L’OMBRA SULL’ANELLO
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L’OMBRA SULL’ANELLO

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parte 7: Il ponte del precipizio

Il suono del metallo strappato e del cemento che si sbriciolava echeggiò sopra il muggito della tempesta di neve. La Lancia si trovava in un equilibrio precario: il blocco motore sporgeva per metà oltre il ciglio del ponte, bilanciato solo dal peso del bagagliaio e dalle ruote posteriori incastrate tra i rottami della ringhiera di ferro. Sotto di essa, un precipizio di trecento metri si apriva nel buio del canyon del fiume Stura, ricoperto di rocce affilate e cascate di ghiaccio.

«Fermi tutti! Non muovetevi!» gridò l'autista del nostro fuoristrada, bloccando il veicolo a venti metri di distanza. «Il minimo spostamento d'aria può far cadere la vettura!»

Uscii dal fuoristrada prima che De Santis potesse fermarmi. Il freddo polare dell'altitudine mi penetrò nei polmoni come mille spilli di vetro, ma la vista di mia sorella svenuta sul sedile posteriore spezzò ogni esitazione. La nebbia e i fiocchi di neve densi turbinavano intorno alla struttura pericolante del ponte.

«Melania!» urlai, muovendomi con passi leggeri e calcolati sul manto di ghiaccio che copriva l'asfalto.

Dal finestrino anteriore del guidatore, spaccato a ragnatela, emerse il volto insanguinato di Roberto Marenco. Il conte respirava a fatica, la mano destra serrata sul volante mentre la sinistra, quella con l'anello di mia nonna, tremava violentemente. La gemma dell'anello emanava ora un bagliore violaceo intermittente, un segnale acustico acuto e quasi impercettibile che perforava il rumore del vento. La capsula neuro-tossica si stava sgretolando.

«Elena...» rantolò Roberto, la voce soffocata dal panico. «Aiutami... non riesco ad aprire la portiera... è bloccata contro la roccia!» «Consegna l'anello, Roberto!» disse nonna Adele, scendendo lentamente dal fuoristrada, sostenuta dall'avvocato De Santis. «Se la capsula si apre del tutto, il gas vi ucciderà entrambi prima ancora che la macchina precipiti!»

«L'anello è mio!» gridò Marenco con una follia disperata negli occhi. «Io e Vittoria abbiamo lavorato vent'anni per questo momento! Ho perso mio figlio... Valerio mi ha tradito per questa maledetta ragazza! Non me ne andrò a mani vuote!»

«Mio figlio Valerio ti ha disprezzato perché sei un parassita!» urlò una voce alle nostre spalle.

Ci voltammo di scatto. Da una pista forestale che si immetteva sul ponte emerse una seconda vettura, una vecchia jeep da montagna. Dalla portiera scese Valerio. Aveva il volto fasciato, le mani segnate da vistose ustioni da corda e una stampella di legno sotto l'ascella destra, ma nei suoi occhi c'era una determinazione feroce.

«Valerio?» dissi, sconvolta nel vederlo lì. «Elena... mi dispiace... mi dispiace per tutto,» disse Valerio, muovendo qualche passo lento verso di me sul ghiaccio. «Mio padre vi ha mentito. Non ha mai voluto salvare Melania. Voleva usarla come cavia per testare il siero di distruzione e poi vendere la formula sul mercato nero svizzero!»

«Zitto! Zitto, maledetto ingrato!» urlò il conte Marenco dal finestrino della Lancia. Con un gesto isterico, cercò di girarsi per afferrare la borsa di pelle posata sul sedile del passeggero.

Quel movimento improvviso spostò il centro di gravità della vettura. Il metallo delle ruote posteriori stridette contro la ringhiera piegata e la Lancia scivolò in avanti di dieci centimetri. Un rumore sordo di roccia che cedeva risuonò nel vuoto sottostante.

«Melania!» gridai.

