parte 9: Il veleno della madre
Il clack metallico del cane della pistola risuonò nella stanza ipertecnologica con una nitidezza spaventosa. Mia madre Vittoria aveva gli occhi sbarrati, iniettati di sangue e percorsi da una vena di follia pura. La sconfitta, il carcere imminente e la perdita del controllo l'avevano spinta oltre il margine della ragione. Per lei, quella stanza non rappresentava la salvezza di sua figlia Melania o la memoria della famiglia; era soltanto l'ultima fiches da giocare sul tavolo da gioco della sua avidità.
«Spostati da quel piedistallo, Adele,» ordinò mia madre, la voce incrinata dall'isteria. «Spostati o ti giuro che ti faccio saltare il cervello prima che i tuoi uomini possano muovere un solo dito.»
Nonna Adele non fece un passo indietro. Rimase eretta di fronte al piedistallo di vetro che custodiva le due fiale di siero, il bastone d'argento piantato con forza sul pavimento lucido. «Non lo farai, Vittoria,» disse Adele con un tono di agghiacciante disprezzo. «Se mi spari, la sequenza biometrica si bloccherà all'istante e questa stanza verrà sigillata a tenuta stagna entro cinque secondi. Nessuno uscirà vivo da qui, e le fiale verranno distrutte da un bagno d'acido automatico.»
«Mentitrice!» strillò Vittoria, muovendo un passo aggressivo verso di lei. «Hai sempre mentito! Mi hai fatta crescere come un'estranea nella mia stessa casa, mi hai negato l'accesso ai segreti della società e hai preferito questa... questa ragazza insignificante a me!»
«Ti ho negato l'accesso perché fin da quando eri una ragazza avevi la sociopatia nel sangue!» ribatté Adele, il viso duro come il marmo. «Hai tentato di avvelenare tuo padre quando avevi vent'anni per incassare l'assicurazione sulla vita! Ho dovuto insabbiare tutto per proteggere il nome della famiglia, ma ho capito che in te non c'era alcuna umanità. Elena ha ciò che a te è sempre mancato: la capacità di provare empatia, il senso del dovere e il rispetto per la vita.»
Quelle parole furono come una benzina gettata sul fuoco del risentimento di mia madre. Il suo braccio tremò violentemente, l'indice che si stringeva sul grilletto.
«Allora moriremo tutti qui!» gridò Vittoria.
«Mamma, no!»
La voce era debole, rauca, quasi un respiro. Veniva dalle spalle di Valerio. Melania si era ridestata dal suo stato di incoscienza, sostenuta dalle braccia di Valerio che la teneva stretta a sé. Mia sorella si trascinò in avanti di qualche passo, il viso pallido come la cera, le labbra cianotiche.
Vittoria si voltò un istante verso di lei, sorpresa. «Melania... stai zitta. Sto facendo questo per noi... per il nostro futuro!»
«No... stai facendo questo solo per te stessa,» disse Melania, le lacrime che le scavavano solchi puliti sulla pelle coperta di polvere. «Ieri sera... alla cena... mi hai spinta tu a pretendere quell'anello. Mi hai detto che se l'avessi preso avrei finalmente dimostrato di essere migliore di Elena... mi hai usata come una cavia per vedere cosa avrebbe fatto l'anello!»
«Non è vero! Io ti amo, Melania!» protestò Vittoria, vacillando per la prima volta nella sua determinazione.
«Tu non ami nessuno, mamma,» disse Melania con un filo di voce, cade a terra sulle ginocchia, troppo debole per sostenere il proprio peso. «Se mi ami davvero... posa quella pistola e lascia che Elena mi dia il siero... ti prego... sto morendo...»
Il momento d'esitazione di mia madre fu decisivo.
Dall'alto dello scalone sotterraneo che portava al salone superiore risuonarono raffiche di armi automatiche. I Fondatori stavano abbattendo le porte di sicurezza e scendevano verso il caveau. Il rumore dei loro stivali pesanti si faceva sempre più vicino.
