parte 6: La caccia sul colle
La rivelazione di mia nonna cadde nel salone abbandonato come una pietra in un pozzo profondo. Il padre di Valerio, il conte Roberto Marenco, un uomo che avevo sempre considerato un nobiluomo caduto in disgrazia, un figura distinta e taciturna che viveva di rendita nella sua tenuta di campagna, era in realtà il vero burattinaio di quella tragedia.
«Roberto Marenco...» mormorai, cercando di mettere insieme i tasselli di un puzzle che continuava a ingrandirsi e a deformarsi. «Il padre di Valerio... era lui che spingeva suo figlio tra le mie braccia?» «Roberto non ha mai perdonato a questa famiglia di avergli negato l'accesso alle risorse di ricerca di mia madre,» spiegò Adele, facendomi cenno di seguirla attraverso un corridoio laterale che portava a uno studio privato ben conservato, nascosto dietro una libreria a specchio. «Vent'anni fa, quando capii che tua madre Vittoria e Roberto stavano cospirando per vendere i nostri brevetti chimici e farmaceutici a un cartello privato svizzero, fui costretta a fingere la mia morte. Ho vissuto nell'ombra, protetta da De Santis e da una rete di alleati fedeli, aspettando il momento in cui la verità potesse emergere senza distruggerti.»
«Ma perché aspettare vent'anni?» urlai, la frustrazione che rompeva finalmente il muro di contenimento emotivo che mi ero imposta. «Mi avete lasciata crescere con una donna che mi odiava! Ho vissuto nell'illusione che la mia famiglia fosse normale, ho amato un uomo che mi stava usando, e ora mi dite che sono la chiave di un sistema di potere tossico! Perché non sei tornata prima?»
Nonna Adele si fermò di fronte a una grande mappa d'epoca del Piemonte appesa alla parete. Non ci fu rabbia nel suo sguardo, soltanto una profonda e dolorosa malinconia. «Perché il siero che attiva e protegge la linea genetica richiede maturità biologica e psicologica,» disse a bassa voce. «Se ti avessi preso con me quando eri una bambina, Vittoria ti avrebbe usata come merce di scambio o ti avrebbe distrutta. Dovevi crescere lontana dal veleno del potere fino al momento in cui l'anello ti avrebbe identificata. E l'anello ti ha scelta tre giorni fa, quando Valerio te lo ha consegnato senza sapere che la pietra conteneva la sequenza attivatrice.»
L'avvocato De Santis entrò nello studio tenendo in mano un tablet tattico ad alta risoluzione. «Signora Adele, abbiamo intercettato il segnale della Lancia di Roberto Marenco. Si sta dirigendo verso il colle della Maddalena, direzione Francia. Sta cercando di superare il valico prima che la tempesta di neve chiuda i passaggi alpini.»
«Ha l'anello con sé?» chiese Adele.
«Sì. Ma c'è un problema grave,» rispose De Santis, mostrando lo schermo del tablet dove lampeggiava un punto rosso fisso. «Roberto non sa che l'anello è stato manipolato nelle ultime tre ore. Dopo che Melania è stata avvelenata, la capsula interna ha iniziato un processo di degrado termico. Se l'anello supera i mille metri d'altitudine senza essere resettato tramite il codice biologico di Elena, la capsula si romperà del tutto, rilasciando una tossina gassosa neuro-paralizzante nel raggio di venti metri.»
Il respiro mi si bloccò di nuovo. «E lui è in macchina... con la finestra chiusa per il freddo?»
«Se non lo fermiamo prima del valico, morirà al volante e la macchina volerà nel precipizio del colle, distruggendo per sempre l'anello e i dati crittografati al suo interno,» disse De Santis.
Nonna Adele si voltò verso di me. «Elena, questa è la tua scelta. Puoi rimanere qui, protetta dai miei uomini, e lasciare che il destino compia la sua vendetta su Roberto Marenco. Oppure puoi venire con me sul colle e rivendicare ciò che è tuo, salvando la vita a un uomo che ha cercato di distruggerci ma che possiede le risposte definitive su dove si trova tua sorella Melania in questo momento.»
«Cosa c'entra Melania?» chiesi, confusa. «Hai detto che è all'ospedale di Cuneo!»
Adele scosse la testa lentamente. «La donna ricoverata all'ospedale Santa Croce è una copertura creata da tua madre per distogliere la polizia. La vera Melania è stata portata via da Roberto Marenco mezz'ora fa. È sul sedile posteriore di quella macchina... priva di conoscenza.»
La rabbia e l'orrore mi travolsero. Melania mi aveva tradita, mi aveva rubato il fidanzato con una risata spietata, mi aveva guardata andare via al freddo senza un briciolo di pietà. Ma era mia sorella. Cresciuta nella stessa casa sterile, manipolata da una madre mostruosa e usata come una pedina da un nobiluomo senza scrupoli. Non potevo lasciarla morire soffocata in una macchina sul ciglio di un dirupo alpino.
«Andiamo,» dissi con fermezza, guardando mia nonna negli occhi. «Portatemi sul colle.»
Salimmo su un imponente fuoristrada blindato guidato da uno degli uomini di Adele. La tempesta di neve stavano scendendo rapidamente dalle vette delle Alpi Cozie, avvolgendo le strade di montagna in un sudario bianco e sferzante. I tergicristalli battevano con forza contro il parabrezza mentre il veicolo si arrampicava lungo i tornanti stretti della strada che portava al valico della Maddalena.
Il vento urlava tra i pini secolari, scuotendo le chiome cariche di neve pesante. La visibilità era ridotta a pochi metri. Sullo schermo del GPS avanzato, il punto rosso della Lancia di Roberto Marenco si faceva sempre più vicino, ma la sua velocità era scriteriata per quelle condizioni atmosferiche.
«Sta guidando come un pazzo,» disse l'autista, stringendo il volante. «La strada ahead è ghiacciata. Se perde il controllo all'altezza del ponte del Salso, cade per trecento metri.»
«Accelerate!» ordinò Adele dalla fila posteriore. «Dobbiamo affiancarlo prima della curva del ponte!»
Il fuoristrada ruggì, superando una curva a gomito in sbandata controllata. Davanti a noi, attraverso il muro di neve fitta, scorgemmo i fari posteriori rossi della Lancia di Roberto. La vettura sbandava vistosamente da un lato all'altro della carreggiata stretta, scivolando sul ghiaccio nero.
«Roberto! Fermati!» urlai dal finestrino anteriore dopo che l'autista ebbe azionato la sirena d'emergenza del veicolo.
Attraverso il lunotto posteriore appannato della Lancia, vidi la sagoma di mia sorella Melania, accasciata contro il finestrino, immobile. E al volante, il viso stravolto del conte Marenco, che ci guardava dallo specchietto retrovisore con gli occhi sbarrati dalla follia e dal terrore.
All'improvviso, un lampo di luce viola scintillò dall'anello che Roberto portava al dito. La capsula termica aveva iniziato il suo processo di degradazione.
La Lancia scarto violentemente verso sinistra, sbandò sul ghiaccio e impattò contro la barriera di protezione del ponte del Salso. Il metallo stridette con un rumore spaventoso, la ringhiera si spezzò come un fiammifero e la parte anteriore della macchina rimase sospesa nel vuoto, sopra un abisso di roccia e ghiaccio...






