IL PREZZO DEL SILENZIO
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IL PREZZO DEL SILENZIO

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Il piccolo gozzo in vetroresina fendeva le onde altissime del golfo di La Spezia, balzando pericolosamente sulle creste d'acqua scura sferzate dalla tempesta. Il rumore del motore diesel era l'unico suono che rivaleggiava con il ruggito del vento e le sirene dei soccorsi che rimbombavano lungo tutta la costa.

Davanti a me, la diga foranea si ergeva come una muraglia di cemento e massi ciclopici nera, lunga oltre due chilometri, che separava le acque interne del porto dal mare aperto. Sulla cima della diga, tra gli spruzzi giganteschi delle onde che vi si infrangevano contro, vidi la sagoma scura di Vittorio De Santis che si arrampicava con fatica sui blocchi di pietra, trascinando con sé la valigetta metallica.

La sua scialuppa era rimasta incagliata tra i tralicci di ferro di un vecchio faro di segnalazione dismesso all'estremità della scogliera, distrutta dalla forza delle onde. De Santis era ferito e stanco, ma la spinta dell'odio e dell'avidità lo manteneva in movimento verso il punto di contatto dove, senza dubbio, aveva programmato una via di fuga di riserva.

Manovrai il gozzo con perizia spietata, sfruttando le correnti d'angolo per avvicinare la prua dell'imbarcazione alla piattaforma di sbarco d'emergenza della diga. Aspettai il momento in cui un'onda favorevole sollevò la barca, poi saltai sulla superficie bagnata e scivolosa di cemento, ruzzolando per qualche metro prima di rimettermi in piedi con la pistola di De Luca stretta in pugno.

Il gozzo, abbandonato alle onde, si schiantò contro le rocce poco dopo, distruggendosi. Ora non c'era più alcuna via di ritorno per nessuno dei due. Eravamo solo io e l'assassino di mio padre, isolati dal mondo su una striscia di cemento di tre metri d'larghezza circondata dal mare in tempesta.

«De Santis!» la mia voce risuonò sopra il ruggito del vento, potenziata dall'adrenalina che mi scorreva nelle vene.

L'avvocato si fermò di scatto a venti metri da me, appoggiandosi a un blocco di pietra per non cadere. Si voltò lentamente. Il suo viso raffinato da uomo d'affari era deturpato da macchie di sangue, salsedine e rabbia spietata. La giacca del completo di sartoria era strappata, e la spalla sinistra era inzuppata di sangue per il colpo d'arma da fuoco inferto da De Luca.

«Sei come un fantasma, Beatrice!» urlò De Santis con una risata isterica che il vento portò via in parte. «Perché non ti arrendi? Pensi davvero che arrestare me cambierà quello che è successo venticinque anni fa? Tuo padre è morto! È polvere nel fondo di questo mare!»

«Mio padre è vivo nella memoria di chi sa la verità!» risposi muovendo tre passi cauti verso di lui, mantenendo l'arma puntata al suo petto. «E la verità è scritta nelle bobine che ho appena consegnato ai Carabinieri. C'è la tua voce, De Santis. C'è l'ordine che hai dato per affondare il pattugliatore di mio padre nel 1998 e per accreditare i soldi sui conti di Linda!»

Il viso dell'avvocato si contrasse in una smorfia di puro terrore ideologico. Il suo impero d'influenza, la sua rispettabilità, le sue amicizie nella politica e nella magistratura: tutto stava per crollare come un castello di carte.

«Non mi prenderai mai viva», disse De Santis afferrando la sua pistola tascabile con la mano destra tremante. «Preferisco morire in questo mare piuttosto che marcire in una cella di prigione a sentire i giornali che smontano il mio nome!»

«Posa l'arma!» ordinai con fermezza. «L'unica cosa che ti resta è la dignità di affrontare un processo!»

De Santis non ascoltò. Con un gesto di pura follia, alzò l'arma e fece fuoco due volte verso di me. I proiettili fischiarono vicino alle mie orecchie, uno di essi mi sfiorò la guancia destra provocando un taglio superficiale da cui sgorgò una striscia di sangue caldo.

D'istinto professionale e per legittima difesa, spinsi la leva del grilletto della pistola di De Luca.

Un singolo colpo di precisione esplose dalla mia arma. Il proiettile colpì De Santis alla coscia destra. L'avvocato cacciò un urlo di dolore e perse l'equilibrio sul cemento bagnato, scivolando rovinosamente lungo la scarpata di blocchi di pietra che dava sul lato esterno della diga foranea, verso le acque profonde e tempestose del mare aperto.

La valigetta metallica si aprì nella caduta, e migliaia di documenti e contratti riservati si dispersero nel vento della tempesta, volando come uccelli di carta bianchi sopra le onde incandescenti dell'esplosione del porto.

De Santis riuscì ad afferrarsi con una sola mano a un traliccio di ferro arrugginito che sporgeva dal cemento, rimanendo sospeso a tre metri sopra le onde furiose che minacciavano di inghiottirlo da un secondo all'altro.

«Beatrice! Aiuto!» urlò l'uomo, la sua voce ora priva di qualsiasi arroganza, piena unicamente della disperazione brutale di un uomo sull'orlo dell'abisso. «Afferra la mia mano! Ti prego! Ti dirò dove sono tutti i conti segreti! Ti darò i nomi di tutti i giudici corrotti!»

Mi avvicinai al margine della scarpata di cemento e mi sporsi leggermente in avanti, guardando l'assassino di mio padre che lottava contro la morte nell'acqua gelida.