IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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La luce grigia e fredda del primo mattino filtrava attraverso le sbarre di ferro della finestra della stanza 402 dell'Ospedale Penitenziario di La Spezia. L'odore di disinfettante e medicina impregnava l'aria soffocante della camera, rotta soltanto dal bip ritmico dei monitor cardiaci a cui erano collegati i due detenuti.

Entrai nella stanza indossando la mia divisa d'ordinanza da Capitano della Polizia Marittima, pulita, stirata e con le mostrine d'oro ben visibili sulle spalle. Il mio taglio di capelli corto, sistemato provvisoriamente durante la pausa in capitaneria, mi dava un'aria ancora più austera, inflessibile e determinata.

Ai due lati della stanza vi erano due letti di degenza scortati da agenti della Polizia Penitenziaria. Su quello di sinistra giaceva Marco, con una vistosa fasciatura alla testa per il colpo subito da De Santis e le manette di ferro che lo ancoravano alla spalliera metallica del letto. Su quello di destra c'era Linda, coperta da una coperta termica, il viso segnato da rughe profonde di stanchezza e la gamba destra immobilizzata per via delle fratture riportate sotto la trave del magazzino.

Quando la porta di legno si richiuse alle mie spalle, entrambi si voltarono verso di me.

Marco abbassò immediatamente lo sguardo, incapace di sostenere i miei occhi, tremando leggermente sotto le lenzuola. Linda, al contrario, tentò di assumere un'espressione di sdegnosa superiorità, ma i suoi occhi arrossati tradivano un panico devastante.

«Sei venuta a goderti il tuo trionfo, Beatrice?» la voce di Linda era promossa a un raschio rauco e debole. «Pensi di aver vinto? Il nome della mia famiglia è distrutto, ma tu rimani comunque la vedova di un criminale fallito e la nuora di una donna che disprezzi!»

Mi avvicinai al centro della stanza, posando una cartella di pelle sulla sedia ai piedi del letto di Linda.

«La tua famiglia non esiste più, Linda», dissi con voce tranquilla, priva di rabbia ma ricolma di una freddezza glaciale. «Dieci minuti fa la Procura della Repubblica ha sequestrato tutti i tuoi beni immobiliari, inclusi i conti correnti in Svizzera e alle Bahamas, la villa di La Spezia e le azioni della società navale. Tutto è stato congelato come provento di attività mafiosa e traffico illecito di rifiuti tossici.»

Linda sgranò gli occhi, il colorito del suo viso divenne di un pallore cadaverico. «I... i miei conti? Tutti i miei beni?»

«Tutto», ripetei. «Non ti è rimasto un solo centesimo per pagare nemmeno il miglior avvocato della regione. Ti è stato assegnato un difensore d'ufficio nominato dal Tribunale.»

Poi mi voltai verso Marco. Mio marito alzò lentamente il capo, le lacrime che gli rigavano le guance non rasate.

«Beatrice... ti prego», mormorò Marco con voce supplichevole. «Io non volevo niente di tutto questo! È stata mia madre! È stato De Santis! Mi hanno costretto a seguire i loro ordini fin da quando ero ragazzo! Io ti amo davvero, Beatrice... ti prego, parla con il Procuratore, di' loro che mi hai salvato la vita, che ho collaborato!»

Guardai l'uomo con cui avevo condiviso il mio letto per sette anni. La sua debolezza, la sua codardia e la sua totale mancanza di spina dorsale mi fecero provare solo un profondo e doloroso pietà.

«Non mi hai mai amata, Marco», risposi camminando verso il suo letto. «Mi hai usata come uno scudo. Hai guardato tua madre tagliarmi i capelli nell'oscurità della nostra camera da letto senza muovere un dito. Hai firmato la mia condanna professionale ed eri pronto a vedermi finire in prigione pur di salvare la tua pelle. L'unica cosa che ti è sempre importata è stato il tuo stile di vita e il terrore di tua madre.»

Estrassi dalla mia cartella un documento ufficiale con i sigilli del Tribunale Civile di La Spezia e lo posai sul suo comodino, insieme a una penna nera – la stessa penna che lui mi aveva dato la notte prima per firmare le mie dimissioni.

«È la richiesta di divorzio immediato per colpa grave e l'annullamento di tutti i regimi patrimoniali», dissi indicando il foglio. «Firma stasera stessa. Se firmate entrambi senza opporre resistenza, la Procura valuterà la possibilità di concederti lo sconto di pena per il reato minorile di favoreggiamento, evitandoti l'ergastolo.»

Marco guardò il foglio, poi guardò me. Le sue mani tremanti afferrarono la penna, e senza dire un'altra parola, appose la sua firma in fondo al documento, scoppiando in un pianto dirotto e disperato.

Linda guardò il figlio firmare con un urlo soffocato di rabbia: «Vigliacco! Traditore del tuo stesso sangue!»

«Il suo sangue è l'unica cosa che lo ha portato in questa stanza, Linda», dissi voltandomi verso mia suocera per l'ultima volta. «Un'ora fa i sommozzatori della Guardia Costiera hanno recuperato dalla cassa 42 una seconda serie di registrazioni. Vi sono annotate le conversazioni tra te e i vertici dei cartelli di contrabbando dal 1995 ad oggi. Passerai il resto dei tuoi giorni nel carcere femminile di Marassi a Genova. Nessuno si ricorderà del tuo nome, se non come la donna che ha venduto la sua anima e la sua famiglia per il denaro sporco.»

Mi voltai e m'incantai verso la porta della stanza d'ospedale.

«Beatrice!» urlo Linda con voce stridula dietro di me. «Pensi che questo ti restituirà tuo padre? Pensi che cancellerà quella cicatrice che ti ho lasciato sui capelli?»

Mi fermai sulla soglia, accarezzando con le dita i miei capelli corti sulla nuca. Poi mi girai e le rivolsi un piccolo, serenissimo sorriso.

«Tua forbice mi ha solo liberato dal peso della tua finta armonia, Linda. Da stasera, questi capelli corti sono il simbolo del mio comando.»

Uscii dalla stanza richiudendo la porta con un gesto fermo e definitivo. Ma mentre camminavo lungo il corridoio dell'ospedale, un agente di scorta mi corse incontro con un messaggio urgente dalla capitaneria: «Capitano Riva! L'ammiraglio Serra la attende d'urgenza in porto. È arrivato il Ministro della Difesa per la cerimonia pubblica di riabilitazione di suo padre!»