L’OMBRA SULL’ANELLO
News Story

L’OMBRA SULL’ANELLO

2 visualizzazioni

parte 4: L'ombra di Busca

La portiera della pattuglia si aprì lentamente. Vidi due agenti in divisa scendere con la mano appoggiata alla fondina dell'arma d'ordinanza. La vista della polizia non mi dava alcun senso di protezione; al contrario, la voce dell'avvocato De Santis mi risuonava nelle orecchie come un monito letale. La mia casa era stata già perquisita, le prove erano state create a arte per incriminarmi, e mia madre controllava fili più alti e complessi di quanto potessi mai immaginare.

Con un movimento felino, scivolai dietro l'angolo della cabina telefonica prima che le luci dei loro fari potessero inquadrarmi in pieno volto. Scomparsi nel dedalo di viuzze del quartiere vecchio dietro la stazione, dove l'odore di legna bruciata dai camini e il vapore delle lavanderie oscuravano la visuale. Correvo con il cuore in gola, i piedi piagati all'interno degli stivali ancora umidi.

Avevo bisogno di un mezzo per raggiungere Busca, un piccolo comune arroccato ai piedi delle Alpi Cozie, a circa quindici chilometri da Cuneo. La villa di nonna Adele sorgeva sulla collina del colle dell'Eremo, un luogo isolato e cinto da vecchi muretti a secco, rimasto abbandonato per due decenni secondo la vulgata familiare.

Raggiunsi un garage di riparazioni meccaniche gestito da un vecchio amico di mio padre, un uomo schivo che non vedevo da anni ma che era sempre stato estraneo alle dinamiche velenose della nostra famiglia. Il vecchio meccanico, con la tuta sporca di grasso nero, mi guardò sbalordito quando mi vide apparire sulla soglia del suo officina, sconvolta, infreddata e sporca di fango.

«Elena? Ma cosa ti è successo? Tua madre... tua madre ha fatto girare la tua foto su tutti i canali locali. Dicono che hai fatto del male a tua sorella Melania...» «È una bugia, Mario!» lo interrompei, la voce rotta ma fermissima. «Mi stanno incastrando. Ho bisogno di una vettura che non sia registrata a mio nome. Solo per poche ore. Ti supplico, credimi.»

Il vecchio mi fissò negli occhi per lunghi, interminabili secondi. Nel suo sguardo stanco vidi passare l'ombra di un ricordo antico. «Somigli tanto a tua nonna Adele quando finiva nei guai,» mormorò con un sospiro profondo. «Tutti pensavano che Adele fosse una vipera, ma io so cosa succedeva in quella casa. Prendi la vecchia Panda verde nell'ultimo box. Le chiavi sono nel cruscotto. E stai attenta: le strade verso la collina di Busca sono bloccate dai canali della tenuta.»

Ringraziai Mario con un nodo alla gola e salii sulla piccola auto. Il motore tossì due volte prima di avviarsi con un brontolio familiare. Misi in marcia e mi diressi verso le colline, evitando la statale principale e prendendo le strade di campagna che si snodavano tra le fruttete spoglie e i campi coperti dalla brina invernale.

Mentre salivo verso Busca, il paesaggio diventava sempre più cupo. La nebbia si infittiva, trasformando i pioppi spogli in sagome spettrali che sembravano indicare la strada. La storia ufficiale della mia famiglia voleva che mia nonna Adele fosse scappata nel 2004 dopo essere stata accusata di aver sottratto ingenti somme dalla società agricola di famiglia, lasciando mio padre e mia madre a gestire i debiti. Ma perché un'ereditiera facoltosa avrebbe dovuto rubare i propri soldi? E perché l'anello, l'oggetto che mia madre bramava più di ogni altra cosa, era finito tra le mani di Valerio?

Arrivai ai cancelli in ferro battuto di Villa Adele poco dopo le tredici. I cancelli, arrugginiti e avvolti da un'edera soffocante, erano spalancati. I segni freschi di pneumatici pesanti erano visibili sul viale di ghiaia. Qualcuno era arrivato prima di me.

