Il Volo Notturno per Lisbona
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Il Volo Notturno per Lisbona

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Un'estranea sul mio volo mi ha supplicata di cambiare posto con lei.

Le parole mi risuonavano ancora nella mente come un eco metallico, mentre il rombo sordo dei motori del Boeing faceva vibrare impercettibilmente la poltrona di pelle sintetica su cui mi trovavo. Eravamo sospesi nel vuoto, a migliaia di metri d'altezza, da qualche parte sopra l'Atlantico nero e impenetrabile. L'aria all'interno della cabina era densa, intrisa dell'odore tipico dei voli notturni: un mix stantio di caffè riscaldato, plastica e stanchezza repressa di centinaia di passeggeri intrappolati nello stesso tubo di metallo.

Io mi chiamo Lorenzo, e quella notte stavo volando da Roma a Lisbona per motivi di lavoro, o almeno così mi ripetevo per giustificare la mia inquietudine. In realtà, stavo fuggendo da un matrimonio logorato da anni di silenzi e da un fallimento professionale che aveva prosciugato i miei risparmi e la mia autostima. Avevo scelto quel posto al finestrino, la fila 24, sperando di isolarmi dal mondo, di rannicchiarmi nel mio angolo e far finta che la mia vita non stesse andando in pezzi.

Ma i piani, si sa, durano il tempo di un decollo.

Tutto era iniziato venti minuti prima, durante le fasi concitate dell'imbarco al gate dell'aeroporto di Fiumicino. Una donna si era avvicinata barcollando leggermente, stringendo al petto una borsa di pelle consunta. Aveva il viso pallido, incorniciato da capelli castani disordinati, e uno sguardo che non esiterei a definire terrorizzato. Aveva gli occhi di chi sta correndo più veloce della propria ombra. Mi aveva afferrato un braccio con dita fredde, quasi artigliate, supplicandomi con una voce spezzata di prender il suo posto alla fila 12, vicino al corridoio, in cambio del mio al finestrino.

Inizialmente avevo rifiutato, confuso da quell'insistenza così febbrile. Ma lei aveva insistito con le lacrime agli occhi, dicendomi che soffriva di claustrofobia acuta e che aveva assolutamente bisogno di quell'angolatura diversa. Alla fine, sopraffatto dal disagio e dalla pressione degli altri passeggeri in fila dietro di noi, avevo accettato.

Ora, però, seduto alla fila 12, mi rendevo conto che la situazione aveva una piega ben diversa da un semplice capriccio per la claustrofobia.

Suo marito si sporse oltre il corridoio, da qualche parte sopra l'Atlantico, e mormorò con una voce che sembrava raschiare la pietra tombale: "Si faccia gli affari del suo posto, signora... ehm, signore. Lei sta bene dov'è."

Il suo sorriso non arrivava agli occhi. Erano due fessure fredde, glaciali, che mi scrutarono da sotto la falda di un cappellino scuro abbassato sulla fronte. Quell'uomo, che sull'imbarco sembrava un tranquillo passeggero in abito grigio, emanava un'aura di minaccia sorda, palpabile. Non c'era affetto in quel tono; c'era un ordine mascherato da consiglio amichevole, un avvertimento che ti si conficcava nello stomaco come una lama arrugginita.

Sentii un brivido freddo risalirmi lungo la schiena, partendo dalla nuca. Fissai quell'uomo, poi spostai lo sguardo sulla donna — o meglio, su quella che avevo scoperto chiamarsi Anna, leggendo distrattamente la carta d'imparco che mi aveva quasi buttato addosso nello scambio. Lei era seduta qualche fila più avanti, irrigidita come una statua di sale, con lo sguardo fisso nel vuoto.

Dissi: "Me l'ha chiesto lei. Cambio."

Le ginocchia mi tremavano mentre mi alzavo in piedi, cercando di mantenere una parvenza di dignità e fermezza che in realtà non possedevo affatto. Le luci della cabina erano già abbassate per la notte, ridotte a una tenue luminescenza bluastra che conferiva ai volti dei passeggeri un aspetto spettrale, quasi cadaverico. Il contrasto tra il buio esterno dell'oceano e la luce artificiale interna creava un'atmosfera claustrofobica, irreale.

Alla mia affermazione, il marito di Anna — che avevo sentito chiamare Marco durante una conversazione concitata prima del decollo — irrigidì i muscoli della mascella. La vena sulla sua tempia iniziò a pulsare visibilmente. Fece per alzarsi, per bloccarmi la strada nel corridoio stretto, con l'intenzione evidente di rimettermi al mio posto con la forza o con le cattive maniere.

Ma in quel preciso istante, l'assistente di volo passò lungo il corridoio con il carrello delle bevande. La sua presenza imprevista fece da scudo umano. Ci spostò entrambi con un sorriso di circostanza ("Permesso, signori, prego...") e il marito tacque, costretto a ricomporsi e a risedersi pesantemente sulla sua poltrona, sebbene i suoi occhi continuassero a trafiggicarmi la schiena come spilli incandescenti.

Riuscii a raggiungere il posto originario di Anna, accanto al finestrino, proprio accanto a lei.

Non appena mi sedetti, lei si voltò di scatto. Senza dire una sola parola, con un gesto disperato e naturale al tempo stesso, la donna mi tenne la mano per tutto il volo verso Lisbona. Le sue dita erano gelide, bagnate di un sudore freddo che tradiva un terrore atavico. Quella stretta non era un gesto di cortesia o di vicinanza casuale; era la presa di una naufraga che si aggrappava all'ultimo pezzo di legno in mezzo a un mare in burrasca.

La cosa più agghiacciante, tuttavia, fu il suo comportamento successivo: non si voltò mai a guardarlo. Neanche una volta. Per le successive due ore, rimase con il viso rivolto verso di me o verso il minuscolo oblò nero, ignorando completamente l'uomo seduto a pochi metri di distanza, come l'avesse cancellato dalla realtà o temesse che incrociare il suo sguardo scatenasse una catastrofe.