Il Volo Notturno per Lisbona
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Il Volo Notturno per Lisbona

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L'idea di fare da esca a un pericoloso criminale internazionale mi fece gelare il sangue nelle vene. Non ero un eroe, non avevo mai fatto a botte in vita mia e la mia massima preoccupazione fino al giorno prima era stata quella di firmare le carte per il divorzio senza perdere l'appartamento. Eppure, guardando quegli occhi imploranti, compresi che non potevo tirarmi indietro. C'erano momenti nella vita in cui la neutralità diventava una complicità silenziosa, e io non volevo portar sulla coscienza la vita di una donna che aveva già vissuto l'incubo peggiore che si possa immaginare.

"Spiegami bene cosa devo fare," sussurrai, serrando i denti per mascherare il tremito della voce.

Elena abbozzò un piano rapido, scandendo ogni parola con precisione millimetrica. "Mancano circa quarantacinque minuti all'atterraggio. Tra poco l'equipaggio passerà a raccogliere i bicchieri vuoti e a ordinare la cabina. Quando si accenderanno le luci soffuse di preparazione, tu ti alzerai di scatto, farai finta di avere un attacco di panico o un improvviso malore, barcollerai nel corridoio e attirerai l'attenzione di Marco, bloccandogli la visuale e la strada per qualche istante. Io ne approfitterò per sgusciare fuori dal sedile e correre verso la parte posteriore dell'aeromobile, dove le assistenti di volo stanno preparando i carrelli."

"Un attacco di panico?" chiesi con un sorriso amaro. "Non credo di dover recitare molto, la tachicardia ce l'ho già a mille."

"Dovrai essere convincente, Lorenzo," mi ammonì lei con uno sguardo severo ma colmo di gratitudine. "Se Marco capisce che è una messinscena, ci salterà addosso prima che possiamo fare un solo passo."

Il tempo scorreva inesorabile. Sul monitor di bordo, la piccola icona dell'aereo aveva quasi raggiunto la penisola iberica, sorvolando la costa portoghese immersa nel buio della notte. Il comandante ruppe il silenzio della cabina con un annuncio trasmesso dagli altoparlanti gracchianti: "Signori passeggeri, vi comunichiamo che stiamo iniziando la discesa verso l'aeroporto di Lisbona-Humberto Delgado. Vi invitiamo a rimettere i sedili in posizione verticale, allacciare le cinture di sicurezza e riporre i bagagli a mano negli appositi spazi. La temperatura a terra è di quindici gradi con cielo sereno."

Quell'annuncio fu come un colpo di pistola che diede il via alla nostra folle corsa contro il tempo.

Sentii i motori perdere leggermente di giri, mentre il muso del Boeing iniziava la sua discesa graduale verso la pista d'atterraggio. Intorno a noi, i passeggeri iniziarono a risvegliarsi dal torpore: chi rimetteva a posto il cuscino da viaggio, chi cercava il telefono cellulare nella borsa, chi sbadigliava rumorosamente. La quiete spettrale della notte si frantumò in un brusio confuso di voci soffuse e click di cinture di sicurezza che si slacciavano.

Guardai di sghimbescio verso la fila 15. Marco si era raddrizzato sulla poltrona. Aveva tolto il cappellino scuro, rivelando capelli corti e brizzolati e lineamenti duri come il granito. I suoi occhi cercarono immediatamente il mio sedile, fissandomi con una intensità che mi fece mancare il respiro. Sapeva che eravamo arrivati al dunque. Sapeva che il gioco stava per finire.

"Adesso," sussurrò Elena con un filo di voce, afferrandomi un ultimo istante la mano prima di prepararsi allo scatto.

Presi un profondo respiro, chiusi gli occhi per un secondo per raccogliere tutto il coraggio che non sapevo di avere, e poi mi lasciai cadere in avanti nel corridoio, simulando un barcollamento violento e urlando con voce strozzata: "Un medico! Aiuto, non respiro... mi gira la testa..."