Senza pensare ai rischi, scattai in avanti sul ghiaccio. Ignorai le urla di mia nonna e di Valerio che mi dicevano di fermarmi. Raggiunsi il lato posteriore destro della vettura, quello che poggiava ancora parzialmente sul bordo del ponte. La maniglia della portiera posteriore era bloccata dal gelo. Afferrai un pezzo di ferro arrugginito caduto dalla ringhiera e colpii con tutta la forza che avevo nel corpo il vetro del finestrino posteriore.

Il cristallo si sbriciolò in mille frammenti. Infilai le braccia all'interno, tagliandomi i polsi sulle schegge rimaste incastrate nella guarnizione, e afferrai mia sorella per le spalle. Melania era fredda, il suo viso pallido segnato da macchie violacee lungo il collo, effetto del veleno chimico che le stritolava le funzioni vitali.

«Melania! Svegliati! Ti prego, svegliati!» la scossi con disperazione.

I suoi occhi si aprirono leggermente, velati e privi di messa a fuoco. «Elena...?» mormorò con un filo di voce deliquata. «Io... io mi dispiace... l'anello... mamma mi ha detto...»

«Non parlare! Afferrami la mano!» urlai.

In quel momento, Roberto Marenco si rese conto che la macchina stava cedendo definitivamente. Sopraffatto dal terrore della morte, allungò la mano sinistra verso l'esterno del finestrino anteriore, cercando di afferrare il braccio di Valerio che si era avvicinato al lato guidatore.

«Valerio! Salvami! Sono tuo padre!» implorò Marenco.

La luce violacea dell'anello diventò fissa. Un piccolo sfiato di fumo bianco scaturì dalla fascia d'oro massiccio, spandendosi nell'abitacolo dell'auto. Marenco cominciò subito a tossire violentemente, portandosi le mani alla gola mentre i suoi occhi si riempivano di sangue.

«L'anello... Elena, prendi l'anello!» urlò De Santis da dietro. «Devi resettare il codice primario prima che il gas saturino l'ambiente!»

Allungai il corpo oltre il sedile posteriore, insinuandomi nell'abitacolo tossico della Lancia. Il gas chimico, dall'odore pungente di mandorle amare e zolfo, mi bruciò le narici e gli occhi, facendomi lacrimare all'istante. Con le dita insanguinate e tremanti, afferrai la mano di Roberto Marenco e sfilai con forza l'anello antico dal suo dito gonfiato dal veleno.

Appena l'anello toccò la pelle del mio palmo, il bagliore violaceo si spense all'istante. Una luce dorata, caldissima e pura, scaturì dalla gemma, illuminando l'interno dell'auto. Il segnale acustico cessò.

Ma il movimento del mio corpo aveva sbilanciato definitivamente la vettura.

Con un boato spaventoso, la struttura di protezione del ponte crollò del tutto. La Lancia scivolò nel vuoto.

Riuscii a tirare Melania fuori dal finestrino posteriore un secondo prima che l'auto staccasse completamente le ruote dal bordo. Cadei all'indietro sul ghiaccio del ponte, stringendo mia sorella al petto, mentre la Lancia precipitava nell'oscurità del canyon.

Un'esplosione sorda risuonò centinaia di metri più in basso, seguita da una colonna di fumo nero che salì nella nebbia.

Rimasi sdraiata sul ponte congelato, con il fiato corto, stringendo l'anello d'oro nella mano destra e mia sorella priva di conoscenza con la sinistra. Valerio si inginocchiò accanto a me, piangendo in silenzio di fronte all'abisso dove suo padre era appena scomparso.

Nonna Adele si avvicinò con passo lento. Si chinò su di me, osservando il bagliore dorato che emanava dal gioiello rimasto stretto nel mio pugno.

«Il codice è completo,» disse con una voce che non conteneva trionfo, soltanto una profonda e solenne gravità. «Ma la vera battaglia per l'eredità dei Busca è appena cominciata. Guarda giù, Elena.»

Alzai lo sguardo verso la vallata sottostante, oltre la cortina di neve. Nella pianura ai piedi del colle, una lunga fila di fari luminosi si stava muovendo verso la tenuta di Villa Adele...