La scoperta della lettera nella busta sigillata fece piombare un'ombra di inquietudine sul mio cuore, proprio nel momento in cui la città festeggiava la mia vittoria e la riabilitazione di mio padre. Mantenni una calma ferrea, infilando la lettera e il ciondolo di vetro blu nella tasca interna della mia giacca da ufficiale senza far notare nulla ai giornalisti e all'ammiraglio Serra.
Congedati i giornalisti e affidata mia madre alle cure e alla scorta di sicurezza fornita dal Comando, mi ritirai immediatamente nel mio nuovo ufficio al terzo piano del Palazzo del Capitanato.
La stanza era spaziosa, con alte finestre d'epoca che davano direttamente sulla vista panoramica del molo e del golfo di La Spezia. Sulla grande scrivania in noce scuro giacevano già i dossier operativi di tutto il distretto marittimo del Tirreno settentrionale. Sopra la parete principale avevo fatto appendere la foto d'epoca di mio padre in divisa, sorridente e fiero.
Bussarono alla porta. Il maggiore Carlo De Luca entrò nella stanza, chiudendo la porta con cura e tenendo in mano una cartella crittografata del Nucleo Investigativo dei Carabinieri.
«Beatrice, gli interrogatori preliminari di Marco e Linda si sono conclusi un'ora fa alla Procura di Genova», disse De Luca sedendosi di fronte a me. «Marco ha confessato tutto. Ha firmato cento pagine di verbale dettagliando ogni singolo movimento di denaro degli ultimi dieci anni, inclusi i nomi dei funzionari doganali che accettavano le mazzette per sbloccare i container della società di Linda.»
«E Linda?» chiesi, accendendo il computer di servizio per accedere ai database internazionali.
«Linda rifiuta di mangiare e non parla con nessuno, tranne per ripetere che il suo avvocato di fiducia sta arrivando», rispose De Luca con una Smorfia di disgusto. «Ma non sa che nessun avvocato vuole toccare la sua causa. L'opinione pubblica è furiosa dopo le rivelazioni della stampa. Ma c'è una cosa strana nei verbali bancari, Beatrice.»
De Luca aprì la cartella e mi porse uno stampato di movimentazioni finanziarie internazionali.
«Tre ore prima che l'esplosione distruggesse la nave Astra, dal conto svizzero di Linda è stata effettuata un'operazione di bonifico irrevocabile da cinque milioni di euro. Il beneficiario non era De Santis e non era nessuna delle società fantasma a noi note. Il denaro è stato trasferito a una fondazione marittima con sede al porto vecchio di Marsiglia, in Francia.»
Estrassi dalla tasca il ciondolo di vetro blu e la lettera ricevuta al molo, spingendoli sul tavolo verso De Luca.
De Luca lesse il messaggio, il suo viso divenne scuro e teso. «Marsiglia... Allora De Santis non è affogato la notte della tempesta. Aveva un respiratore subacqueo d'emergenza o una seconda imbarcazione d'appoggio pronta vicino al faro esterno!»
«Oppure qualcuno lo ha pescato dall'acqua prima che i nostri sommozzatori arrivassero», osservai esaminando il ciondolo di vetro sotto la luce della lampada. «La Astra non era che la punta dell'iceberg. La società navale di Linda era solo la filiale italiana di un'organizzazione di contrabbando di armi e scorie altamente strutturata che opera in tutto il Mediterraneo occidentale, con il suo centro nevralgico nel porto di Marsiglia.»
De Luca batté un pugno sul tavolo. «Informo subito la Procura Antimafia di Roma e chiedo un mandato di perquisizione internazionale tramite l'Interpol!»
«No, Carlo», lo fermai alzandomi dalla sedia e guardando il mare dalla finestra. «Se muoviamo l'Interpol adesso con i canali burocratici ufficiali, la rete di Marsiglia brucerà tutte le prove e farà sparire De Santis in Sudamerica prima che possiamo varcare il confine francese. Hanno talpe in ogni dipartimento regionale.»
«E cosa proponi di fare, Capitano Riva?» chiese De Luca con un sorriso di sfida che conoscevo bene.
«L'ammiraglio Serra mi ha appena conferito il comando della nuova Task Force Marittima Antimafia del Tirreno», risposi mostrando la delibera firmata dal Ministero. «Abbiamo l'autorità legale per condurre operazioni d'inseguimento transfrontaliero in mare aperto in collaborazione diretta con la Gendarmeria Navale francese. Salpiamo stasera con il pattugliatore veloce Nembrot per Marsiglia.»
In quel momento, la linea telefonica crittografata sulla mia scrivania squillò con un suono acuto di priorità rossa. Risposi azionando il vivavoce.
«Capitano Riva!» era la voce concitata del responsabile della centrale radar di sorveglianza costiera. «Abbiamo un'anomalia sui radar di profondità al largo di Capo Corso! Un sottomarino midget civile non identificato è emerso a tre miglia dalla costa francese, intercettando un segnale radio criptato trasmesso da un'emittente pirata che usa le vecchie frequenze della società di sua suocera!»
Guardai De Luca. L'inseguimento non era affatto finito. Era soltanto passata alla sua fase finale e più pericolosa.






