Il Volo Notturno per Lisbona
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Il Volo Notturno per Lisbona

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Le parole di Anna risuonavano nella mia mente come un martello pneumatico che batteva contro il vetro sottile della mia ragione. "L'uomo che mi ha seppellita sei anni fa." Una frase impossibile, folle, da manicomio criminale. Eppure, guardando quel passaporto tra le mie dita, la follia acquistava i contorni definiti di una spaventosa realtà. Il nome stampato sopra era quello di Elena Rossi. Una giovane donna di Firenze, brillante architetto, svanita nel nulla durante una gita solitaria nei boschi dell'Appennino tosco-emiliano. Ricordavo perfettamente quel caso: mesi di ricerche disperate, cani molecolari, volontari che pettinavano palmo a palmo i pendii montuosi, le lacrime strazianti del marito in televisione, un uomo distrutto dal dolore che implorava chiunque avesse notizie di farsi vivo. Quel marito, con gli occhi rossi e la voce rotta dalla commozione, aveva commosso l'intera nazione. E quell'uomo, oggi, era seduto a poche file di distanza da noi, con lo stesso identico sguardo glaciale, travestito da passeggero qualunque su un volo notturno internazionale.

Il cervello mi pulsava violentemente mentre cercavo di mettere insieme i pezzi di un puzzle che sembrava sfidare le leggi stesse della logica. Se Elena Rossi era considerata morta, se il corpo non era mai stato ritrovato ma il tribunale ne aveva dichiarato la presunta morte dopo anni di indagini archiviate, cosa ci faceva lì? E soprattutto, perché aveva un passaporto diverso, con un nome completamente differente, ma con la sua inconfondibile fotografia? Fissai la donna accanto a me, cercando di ritrovare i lineamenti descritti all'epoca dai telegiornali. I capelli erano tinti di castano scuro, leggermente tagliati in modo grossolano, e sul viso c'era un velo di trucco pesante che cercava di mascherare una cicatrice sottile lungo la linea della mandibola. Ma gli occhi... gli occhi erano inconfondibili. Quell'azzurro intenso, venato di grigio, che nessun travestimento poteva cancellare del tutto.

"Ascoltami bene, Lorenzo," sussurrà lei, con le labbra che quasi non si muovevano per paura di essere letta o udita dall'uomo dietro di noi. "Lui non è mio marito. Si chiama Marco, ma il suo vero cognome non lo conoscono neanche i registri dello Stato. È un uomo pericoloso, legato a un giro di riciclaggio e traffici internazionali. Sei anni fa scoprii qualcosa che non avrei dovuto vedere nel suo studio privato. Pensavo di poter fuggire, di cambiare vita con una nuova identità che mi ero procurata in segreto. Ma lui mi ha trovata prima che potessi salire su quel treno. Mi ha portata in una baita isolata, mi ha fatto scavare la mia stessa fossa nei boschi, e poi... mi ha lasciata lì credendo che fossi morta soffocata o assiderata. Ma io sono sopravvissuta. Per miracolo, o forse solo per pura disperazione, sono riuscita a liberarmi dalle fascette di plastica che mi legavano le mani e a trascinarmi fuori da quella tomba superficiale. Da allora vivo come un fantasma, nascosta, cambiando continuamente città, paese, volto, sperando che lui non mi trovasse mai più. Ma stanotte... stanotte mi ha scoperta di nuovo all'aeroporto di Fiumicino. Mi ha intercettata mentre stavo per imbarcarmi. Ha finto di essere il coniuge amorevole, mi ha minacciata sussurrandomi che se avessi fatto un solo passo falso avrebbe fatto del male alla mia famiglia, alle uniche persone care che mi sono rimaste. Mi sta portando via con la forza, Lorenzo. E quando atterriamo a Lisbona, non ci sarà nessun ritorno. Mi riporterà laggiù, e questa volta non ci sarà nessun miracolo."

Le parole colavano come piombo fuso nella mia coscienza. Ogni fibra del mio corpo urlava di correre via, di premere il pulsante per chiamare l'assistente di volo, di denunciare tutto alle autorità competenti non appena messi i piedi a terra. Ma c'era un dettaglio che mi bloccava: lo sguardo che Marco mi aveva lanciato poco prima, quel sorriso freddo e privo di empatia che prometteva una vendetta rapida e silenziosa. Eravamo in mezzo all'oceano Atlantico, a diecimila metri di quota, completamente isolati dal mondo reale. Nessuno ci avrebbe protetto lì dentro se quell'uomo avesse deciso di fare una mossa azzardata.

"Perché hai scelto proprio me?" riuscii a chiedere con un fil di voce, sentendo la gola completamente secca.

"Perché avevi l'aria di qualcuno che non ha più nulla da perdere," rispose lei con un amaro sorriso di disperazione. "Eri seduto al finestrino, isolato, con la testa china e gli occhi di chi sta scappando da qualcosa o qualcuno. Ho capito subito che eri l'unico che avrebbe potuto capirmi... o almeno l'unico che non mi avrebbe voltato le spalle."

Il cuore batteva all'impazzata contro le costole. Guardai fuori dall'oblò: il buio pesto dell'oceano rifletteva la luce fioca della cabina, trasformando il vetro in uno specchio scuro in cui vedevo riflessi i nostri volti sfigurati dalla paura. La notte sembrava infinita, e la meta del nostro viaggio si avvicinava inesorabilmente.