IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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L'oscurità improvvisa scatenò il panico. Il buio in soffitta era totale, rotto soltanto dal fascio di luce dello schermo del tablet di De Santis che cadde a terra con un rumore sordo. Approfittai del secondo di disorientamento di Marco e dell'avvocato per scattare di lato, urtando uno scaffale di metallo che rovinò a terra tra le due figure maschili, bloccando loro il passaggio.

«Beatrice! Ferma!» urlò Marco nell'oscurità, ma io ero già scivolata giù per le scale di legno della soffitta, guidata unicamente dalla memoria visiva della casa.

Mentre scendevo i gradini a rotta di collo, i rumori dal piano inferiore si fecero più nitidi e terrificanti. Non si trattava di un semplice guasto elettrico. Gridolini soffocati di Linda provenivano dal salone principale, seguiti dal tonfo pesante di mobili rovesciati e da voci maschili sconosciute che parlavano un italiano corrotto, con un marcato accento dell'Europa dell'Est.

Raggiunsi il primo piano tenendomi addossata alla parete. La porta d'ingresso della villa era stata scardinata con forza. Sotto la luce lunare che filtrava dalle ampie vetrate che davano sul giardino, vidi tre uomini incappucciati, vestiti con tute da lavoro scure. Linda era a terra, rannicchiata vicino al divano di pelle, la testa tra le mani, tremante di terrore. Le forbici con cui poche ore prima mi aveva tagliato la treccia giacevano a pochi centimetri da lei, riflettendo la luce metallica della notte.

Ma gli intrusi non stavano cercando gioielli o argenteria. Stavano letteralmente devastando il mobilio con una precisione chirurgica, strappando i quadri dalle pareti e aprendo con violenza i cassetti dello scrittoio di Marco.

«Dov'è la lista? Dov'è la chiavetta di stivaggio del cargo Astra?» grida uno degli uomini, afferrando Linda per il colletto della vestaglia di seta e sollevandola di peso. «Il tuo illustre figlio doveva consegnarla entro le ventidue al porto! Il carico è in rada e la dogana sta bloccando le operazioni!»

Rimasi pietrificata nell'ombra dell'androne. La Astra era una nave portacontainer battente bandiera panamense giunta al porto di La Spezia quella mattina stessa. Come neoeletto capitano della Polizia Marittima, avevo firmato proprio quel pomeriggio il protocollo di ispezione ordinaria per quella nave, programmato per la mattina seguente. Il cerchio si chiudeva in modo spaventoso: la pressione di mia suocera e di Marco per farmi dimettere non era solo legata al vecchio segreto di mio padre, ma a un'operazione d'emergenza in corso quella notte stessa! Avendo io il comando delle pattuglie d'ispezione, la mia presenza al porto rappresentava un ostacolo insormontabile per i loro affari illeciti.

In quel momento, Marco e l'avvocato De Santis precipitatedero giù dalle scale della soffitta. Alla vista dei tre uomini armati, De Santis cercò di indietreggiare, ma uno degli intrusi estrasse una pistola munita di silenziatore e la puntò contro la testa dell'avvocato.

«De Santis, vecchio volpone», disse l'uomo incappucciato con una risata priva di umorismo. «Ci avevi promesso che il capitano Riva si sarebbe già dimessa stasera e che i controlli sul molo 4 sarebbero stati annullati. Invece la guardia costiera ha appena raddoppiato le sentinelle d'imbarco.»

«C'è stato un contrattempo... la ragazza sta opponendo resistenza!» balbettò Marco, trasformato all'istante da carnefice a codardo senza spina dorsale, alzando le mani in segno di resa. «Possiamo darvi i codici d'accesso della capitaneria! Li ha nel suo computer di servizio!»

«Non mi interessano i tuoi codici di plastica!» ruggì il malvivente. «Vogliamo il supporto fisico! La borsa in pelle nera che il capitano porta sempre con sé. Quella con i sigilli crittografici di stato!»

Il mio cuore saltò un battito. La borsa in pelle nera. Conteneva non solo i miei timbri di convalida e il tablet di servizio con le chiavi crittografiche per sbloccare i container sotto sequestro giudiziario, ma anche il mio taccuino personale, dove avevo annotato le irregolarità riscontrate nei registri di navettamento della Astra. La borsa era in quel momento nella mia auto di servizio, parcheggiata nel vialetto privato fuori dalla villa.

I tre uomini cominciarono a setacciare la casa con maggiore aggressività. Sapendo che se avessero preso quella borsa avrebbero potuto falsificare gli ordini di sblocco del carico tossico entro l'alba, presi una decisione istantanea. Sfruttando la confusione e le grida di Linda, scivolai verso la porta di servizio della cucina che dava sul retro del giardino.

Aprii la porta con cautela, ma il clic della serratura risuonò amplificato nel silenzio della notte.

«È la ragazza! È scappata fuori!» urlò una voce dall'interno.

Corsi a perdifiato lungo il viale buio, tra gli alberi d'ulivo, sentendo i passi pesanti degli inseguitori rimbombare sul ghiaino dietro di me. Raggiunsi la mia auto, infilai la chiave nella serratura con mani tremanti e aprii lo sportello. Afferrai la borsa in pelle nera dal sedile del passeggero. Ma prima che potessi richiudere lo sportello per ingranare la marcia, una mano guantata si piantò sul vetro del finestrino, frantumandolo in mille pezzi.

I frammenti di vetro mi colpirono il viso e le braccia. Un braccio robusto si infilò nell'abitacolo, afferrando la cinghia della borsa e tirandola con forza inaudita. Lottati con tutte le mie forze, piantando i piedi sui pedali, rifiutandomi di cedere. Con la mano libera afferrai la torcia tattica ad alta intensità dal vano portaoggetti e la accesi direttamente negli occhi dell'aggressore.

L'uomo cacciò un urlo di dolore per il fascio di luce e mollò la presa per un istante. Senza esitare, azionai il motore, ingranai la retromarcia e accelerai a fondo. L'auto sbalzò all'indietro, travolgendo il cancello d'ingresso non completamente aperto e immettendosi sulla strada provinciale che scendeva verso il mare a velocità folle.

Nel retrovisore vidi i fari di un SUV nero accendersi immediatamente, pronti all'inseguimento. Ma la cosa più spaventosa la notai sul sedile del passeggero: nella concitazione della lotta, l'aggressore aveva lasciato cadere dentro la mia auto una cartella di plastica rigida. La aprii con una sola mano mentre sfrecciavo tra le curve pericolose del promontorio. Dentro c'era una mappa dettagliata della baia di La Spezia con coordinate d'immersione rosse e un documento con il timbro di mio padre, datato il giorno stesso della sua morte.

In quel preciso istante, il mio telefono squillò. Il display mostrava il numero dell'ammiraglio Serra, il mio diretto superiore alla Capitaneria di Porto.

«Beatrice! Dove ti trovi?» la sua voce era concitata, quasi panico puro. «Non tornare in caserma! La Procura ha appena emesso un mandato di cattura immediato contro di te per alta tradimento e traffico illegale di armi!»