Il pattugliatore d'attacco rapido Nembrot fendeva le acque profonde del Golfo del Leone a trenta nodi di velocità, sollevando due alte ali di schiuma bianca ai lati dello scafo d'acciaio scuro. Il cielo della prima alba sopra la costa di Marsiglia si tingeva di sfumature rosa e dorate, mentre le sagome imponenti delle gru del porto industriale della città francese emergevano lentamente dalla caligine mattutina.
Sul ponte di comando del Nembrot, affiancata dal maggiore Carlo De Luca e dal comandante dell'unità navale francese, monitoravo gli schermi radar ad alta frequenza.
«L'imbarcazione sospetta è incagliata a ridosso dell'isola di Château d'If», riferì l'ufficiale radarista francese in italiano perfetto. «Il sottomarino midget ha subito un guasto ai sistemi di propulsione agli ioni ed è stato costretto a riemergere nelle acque territoriali. La nostra gendarmeria ha appena bloccato ogni via d'uscita via mare.»
Attraverso il binocolo tattico di bordo, inquadrai la scena a due miglia di distanza. Il piccolo sottomarino nero giaceva affiancato a un molo di roccia, circondato da tre motovedette veloci della Gendarmeria Navale francese con i fari di perquisizione puntati sulla torretta d'accesso.
Sul ponte del sottomarino vi erano tre uomini con le mani alzate sopra la testa sotto la minaccia delle armi dei corpi speciali francesi. Tra di loro, ammanettato ed esausto, spiccava la sagoma ricurva dell'avvocato Vittorio De Santis.
De Santis non era riuscito a fuggire. La rete di protezione su cui aveva fatto affidamento a Marsiglia, scoprendo che la polizia italiana aveva congelato tutti i conti bancari di Linda e sequestrato i registri crittografati della cassa 42, lo aveva tradito, tagliando i ponti e abbandonandolo al suo destino durante la traversata sottomarina.
«È finita, Beatrice», disse De Luca appoggiandomi la mano sulla spalla con profondo rispetto. «De Santis verrà estradato in Italia entro quarantotto ore. Affronterà il processo a La Spezia per l'omicidio di tuo padre, traffico internazionale di armi e tentato omicidio nei tuoi confronti.»
Un lungo, profondo sospiro di liberazione mi uscì dal petto. Per venticinque anni avevo vissuto con l'ombra di un sospetto ingiusto che aveva soffocato la mia infanzia e pesato su ogni mia scelta di vita. Per sette anni ero stata prigioniera di un matrimonio-trappola orchestrato dai carnefici di mio padre. E quella notte fatidica, la mia treccia tagliata nell'oscurità aveva segnato il momento in cui i miei aguzzini pensavano di avermi spezzata per sempre.
Invece, da quelle cenere e da quell'umiliazione era emersa la forza spietata e luminosa della verità.
Due ore dopo, la motovedetta Nembrot rientrò nel porto di La Spezia sotto un sole splendente che trasformava l'acqua del golfo in uno specchio di cristallo azzurro. La notizia della cattura finale di De Santis e dello smantellamento dell'intera rete mafiosa internazionale aveva già fatto il giro di tutti i giornali e telegiornali nazionali.
Camminai da sola verso l'estremità del Molo Italia, fino alla targa di bronzo dedicata a mio padre Edoardo Riva. Il vento marino, fresco e pulito, mi accarezzava il viso e scompigliava i miei capelli corti.
Estrassi dalla tasca della giacca la forbice di metallo che Linda aveva usato quella notte fatidica in camera da letto – la forbice che il maggiore De Luca aveva recuperato tra le rovine del magazzino 4 come prova giudiziaria e che mi aveva riconsegnato al termine dell'operazione.
Guardai l'oggetto di ferro, una volta simbolo di violenza psicologica, sottomissione e minaccia. Poi, con un gesto calcolato, lento e liberatorio, scagliai la forbice lontano, verso il centro della baia. Il metallo brillò per un istante sotto i raggi del sole prima di sprofondare per sempre nelle acque scure e profonde del golfo, inghiottito dal mare che non custodiva più alcun segreto infame.
«Hai vinto tu, papà», mormorai a bassa voce, sfiorando la targa d'oro con le dita.
«Capitano Riva!» la voce di un giovane marinaio della guardia d'onore risuonò alle mie spalle. Il ragazzo si bloccò sull'attenti, porgendomi una cartella d'ordinanza rossa. «I pattugliatori del distretto navale sono pronti per la prima ispezione di linea sotto il suo nuovo comando. Attendiamo le sue disposizioni.»
Mi voltai verso il marinaio, aggiustandomi il berretto da Capitano con le fregi d'oro sulla fronte. La mia postura era eretta, il mio sguardo limpido, la mia anima finalmente libera e in pace.
«Incamminiamoci, marinaio», risposi con voce ferma e un sorriso sereno che illuminò il mio viso. «Il mare è grande, e da oggi è di nuovo sotto la nostra protezione.»
Incamminandomi a passo deciso verso il molo di imbarco della mia nave ammiraglia, mi lasciai il passato alle spalle, pronta a scrivere da sola ogni singolo capitolo del mio futuro.






