La deflagrazione fece tremare le pareti di cemento del bunker sotterraneo. Il fumo denso di polvere da sparo iniziò a filtrare attraverso la grata d'accesso sopra le nostre teste. De Luca ed io ci appattammo contro la parete di fondo, tenendo le armi puntate verso la scalinata.
«Hanno usato una carica a concussione commerciale», mormorò De Luca tossendo leggermente. «Non sono i Carabinieri. La mia squadra non usa quel tipo di esplosivo in un'operazione di cattura. Sono i mercenari di De Santis.»
«Hanno seguito i tuoi spostamenti o quelli della mia auto?» chiesi, cercando di mantenere la mente lucida.
«Nessuno dei due. Hanno tracciato la chiave crittografata della tua borsa di servizio», rispose De Luca imprecando sottovoce. «Quando hai azionato il tasto di emergenza mentre eri in auto, la borsa ha iniziato a inviare un segnale pinger continuo sul canale d'emergenza marittimo. De Santis ha agganciato la frequenza grazie ai ponti radio della sua società navale.»
Non c'era tempo per recriminazioni. Sentimmo i passi pesanti degli assalitori muoversi sopra la grata d'acciaio. Senza perdere un istante, De Luca afferrò un vecchio piccone arrugginito appoggiato all'angolo del bunker e colpì con forza una sezione di mattoni sconnessi sulla parete di fondo della stanza.
Con un rumore di crollo controllato, la parete cedette, rivelando un stretto cunicolo d'ispezione che si snodava all'interno della scogliera: un vecchio passaggio di fuga costruito durante la guerra per consentire ai guardiani del faro di raggiungere direttamente la scogliera sottostante a livello del mare.
«Dentro, subito!» comandò De Luca.
Infilai la borsa e la cartella nel cunicolo e mi strisciai all'interno, seguita a breve distanza dal maggiore. Pochi secondi dopo, sopra di noi, la grata d'acciaio venne divelta con una carica esplosiva secondaria. Il boato rimbombò all'interno del condotto, facendoci cadere addosso schegge di pietra e terra umida, ma eravamo già in salvo, scivolando nell'oscurità del cunicolo verso la spiaggia rocciosa.
Raggiungemmo la base della scogliera venti minuti dopo, bagnati fradici dal vapore delle onde che si infrangevano violentemente contro i frangiflutti. La tempesta nel golfo di La Spezia era al suo apice: nuvole nere e basse coprivano interamente la luna, trasformando il mare in un calderone d'acqua scura e ruggente.
A un chilometro di distanza da noi, oltre il braccio di levante del porto, si stagliavano le enormi gru a ponte del Deposito Doganale del Vecchio Porto. Tra le luci artificiali della banchina si vedeva la sagoma imponente della portacontainer Astra, ormeggiata al molo 4 sotto la scorta di due motovedette private con i fari di profondità accesi.
«L'accesso via terra è completamente bloccato dalle pattuglie della sicurezza privata di Linda», osservò De Luca esaminando la scena con un binocolo tattico waterproof. «Hanno chiuso i cancelli d'accesso con catene e ci sono uomini armati ogni cinquanta metri lungo le recinzioni.»
«Allora entreremo dal mare», risposi indicando un piccolo riparo naturale sotto la scogliera dove era ormeggiata un'imbarcazione di servizio in vetroresina della Guardia Costiera, un vecchio gozzo a motore con la carena scura usato per la manutenzione delle boe. «Conosco le correnti interne della diga foranea a memoria. Posso condurci fino alla banchina del molo 4 passando sotto le palafitte di legno del deposito vecchio, dove i loro radar di terra non possono intercettarci.»
Senza attendere risposta, salimmo a bordo del gozzo. Sganciai le cime d'ormeggio e azionai il piccolo motore diesel a basso regime. La barca scivolò nell'acqua gelida e agitata del golfo, fendendo le onde oscure con precisione. La pioggia battente ci offriva una copertura visiva perfetta, nascondendo la nostra sagoma ai riflettori di perimetro.
Dopo quindici minuti di navigazione al limite del naufragio tra le onde incrociate, ci infilammo sotto la struttura di sostegno del vecchio molo. I piloni di legno e cemento formavano una foresta sotterranea sommersa dall'oscurità, dove l'eco del mare che sbatteva contro le pareti d'acciaio era sordo e minaccioso.
Llegati il gozzo a un pilone, rampai lungo la scala di ferro arrugginita che saliva verso la pavimentazione in grigliato del Deposito Doganale. De Luca mi seguì a breve distanza, la pistola pronta al tiro.
Raggiungemmo il livello della banchina. Il magazzino numero 4 era un'immensa struttura in lamiera ondulata, parzialmente illuminata da vecchi tubi al neon che sfarfallavano ronzando. Sopra l'ingresso principale della sezione d'archivio risaltava una targa di bronzo consumata dalla salsedine: Depositi Storici Sezione C - Casse di Custodia Giudiziaria.
Ci avvicinammo alla porta d'accesso laterale. Attraverso il vetro rinforzato scorsi tre figure all'interno del magazzino. Due erano guardie giurate armate di fucili a pompa; la terza persona, in piedi davanti a una grande cassa di metallo verde scuro contrassegnata con il numero 42, era mio marito Marco.
Marco staccava con rabbia e disperazione i vecchi sigilli di piombo dalla cassa, usando uno scalpello di ferro. Accanto a lui, su un carrello elevatore, giaceva una tanica di benzina da venti litri. Sapevo esattamente cosa stava facendo: stava preparando il rogo per distruggere le prove definitive lasciate da mio padre prima che la polizia o i giornalisti potessero metterci le mani sopra.
Ma quello che mi fece gelare il sangue non fu la presenza di Marco. Nell'angolo più buio del magazzino, seduta su una sedia a rotelle d'epoca e coperta da una pelliccia di visone, c'era mia suocera Linda. Nelle sue mani non c'erano forbici, ma una pistola semiautomatica cromata che teneva puntata con incredibile fermezza direttamente verso la nuca di mio marito.
«Sbrigati, Marco!» la voce di Linda risuonò nitida e spietata attraverso l'intercapedine del vetro. «Se non bruci quel fascicolo prima che l'avvocato De Santis finisca le trattative con gli acquirenti della Astra, sarai tu a fare la fine dell'ispettore Riva venticinque anni fa!»






