Guardai l'uomo che aveva distrutto la mia famiglia sospeso sopra le onde furiose del golfo. Le sue dita anziane e coperte di sangue scivolavano lentamente dal traliccio di ferro arrugginito. Un'altra onda gigantesca si infranse contro la diga foranea, coprendo interamente De Santis d'acqua e salsedine e facendogli perdere la presa per un secondo fatale.
«Beatrice!» urlo ancora, la voce strozzata dall'acqua inghiottita.
Non potevo lasciarlo morire così. Non per lui, ma per la memoria di mio padre e per la completezza della giustizia che dovevo a me stessa. Allungai il braccio destro verso il basso, incastrando le mie gambe dietro un perno di ancoraggio del cemento per fare da perno.
«Afferra il mio braccio!» gridai sopra il rumore della tempesta.
De Santis allungò disperatamente la mano verso di me. Le nostre dita si sfiorarono per un istante, ma la sua pelle era bagnata e coperta d'olio navale. Prima che potessi serrare la presa attorno al suo polso, un colpo di coda del mare, un'ondata anomala provocata dal crollo definitivo della struttura della nave Astra, investì la base della diga con una violenza devastante.
L'acqua lo travolse completamente, strappando la sua presa dal traliccio di ferro. Lo vidi scomparire nell'oscurità del mare aperto, risucchiato dalla corrente di risacca che scorreva lungo la parete della scogliera. Emersa per un solo secondo a venti metri di distanza, una figura inerme trascinata al largo, prima di svanire definitivamente tra le onde nere della tempesta.
Rimasi sdraiata sul cemento bagnato per lunghi minuti, il respiro affannato, la pioggia che mi lavava il sangue dalla guancia e il fumo dalle mani. Vittorio De Santis era stato inghiottito dal medesimo mare in cui aveva fatto gettare mio padre venticinque anni prima.
Pochi minuti dopo, il suono potente dei motori d'attacco della Guardia Costiera fendette l'oscurità. Due motovedette veloci della squadra speciale, guidate personalmente dall'ammiraglio Serra, accostarono lungo il lato interno della diga. I riflettori ad alta intensità illuminarono la mia figura solitaria in piedi sul cemento.
«Capitano Riva!» la voce dell'ammiraglio Serra rimbombò nell'altoparlante della nave principale. «Rimani ferma! Siamo qui per recuperarti!»
I marinai calarono una scaletta di corda e mi aiutarono a salire a bordo della motovedetta. L'ammiraglio Serra in persona mi avvolse le spalle con una coperta termica di lana scura, guardandomi con uno sguardo pieno di rispetto, sollievo e profondo rammarico.
«Beatrice... mi dispiace», disse l'ammiraglio con la voce incrinata dall'emozione. «Il maggiore De Luca mi ha mostrato la registrazione che hai fatto in casa tua e la chiave di tuo padre. Il mandato d'arresto contro di te è stato annullato venti minuti fa dal Tribunale Reale. Sei stata completamente riabilitata.»
«E De Santis?» chiesi, anche se conoscevo già la risposta.
«I nostri sommozzatori stanno perlustrando la baia esterna, ma con questa tempesta non ci sono speranze di ritrovare il corpo», rispose Serra scuotendo la testa. «Ma le prove che hai salvato sono più che sufficienti. Il Deposito Doganale è stato isolato dal Nucleo Operativo dei Carabinieri. Tua suocera Linda e tuo marito Marco sono sotto custodia giudiziaria all'ospedale militare di La Spezia.»
Un'ora dopo, mi trovavo all'interno dell'ufficio riservato del Comando Generale della Polizia Marittima. La stanza era illuminata dalla luce calda delle lampade da scrittoio, in netto contrasto con il buio e il terrore della notte che era appena trascorsa.
Sul tavolo di mogano al centro della stanza c'era il vecchio registratore a bobine estratto dalla cassa 42. Un perito fonoforense della Procura, alla presenza dell'ammiraglio Serra, del maggiore De Luca e del Procuratore Capo sostituto arrivato d'urgenza da Genova, inserì la nastro magnetico e azionò il tasto di riproduzione.
Un fruscio metallico riempì la stanza, seguito dal suono distinto di voci registrate il 14 novembre 1998.
«L'ispettore Riva non vuole accettare la busta, Vittorio», la voce giovanile ma inconfondibile di Linda risuonò nitida dalla cassa acustica. «Dice che ha già fotografato i container di materiale radiologico nel molo 4 e che domani mattina presenterà tutto al Prefetto.»
«Allora non ci sono altre opzioni, Linda», rispose la voce gelida di Vittorio De Santis. «Uscirà in pattuglia stanotte alle tre nel golfo. Ho già sistemato l'equipaggio della motovedetta 104. Faranno in modo che l'imbarcazione s'incagli sulla diga e che il corpo di Riva non venga mai ritrovato con i polmoni pieni d'aria. Dopodiché, pubblicheremo i conti falsi a Panama che ho preparato a suo nome. La sua memoria sarà infamata prima che il suo corpo tocchi il fondo del mare.»
Il silenzio che seguì la fine della registrazione fu assoluto e pesante come la pietra. Il Procuratore Capo si coprì il viso con le mani, sconvolto dalla chiarezza della prova di una cospirazione che aveva inquinato la giustizia della città per un quarto di secolo.
Mi alzai lentamente dalla sedia, allungai la mano e spensi il registratore. La verità era finalmente emersa dalle tenebre. L'onore di mio padre, l'ispettore Edoardo Riva, era stato completamente e definitivamente lavato da ogni macchia.
Ma la vittoria aveva preteso un prezzo altissimo. Guardai il mio riflesso nello specchio scuro della finestra dell'ufficio: la mia treccia tagliata non c'era più, sostituita da un taglio corto e irregolare, il viso segnato da ferite e stanchezza. Ma negli occhi non c'era più la paura di quella notte fatidica.
La mattina stava per sorgere sopra il golfo di La Spezia, ma prima di poter chiudere questo capitolo della mia vita, c'era un'ultima drammatica resa dei conti che mi attendeva nell'aula dell'ospedale penitenziario.






