parte 13: L'inganno di Firenze
Il treno Frecciarossa emerse dalla penombra della galleria appenninica, scivolando dolcemente verso la stazione di Firenze Santa Maria Novella. Fuori dal finestrino, il sole del pomeriggio illuminava i tetti di terracotta rossa e la cupola del Brunelleschi, tingendo la città di un'atmosfera d'oro e di rinascimento che sembrava anni luce lontana dalle nebbie fredde e dai drammi di Cuneo.
Ma dentro di me, il messaggio ricevuto sul telefono continuava a bruciare come un marchio a fuoco. “Tua madre ne ha fatto forgiare un secondo... ed è già a Palazzo Ridolfi.”
Era una trappola? Un ultimo disperato tentativo da parte di quello che rimaneva del cartello svizzero per seminare il panico e impedirmi di raggiungere mio nonno Cesare? O mia madre Vittoria era stata davvero così previdente e diabolica da duplicare la matrice d'oro prima che tutto crollasse?
Scesi dal treno stringendo la borsa di pelle al petto. L'aria di Firenze era più mite rispetto a quella del Piemonte, impregnata dell'odore di caffè caldi, pioggia recente e turisti che affollavano i binari. Mi mossi tra la folla con la vigilanza acquisita negli ultimi tre giorni, osservando ogni volto, ogni cappotto scuro, ogni sguardo che si soffermava su di me più del dovuto.
Non presi un taxi. Preferii proseguire a piedi attraverso i vicoli stretti del centro storico, tagliando per Piazza della Signoria e dirigendomi verso la riva sinistra dell'Arno, la zona dell'Oltrarno dove la vecchia aristocrazia fiorentina custodiva i propri palazzi lontano dal flusso turistico principale.
Palazzo Ridolfi apparve dietro la curva di un vicolo lastricato di pietra serena: una facciata austera del Cinquecento, con un imponente portone di legno ferrato e finestre ingiandate protette da inferriate di ferro battuto. Parve un forte silenzioso ed inespugnabile nel cuore della città.
Spinsi il piccolo battente di bronzo del portone principale. Il portone si aprì con un suono sordo, rivelando un cortile interno con un colonnato d'accesso, archi a tutto sesto e una fontana di marmo raffigurante un nettuno.
Ad attendermi nel cortile c'era Carlo Ridolfi, l'uomo che mi aveva parlato sotto il cedro a Busca. Non indossava più l'impermeabile da viaggio, ma uno smoking elegante d'altri tempi.
«Benvenuta a Firenze, Elena,» disse Ridolfi con un inchino formale. «Tuo nonno ti sta aspettando nello studio al piano nobile.»
«Prima che io salga, Ridolfi,» lo fermai, mantenendo la distanza di tre passi. «Devo sapere chi c'è in questo palazzo in questo momento.»
Ridolfi mi guardò sorpreso, inclinando leggermente la testa. «Oltre a me, tuo nonno e la servitù storica... non c'è nessuno, Elena. Questo palazzo è una fortezza privata da vent'anni.»
«Allora spiegami questo,» dissi, mostrandogli lo schermo dello smartphone con il messaggio ricevuto sul treno.
Ridolfi lesse le parole del messaggio e il suo viso, prima disteso ed accogliente, si indurì istantaneamente. Una sfumatura di gravità spaventosa gli passò negli occhi. «Questo... questo è impossibile,» mormorò Ridolfi. «La forgia dell'anello originale è stata distrutta nel 1985 nei laboratori di Busca. Nessuno avrebbe potuto duplicare la lega d'oro senza la formula biologica di tua nonna Adele.»
«A meno che mia madre non l'abbia avuta vent'anni fa,» ribatté io con voce ferma. «A meno che l'anello che Melania ha indossato a Cuneo non fosse già il secondo.»
Ridolfi rimase in silenzio per alcuni interminabili secondi, poi mi fece cenno di seguirlo con urgenza verso lo scalone d'onore che portava ai piani superiori. «Dobbiamo andare da Cesare immediatamente. Se quello che dici è vero... tuo nonno è in pericolo di morte.»
Salimmo le scale di marmo a passi rapidi. Il palazzo era silenzioso, illuminato da grandi candelabri a parete e quadri d'epoca che raffiguravano i grandi antenati della casata Ridolfi e Busca. Raggiungemmo le doppie porte intagliate dello studio principale al secondo piano.
Ridolfi spinse le porte ed entrammo.
Lo studio era una stanza magnifica, con il soffitto ad affreschi raffiguranti allegorie della scienza e dell'arte, scaffali di noce alti fino al soffitto pieni di codici antichi e grandi vetrate che davano sul fiume Arno.
Al centro della stanza, seduto su una poltrona di velluto rosso davanti a un imponente camino acceso, c'era uno stimato uomo anziano. Indossava una vestaglia di seta scura, le gambe coperte da una coperta di cachemire. La sua figura era fragile, magra, ma la testa era eretta e fiera.
Mio nonno Cesare.
«Elena...» disse l'uomo anziano, la sua voce profonda ed emozionata che tremava nel silenzio dello studio. «Sei davvero tu... la figlia di mia figlia...»
Mi avvicinai lentamente, il cuore che mi batteva con una violenza inaudita nel petto. Vedere il volto di mio nonno, l'uomo che avevo creduto morto per tutta la mia vita, risvegliava in me un senso di appartenenza che non avevo mai provato prima.
Mi inginocchiai accanto alla sua poltrona. Cesare mi allungò una mano tremante, sfiorandomi i capelli con un'infinita dolcezza.
«Assomigli così tanto ad Adele quando avevi la tua età,» mormorò mio nonno con le lacrime agli occhi. «Perdonami, bambina mia. Perdonami per avervi lasciate sole in quell'inferno per tutti questi anni.»
«Non importa più, nonno,» dissi, coprendo la sua mano con la mia. «L'importante è che ora siamo qui. E che la verità è stata resa pubblica.»
In quel momento, dalla penombra dell'angolo opposto dello studio, oltre le grandi tende di velluto verde della finestra, emerse una figura che fece gelare il sangue nelle mie vene.
Una figura femminile, elegante, con abiti scuri di sartoria e un sorriso freddo e spietato sulle labbra rosse.
Non era mia madre Vittoria.
Era mia sorella Melania.
O meglio... la donna che per vent'anni avevo creduto fosse mia sorella Melania.
«Ciao, Elena,» disse la donna con una voce che non aveva più niente di infantile o debole. «Ti piace la sorpresina che ti ho preparato sul treno?»
Stavo per alzarmi di scatto, ma Ridolfi mi bloccò le spalle con una presa di ferro, mentre estraeva dalla giacca una piccola pistola con silenziatore e la puntava direttamente alla testa di mio nonno Cesare.
«Non muoverti, Elena,» disse Ridolfi con la stessa voce pacata e aristocratica di prima, ma ora del tutto priva di calore umano. «Il gioco di magia di tua nonna Adele è stato un successo... ma avevate dimenticato che la linea dei Ridolfi ha sempre avuto due facce.»






