Due giorni dopo l'accaduto, mi ritruovai seduto su un altro aereo, questa volta diurno, con rotte di ritorno verso Roma Fiumicino. Questa volta non ero seduto al finestrino della fila 24, né cercavo di nascondermi dietro una rivista per evitare il mondo. Ero seduto comodamente al mio posto, con lo sguardo rivolto verso l'esterno, dove le nuvole bianche e soffici riflettevano la luce splendente del sole pomeridiano.
Mentre il Boeing solcava il cielo terso del Mediterraneo, ripensai a tutto ciò che era successo nelle ultime quarantotto ore. Sembrava di aver vissuto un anno intero in pochissimi giorni. La notizia dell'arresto di Marco e della clamorosa riapparizione di Elena Rossi era ormai su tutte le prime pagine dei giornali italiani e telegiornali nazionali. I dettagli della vicenda venivano analizzati e commentati ovunque, e il mio nome, sebbene protetto parzialmente dai media per motivi di sicurezza, era stato citato come il passeggero misterioso che aveva sventato il piano del pericoloso latitante.
Sentii il telefono cellulare vibrarmi nella tasca della giacca. Lo tirai fuori con calma: era un messaggio di mia moglie — o meglio, della mia ex moglie, visto che le pratiche di separazione erano ormai vicine alla conclusione definitiva. Il messaggio era breve, civile, quasi affettuoso: "Ho letto la notizia al telegiornale. Spero tu stia bene. Buon rientro."
Sorrisi debolmente, riponendo il telefono nello zaino senza avvertire il benché minimo dolore o rancore nel petto. Quel matrimonio logorato non era altro che il residuo di un passato a cui avevo già detto addio prima ancora di salire su quel primo volo notturno. Ero cambiato. La paura affrontata a faccia a faccia nell'Atlantico e nel buio di un garage portoghese mi aveva restituito una forza interiore che credevo di aver smarrito per sempre. Non ero più l'uomo timoroso e insicuro che fuggiva dai propri fallimenti; ero qualcuno che sapeva prendere in mano la propria vita, anche quando la cabina tremava e il mondo sembrava crollare.






