e mi fece cenno di avvicinarmi al quadro coperto dal drappo.

«Capitano Riva, a nome dello Stato Italiano, le consegno la Medaglia d'Oro al Valor Civile alla memoria di suo padre Edoardo Riva, e le confido ufficialmente il Comando Generale Operativo di tutto il distretto navale del Mar Ligure!»

Con mani ferme e velate da una sottile commozione, tirai la corda di seta del drappo blu. Il velluto scivolò a terra, svelando la targa commemorativa in bronzo che sarebbe stata installata permanentemente all'ingresso principale del palazzo del Capitanato:

«In memoria dell'Ispettore Capo Edoardo Riva (1958-1998). Eroe della Patria, caduto nell'adempimento del dovere per difendere il mare della sua città dal crimine e dalla corruzione. La verità e l'onore risplendono eternamente.»

Mentre la banda della Marina Militare intonava l'Inno di Mameli e le sirene delle navi nel porto suonavano a festa in segno di saluto, il maggiore De Luca si avvicinò al mio fianco, stringendomi la mano con calore genuino.

«Tuo padre sarebbe stato incredibilmente orgoglioso di te stasera, Beatrice», disse De Luca.

«Mio padre è qui con noi, Carlo», risposi guardando il mare azzurro che si stendeva fino all'orizzonte. «Ha sempre saputo che la verità avrebbe trovato la sua strada.»

Al termine della cerimonia, mentre i giornalisti si accalcavano per fare domande sull'arresto imminente dei complici politici dell'avvocato De Santis e sulla confisca dei beni della famiglia di Linda, un giovane marinaio della capitaneria mi si avvicinò con un vassoio d'argento.

Sopra il vassoio vi era una busta sigillata con ceralacca rossa, priva di mittente o indirizzo, ma consegnata direttamente pochi minuti prima alla portineria del molo da un marinaio di un mercantile straniero appena approdato.

Aprii la busta con curiosità e prudenza. Dentro c'era un piccolo foglio di carta di riso ingiallita e un ciondolo di vetro blu contenente una goccia d'olio navale – un oggetto antico che riconobbi immediatamente: era il portafortuna che l'avvocato Vittorio De Santis teneva sempre sulla sua scrivania prima di sparire nel mare.

Sul foglio c'era un unico messaggio scritto con una grafia elegante ma tremante: «Il mare restituisce sempre i suoi debiti, Capitano. Ma la rete è più grande di La Spezia. Ci rivedremo a Marsiglia.»

Il mio cuore ebbe un sobbalzo rapido. Il corpo di De Santis non era mai stato ritrovato dai sommozzatori durante la tempesta. L'assassino di mio padre era davvero affogato nelle acque del golfo, o era riuscito a sopravvivere sfruttando una seconda via di fuga sottomarina per raggiungere la rete internazionale del traffico navale?