«Non c'è più tempo,» disse l'avvocato De Santis. Con un gesto rapido, si lanciò verso il pannello di controllo a parete e azionò la leva d'emergenza.
Una paratia d'acciaio a scorrimento rapido cominciò a scendere dal soffitto, dividendo la stanza del caveau dal corridoio d'ingresso.
Vittoria, nel panico più totale nel vedere la paratia chiudersi e sentendo gli uomini del Consiglio arrivare alle sue spalle, sparò un colpo cieco verso il piedistallo prima di voltarsi e correre verso l'uscita sotterranea.
Il proiettile rimbombò spaventosamente nello spazio ristretto, impattando contro il bordo della struttura di vetro. I frammenti volarono ovunque. Una delle due fiale di siero cadde a terra, infrangendosi in mille pezzi sul pavimento di marmo, il liquido prezioso che si disperdeva inutilmente nelle fessure delle mattonelle.
«No!» urlai, lanciandomi verso il piedistallo.
La seconda fiala era ancora intatta, incastrata tra i supporti metallici piegati dal proiettile. La afferrai con cura maniacale, stringendola al petto come se fosse la cosa più preziosa del mondo.
La paratia d'acciaio si chiuse con un impatto sordo, sigillando me, nonna Adele, De Santis, Valerio e Melania all'interno del caveau sotterraneo. Fuori dalla porta si udirono urla, raffiche di mitragliatrice e poi il suono secco di un corpo che cadeva pesante a terra. Mia madre era stata intercettata dagli uomini del Consiglio.
«Siamo intrappolati,» disse Valerio, guardando la parete d'acciaio sigillata. «Non c'è altra uscita?»
Nonna Adele si avvicinò a Melania e si inginocchiò accanto a lei. «Prima pensiamo a salvare tua sorella,» disse, prendendo la fiala dalla mia mano.
Infilò un ago sterile nella capsula della fiala e iniettò il liquido trasparente direttamente nella vena del braccio di Melania. Per alcuni lunghi, terribili secondi non successe nulla. Poi, il respiro affannoso di mia sorella rallentò, il colore rosso tornò gradualmente sulle sue guance e le macchie violacee sul collo cominciarono a sbiadire visibilmente.
Melania aprì gli occhi, guardandomi con un'espressione di pura vergogna e gratitudine. «Elena... mi hai salvata... dopo tutto quello che ti ho fatto...»
«Siamo sorelle, Melania,» dissi, stringendole la mano. «Il resto non conta più.»
«Un momento toccante,» disse improvvisamente una voce maschile sconosciuta che risuonò dagli altoparlanti dell'impianto di interfono del caveau. «Ma ora parliamo d'affari, signorina Elena.»
Nonna Adele si alzò di scatto, lo sguardo fisso verso la telecamera di sicurezza posata nell'angolo del soffitto.
«Chi parla?» chiese De Santis.
«Sono il Dottor Hans Weber, rappresentante del Consiglio dei Fondatori,» disse la voce fredda, con un marcato accento tedesco. «Abbiamo preso il controllo di tutta la tenuta. La signora Vittoria è nostra prigioniera... ed è ancora viva, se la cosa vi interessa. Ma la struttura sotto la cappella è stata sigillata dall'esterno dai nostri tecnici. L'aria all'interno del vostro caveau durerà esattamente quarantotto minuti.»
Un brivido d'orrore ci percorse tutti.
«Cosa volete?» chiesi, avvicinandomi alla telecamera.
«Vogliamo il codice primario incisa nell'anello e la matrice originale della ricerca di Adele,» rispose Weber. «Consegnateci l'anello attraverso il condotto di aspirazione campioni e vi apriremo le porte. Rifiutatevi... e questo caveau diventerà la tomba della famiglia Busca.»
Guardai mia nonna. Adele mi sorrise con una serenità agghiacciante che mi fece tremare il cuore.
«Non sa che l'anello ha un terzo livello di memoria,» sussurrò Adele solo a me, avvicinando le labbra al mio orecchio. «Un livello che può essere attivato soltanto distruggendo il brillante primario...»






