parte 8: Il codice nel sangue
La fila di fari che risaliva la curva della vallata sembrava un serpente luminoso pronto ad avvolgere l'intera collina di Busca. Non erano volanti della polizia né mezzi di soccorso. Erano veicoli civili di grande cilindrata, imponenti e neri, che avanzavano con una disciplina spaventosa nonostante la tempesta di neve che continuava a infuriare sul valico.
«Chi sono?» chiesi, cercando di rimettermi in piedi mentre aiutavo Valerio a sollevare Melania dal ghiaccio. Mia sorella respirava ancora, ma il suo battito cardiaco era debole, irregolare, come il ticchettio di un orologio che sta per esaurire la carica.
Nonna Adele osservava i fari con lo sguardo fisso e le labbra serrate. Per la prima volta da quando l'avevo rivista, scorsi un'ombra di preoccupazione increspare la sua fronte rigida. «È il Consiglio dei Fondatori,» rispose l'avvocato De Santis al suo posto, coprendo il corpo di Melania con una coperta termica presa dal fuoristrada. «La società privata svizzera con cui tua madre e Roberto Marenco avevano stipulato il contratto di vendita. Hanno capito che il piano di Roberto è fallito e sono venuti a prendersi ciò che ritengono di loro proprietà: il brevetto originario e il campione genetico puro.»
«Il campione genetico... sarei io?» chiesi, guardando l'anello che ora riposava sul mio palmo, inerte e freddo, come se non avesse appena rilasciato una tossina mortale.
«Non solo tu, Elena,» disse Adele, voltandosi verso di me e prendendomi le mani tra le sue. Le sue dita erano sorprendentemente calde. «Tu sei la custode del codice, ma la struttura contenitiva è nascosta nelle fondamenta della cappella di famiglia a Busca. Dobbiamo ritornare alla villa prima che arrivino loro. Se entrano nel laboratorio sotterraneo senza la sequenza corretta, attiveranno il sistema di autodistruzione chimica della tenuta, e metà della collina verrà contaminata da agenti neurotossici.»
Salimmo tutti sul fuoristrada blindato. Valerio sedeva accanto a me nel vano posteriore, tenendo la mano di Melania tra le sue. Tra noi tre c'era un silenzio denso, fatto di cose non dette, di tradimenti consumati e di una fragilità che non potevamo permetterci di mostrare.
«Elena...» mormorò Valerio senza alzare gli occhi. «Io... io so che non potrai mai perdonarmi. Mio padre mi ha ricattato con i debiti della nostra azienda, mi ha detto che se non avessi sedotto te per ottenere l'anello, ci avrebbe distrutti tutti. Ma io ti ho amata davvero. Negli ultimi due anni... ogni momento con te era l'unica cosa vera della mia vita.»
Lo guardai. Il suo volto segnato dalle ferite, la postura spezzata dal dolore e dal senso di colpa per la morte di suo padre non mi suscitavano più rabbia, ma soltanto un'immensa tristezza. «Il perdonare non cambia il passato, Valerio,» dissi con voce bassa e lucida. «Hai scelto la menzogna per due anni. Ora l'unica cosa che conta è salvare Melania e impedire che altre persone muoiano per questa storia.»
Il fuoristrada scese lungo i tornanti della collina a velocità sostenuta, tagliando le curve coperte di neve con la trazione integrale. Raggiungemmo i cancelli posteriori di Villa Adele dieci minuti prima che il convoglio dei Fondatori potesse imboccare il viale d'ingresso principale.
Entrammo attraverso il passaggio sotterraneo delle vecchie scuderie. L'aria sottoterra era umida, impregnata di muffa e dell'odore metallico dei condotti di ventilazione ancora attivi. Guidati da De Santis, ci addentrammo nei sotterranei della villa fino a raggiungere un'imponente porta d'acciaio con un lettore biometrico d'epoca e una fessura circolare al centro.
«È la cappella sotterranea,» disse Adele, indicando la porta. «Qui è dove mia madre e io abbiamo conservato i risultati di cinquant'anni di ricerca farmacologica. Un sistema in grado di neutralizzare qualsiasi agente tossico neuro-aggressivo... ma anche la matrice per crearne di letali.»
«E mia madre voleva vendere tutto questo?» chiesi.
«Vittoria non ha mai capito il valore della scienza, vedeva solo il denaro e la rivalsa verso di me,» disse Adele. «Ora, Elena. Inserisci l'anello nella fessura e appoggia il palmo al lettore biometrico. Il siero per Melania si trova nel secondo livello del caveau.»
Mi avvicinai alla porta d'acciaio. La mano mi tremava mentre spingevo l'anello d'oro nella nicchia circolare. Il gioiello s'incastrò con un click preciso. Poi appoggiai il palmo gelato sul vetro del lettore.
Una luce verde scorse lungo la superficie del lettore, analizzando la trama della mia pelle e il mio sangue. Un ronzio sordo risuonò dietro la muratura e la pesante porta d'acciaio cominciò a scorrere lentamente verso sinistra.
All'interno si apriva una stanza circolare, illuminata da luci a LED bianche, disinfettata e ipertecnologica, in stridente contrasto con la decadenza della villa soprastante. Al centro della stanza, su un piedistallo di vetro, c'erano due fiale sigillate contenenti un liquido limpido e brillante.
«Il siero...» mormorò De Santis, muovendo un passo in avanti.
Ma prima che potesse toccare il piedistallo, un'esplosione sorda scosse la parte superiore del soffitto. Polvere di cemento e calcinacci caddero dall'alto, mentre il suono gutturale di vetri infranti risuonava nel salone soprastante.
I Fondatori erano entrati nella villa.
Dall'ingresso del corridoio sotterraneo emerse una figura che non mi sarei mai aspettata di rivedere.
Era mia madre Vittoria. Aveva gli abiti strappati, i capelli in disordine e una ferita sanguinante sulla tempia, ma stringeva in pugno una pistola automatica che aveva sottratto a uno degli uomini di guardia.
«Pensavate davvero che quelle scimmie mi avrebbero tenuta chiusa nelle prigioni?» disse mia madre con una risata isterica e priva di senno. «Grazie per aver aperto la porta, Elena. Il Consiglio è qui sopra... e io farò il mio accordo con loro, con o senza di voi!»
Mia madre puntò l'arma direttamente al petto di nonna Adele.






