Il Volo Notturno per Lisbona
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Il Volo Notturno per Lisbona

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La presa dell'agente sulla mia spalla si allentò di scatto mentre l'attenzione di tutta la squadra di sicurezza si spostava sui monitor a circuito chiuso. Senza pensarci due volte, approfittammo del momento di confusione: mi divincolai con uno strattone violento, corsi verso le porte automatiche scorrevoli che davano sull'esterno e mi tuffsai nella notte fredda e ventosa dell'aeroporto di Lisbona.

Il piazzale esterno era un labirinto di corsie per i taxi, autobus in sosta e rampe di cemento che conducevano ai parcheggi sotterranei multipiano. Il vento dell'Atlantico mi sferzava il viso, portando con sé l'odore acre dei gas di scarico e l'umidità della notte. Mi guardai intorno disperatamente, cercando un indizio, un rumore, qualsiasi cosa che potesse indicarmi la direzione presa da Elena e da Marco.

Fu allora che udii un grido soffocato provenire dalla rampa d'accesso al parcheggio sotterraneo, giù in fondo, dove la luce dei lampioni al sodio tingeva tutto di un arancione spettrale.

Corsi verso la discesa in cemento grezzo, scivolando pericolosamente sull'asfalto bagnato dalla nebbia notturna. Il cuore mi martellava nel petto come un tamburo impazzito, e ogni respiro bruciava nei polmoni come fuoco liquido. Raggiunsi l'imboccatura del parcheggio sotterraneo, un'immensa distesa di pilastri di cemento armato e automobili in sosta avvolte in una semioscurità inquietante, interrotta solo da qualche neon tremolante a soffitto.

A poche decine di metri da me, tra due file di berline scure, vidi la sagoma di Marco che aveva bloccato Elena contro la portiera di un'auto. Lei cercava di difendersi scalciando e urlando, ma lui aveva una mano stretta intorno al suo collo, premendola con una violenza inaudita mentre con l'altra tasca estraeva qualcosa che luccicava freddamente alla luce fioca del neon: un piccolo coltello a serramanico dalla lama sottile.

"Finisce qui, Elena," sibilava Marco con una voce che rimbombava lugubre nel silenzio del garage sotterraneo. "Sei morta sei anni fa, e per il mondo intero lo sarai anche stanotte."

Non ebbi il tempo di pensare, di elaborare una strategia o di valutare il pericolo. Raccogliendo tutta la rabbia e l'adrenalina che mi scorrevano nelle vene, afferrai una pesante cassetta degli attrezzi di plastica lasciata probabilmente da qualche manutentore vicino a una colonna e mi

lanatai di corsa verso di loro urlando a squarciagola.

"Lasciala andare, bastardo!" gridai, scagliando la cassetta contro la schiena di Marco con tutta la forza di cui disponevo.