parte 5: Il ritorno della regina
Il silenzio che calò nel grande salone di Villa Adele era così profondo che si poteva sentire il picchiettare leggero del bastone d'argento contro i gradini di marmo. Mia madre rimase immobile, come una statua di sale, la pistola che aveva estratto dalla borsetta tremava leggermente nella sua mano destra. I due uomini di scorta si scambiarono un'occhiata d'intesa, palesemente disorientati dalla vista di quella donna che la storia dava per morta da oltre due decenni.
«Sei sempre stata un'attrice pessima, Vittoria,» disse Adele. La sua voce non era affatto quella di una vecchia fragile; era ferma, ricca di sfumature metalliche, abituata a comandare. «Hai speso vent'anni della tua vita cercandomi, distruggendo la credibilità di questa famiglia, e non ti sei mai accorta che il vero potere non è mai uscito da queste mura.»
«Tu... tu dovresti essere morta!» ringhiò mia madre, muovendo un passo verso la scalinata e puntando l'arma direttamente al petto di Adele. «L'incidente in Svizzera... la macchina trovata nel burrone... avevamo identificato i tuoi resti!»
«Avete identificato ciò che vi ho fatto comodo trovare,» rispose la nonna con un sorriso amaro che le increspava le labbra rugose. «Un corpo sfigurato con i miei gioielli è stato sufficiente per farvi credere che la strada fosse spianata. Ma hai commesso un errore imperdonabile, Vittoria. Hai toccato la persona sbagliata. Hai usato quel ragazzo, Valerio, per manipolare Elena. E poi le hai rubato l'anello per darlo a quella creatura che hai cresciuto nell'odio.»
Ero ancora nascosta dietro la pesante scrivania di noce nella biblioteca, il respiro bloccato in gola. Mia nonna era lì, a pochi metri da me. La donna la cui assenza aveva condizionato tutta la mia infanzia, la figura spettrale su cui mia madre aveva scaricato ogni colpa per i suoi fallimenti, si ergeva in cima alle scale con la maestosità di una regina mai deposta.
«Dov'è il siero?» urlò mia madre, isterica. «Melania ha meno di sei ore di vita! I suoi reni stanno cedendo! Dimmi come aprire la cassaforte sotto la cappella o ti ammazzo ora, Adele! Non me ne importa niente del testamento!»
Nonna Adele continuò a scendere le scale con lentezza deliberata, un gradino alla volta, senza mostrare la minima traccia di paura di fronte alla pistola spianata. «Melania soffre per colpa della tua stupidità. L'anello di fidanzamento che ho lasciato in eredità ad Elena contiene un reagente chimico avanzato, sviluppato nei laboratori farmacologici della nostra famiglia prima che tu tentassi di venderli alla multinazionale svizzera. La sostanza reagisce al pH e alla composizione ematica della pelle. Su Elena è inerte. Su chiunque altro non condivida il mio codice genetico... diventa un veleno lento e inesorabile.»
«Sei una strega!» gridò mia madre, facendo scattare il cane della pistola. «Una maledetta strega!»
«Io sono la donna che ha protetto la vera storia dei Conti di Busca da parassiti come te,» ribatté Adele, arrivando all'ultimo gradino. «E ora, abbassa quel giocattolo. Non hai più carte da giocare.»
In quel momento, uno degli uomini armati di mia madre ricevette una chiamata sul suo auricolare tattico. Si accostò all'orecchio, ascoltò per pochi secondi e il suo viso diventò pallidissimo. Si avvicinò a mia madre e le sussurrò qualcosa a bassa voce.
«Cosa?» strillò mia madre, girandosi di scatto verso l'uomo. «Come sarebbe a dire che la polizia sta arrivando qui?»
«Qualcuno ha inviato un dossier completo al comando provinciale dei Carabinieri mezz'ora fa,» disse l'uomo con urgenza. «Tutte le transazioni bancarie dei conti esteri, le foto delle strutture segrete sotto la tenuta e la registrazione dell'aggressione a Valerio al mulino. Se non ce ne andiamo adesso, ci arrestano tutti.»
Mia madre guardò Adele con un odio puro, ancestrale. Poi fissò l'avvocato De Santis, che sorrideva ancora dalla sua sedia. «È stata lei...» mormorò mia madre. «Elena. Elena è riuscita a contattarvi.»
«Elena è molto più intelligente di quanto tu abbia mai voluto credere,» disse Adele, volgendosi improvvisamente verso le doppie porte della biblioteca. Il suo sguardo azzurro e penetrante attraversò la fessura della serratura e fissò esattamente il punto in cui ero nascosta. «Puoi uscire, bambina mia. La commedia è finita.»
Un brivido mi corse lungo la colonna vertebrale. Uscii lentamente da dietro la scrivania e spinsi le doppie porte d'ebano. L'aria del salone mi parve fredda come il ghiaccio.
Mia madre mi fissò con disgusto. «Tu... piccola vipera insignificante. Ci hai rovinato tutti.» «Non sono stata io a rovinare niente, madre,» dissi con la voce sorprendentemente ferma, muovendo qualche passo verso di loro. «Sei stata tu a scegliere il tradimento prima ancora che io nascessi. Mi hai sempre trattato come una nullità perché sapevi che ero l'unica cosa vera in questa casa.»
«Pietoso,» sputò mia madre. «Hai idea di cosa ci sia dentro quell'anello? Pensi che tua nonna sia un angelo? Quello che chiama "eredità" è il controllo su un sistema di ricatto che coinvolge metà delle famiglie influenti del Piemonte! Tu sei solo il suo nuovo strumento!»
«Basta parole, Vittoria,» tagliò corto Adele, sollevando il bastone d'argento e battendolo con forza sul pavimento di marmo.
Un suono metallico risuonò sotto i nostri piedi. Dalle pareti del salone si aprirono due pannelli nascosti e ne uscirono tre uomini vestiti con tute tattiche scure e volti coperti, armati di pistole con silenziatore. In meno di tre secondi, disarmarono i due uomini di mia madre e bloccarono mia madre per le braccia.
«Portatela giù nelle prigioni della tenuta,» ordinò Adele senza un minimo cenno di emozione. «Rimarrai lì finché non deciderò io cosa fare del tuo destino. E per quanto riguarda Melania... mandate il siero all'ospedale in forma anonima. Non voglio la sua morte sulla mia coscienza, per quanto sia il frutto del tuo inganno.»
Mia madre venne trascinata via urlante, le sue imprecazioni che rimbombavano nei corridoi bui della villa finché la porta di ferro si richiuse pesante.
Rimasi sola nel salone con l'avvocato De Santis, mia nonna Adele e i suoi uomini armati. Adele si voltò verso di me, facendomi cenno di avvicinarmi.
«Vieni qui, Elena. Guardami,» disse.
Mi avvicinai con cautela. La somiglianza tra i nostri tratti era impressionante: gli stessi zigomi alti, la stessa linea sottile delle labbra, gli stessi occhi azzurri e profondi.
«So che hai mille domande,» continuò la nonna, sfiorandomi la guancia con una mano antica ma ferma. «Ma prima dobbiamo recuperare l'anello. Melania è in ospedale, ma l'anello non è più al suo dito. Qualcuno lo ha sfilato dalla sua mano durante il tragitto in ambulanza...»
«Chi?» chiesi con un filo di voce.
Adele mi guardò con una gravità che mi fece tremare il cuore. «Valerio non era il solo ad avere un doppio gioco. Il padre di Valerio è scappato dall'Italia un'ora fa... e ha portato con sé l'anello direzionandosi verso il confine francese.»