Parcheggiai la Panda tra i cespugli di alloro a centinaia di metri dall'ingresso principale e proseguii a piedi, tenendomi a ridosso degli alberi secolari del parco. La villa apparve maestosa e decadente dietro una curva del viale: tre piani di architettura neoclassica con persiane scrostate, intonaco cadente e grandi vetrate oscurate dalla polvere degli anni. Ma non era del tutto abbandonata. Nel piazzale antistante c'erano due SUV neri con i vetri fumé.

Mi avvicinai a una finestra del piano terra che dava sulla vecchia biblioteca. L'anta di legno era accostata. Con estrema cautela, spinsi il legno marcio ed entrai, trovandomi immersa in un odore penetrante di carta muffita, cuoio vecchio e qualcosa di dolce e chimico, simile all'odore dell'ospedale.

La stanza era a soqquadro. Centinaia di libri erano stati strappati dagli scaffali e gettati a terra. I quadri d'epoca erano stati staccati dalle pareti e le cornici spezzate. Qualcuno stava cercando disperatamente qualcosa tra le rovine della vita di Adele.

Sentii delle voci provenire dal salone principale, oltre le doppie porte d'ebano della biblioteca. Mi accucciai dietro un imponente scrivania di noce e sbirciai attraverso la fessura della serratura.

Nella sala grande, sotto un enorme lampadario di cristallo impolverato, c'era mia madre. Indossava il suo soluto elegante cappotto di cashmere cammello, ma il suo viso era sfigurato da una maschera di rabbia folle. Di fronte a lei, legato a una sedia di legno intagliato, c'era un uomo anziano dai capelli d'argento e il portamento distinto: l'avvocato De Santis.

«Dove ha nascosto la seconda parte della chiave, De Santis?» urlò mia madre, colpendo l'uomo in viso con la sua borsetta di pelle. «Melania sta morendo al pronto soccorso! Il veleno reattivo nella montatura dell'anello si attiva se la persona che lo indossa non ha la sequenza genetica corretta! Lo avevi previsto, vero? Tua cara Adele lo aveva previsto!»

L'avvocato De Santis sputò un filo di sangue sul pavimento di marmo, poi sorrise con una calma agghiacciante. «Adele sapeva che tu o tua figlia avreste rubato l'anello prima o poi, Vittorio. Sapeva che la tua avidità ti avrebbe spinta a strapparlo dal dito di Elena. L'anello riconosce solo il sangue diretto di Adele... ed Elena è l'unica vera nipote. Melania... Melania non è nemmeno tua figlia, vero Vittorio?»

Mia madre impallidì vistosamente. Fece un passo indietro come se fosse stata colpita da un fulmine.

«Taci!» strillò con una voce stridula che non le avevo mai sentito. «Taci o ti sparo qui dove sei!»

«Spara pure,» disse De Santis, alzando gli occhi stanchi verso il soffitto. «Ma la sostanza che sta distruggendo gli organi di Melania richiede il siero che si trova nella cassaforte biologica sotto la cappella di famiglia. E la cassaforte si apre solo con la combinazione incisa sull'anello... unita alla presenza fisica di Elena.»

Nascosta dietro la scrivania della biblioteca, mi portai le dita alla bocca per soffocare un grido. Melania non era mia sorella? E io... io ero l'unica vera erede di nonna Adele?

In quel momento, dal piano di sopra della villa, risuonò un rumore metallico, lungo e stridente, come se una botola di ferro fosse stata forzata dall'interno.

I due uomini armati al seguito di mia madre estrassero immediatamente le pistole e puntarono le armi verso lo scalone d'onore. Mia madre si voltò con il terrore dipinto negli occhi.

Dall'ombra in cima alle scale emerse una figura altissima, avvolta in un mantello di lana scura, che camminava appoggiandosi a un bastone dal pomello d'argento. La luce della vetrata illuminò un volto segnato dalle rughe ma con due occhi azzurri, nitidi e glaciali come il ghiaccio delle Alpi.

Era mia nonna Adele. Ed era viva.