Il Volo Notturno per Lisbona
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Il Volo Notturno per Lisbona

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Il portellone principale del Boeing si aprì con un sibilo pneumatico, liberando un vortice di aria fresca notturna che si mescolò all'odore acre di carburante e riscaldamento della cabina. La folla dei passeggeri si alzò in piedi in un caos disordinato, strattonandosi per recuperare le valigie dalle cappelliere e riversandosi nel corridoio stretto come un fiume in piena. Io rimasi bloccato nel mezzo della calca, spinto in avanti dalla corrente umana, mentre cercavo disperatamente con lo sguardo la sagoma di Marco o quella di Elena tra i volti stanchi dei viaggiatori.

Non c'era traccia di nessuno dei due. Forse Elena era riuscita a svignarsela attraverso il portellone di servizio posteriore prima che l'equipaggio se ne accorgesse, oppure Marco l'aveva intercettata nei bagni di coda prima che l'aereo si fermasse completamente. L'angoscia mi stringeva la gola come una morsa di ferro. Scesi barcollando lungo la scal മൊmobile metallica che collegava l'aeromobile al manicotto telescopico dell'aeroporto di Lisbona-Humberto Delgado, respirando avidamente l'aria umida della notte portoghese.

Il flusso dei passeggeri ci condusse rapidamente all'interno del terminal principale, un dedalo immenso di corridoi luminosi, scale mobili, cartelli multilingue e negozi duty-free ancora aperti. La stanchezza della notte si mescolava all'adrenalina pura, creando una nebbia mentale che rendeva difficile persino concentrarsi sui cartelli indicanti i controlli passaporti e la riconsegna bagagli.

"Devo trovare la polizia," mormorai tra me e me, guardandomi intorno con circospezione, temendo di vedere spuntare da un momento all'altro la sagoma minacciosa di Marco da dietro una colonna di marmo.

Mi diressi a passo svelto verso la zona dei controlli doganali, dove una lunga fila di viaggiatori attendeva di sbrigare le formalità d'ingresso. Fu lì, tra la folla in attesa, che vidi qualcosa che fece fermare il mio cuore. A pochi metri di distanza, vicino a un gabbiotto della sicurezza aeroportuale, c'era Marco. Non stava correndo; camminava con una calma gelida, stringendo per il braccio una donna con il cappuccio abbassato sulla fronte. Riconobbi immediatamente la giacca di pelle consunta di Elena.

La stava trascinando con una forza discreta ma inesorabile, fingendo davanti agli agenti e ai passanti che fosse una normale discussione di coppia o una moglie colta da un malore improvviso. Elena aveva lo sguardo perso nel vuoto, le labbra bianche e tremanti, incapace di opporre resistenza fisica contro quella presa d'acciaio.

Il tempo si fermò. Se avessi chiamato la polizia in quel momento, urlando che quell'uomo stava rapendo una donna creduta morta da sei anni, mi avrebbero preso per pazzo o ubriaco, e Marco avrebbe avuto tutto il tempo di tirare fuori i suoi documenti falsi perfetti, trascinandola via per sempre in un angolo buio del mondo da cui non sarebbe mai più tornata.

Dovevo agire d'astuzia. Non potevo affrontarlo a mani nude dopo il pugno ricevuto a bordo; avevo bisogno di un elemento di sorpresa, di una distrazione che potesse strapparla dalle sue grinfie anche solo per pochi secondi.

Mi guardai intorno freneticamente alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse aiutarmi in quel disperato tentativo di salvataggio.