parte 2: L'ombra sotto il balcone
Il motore della berlina scura ronzava sommesso nel silenzio ancora ovattato della prima mattina. Le tende di pizzo del mio soggiorno tremavano leggermente a causa del vapore freddo che saliva dai vetri. Ero pietrificata, con lo smartphone ancora stretto nel pugno fino a farmi sbiancare le nocche. La voce dell'avvocato De Santis risuonava nella mia testa come una condanna improvvisa: Se Melania ha indossato l'anello, il conto alla rovescia è iniziato.
Chi era quell'uomo? Mia nonna Adele era morta per la nostra famiglia vent'anni fa, cancellata dai racconti di mia madre con pennellate di disprezzo e risentimento. Ci era sempre stato detto che Adele era una donna egoista, fuggita con un amante francese dopo aver prosciugato le casse di famiglia, abbandonando mio padre ancora adolescente e lasciando dietro di sé solo debiti e vergogna. Ma l'anello... quell'anello non proveniva da una gioielleria di lusso del centro, come Valerio mi aveva fatto credere quando mi si era inginocchiato davanti tre giorni prima nel parco di Villa Tornaforte.
Mi avvicinai di un passo alla finestra, nascondendomi dietro lo stipite di legno. La berlina scura era una vecchia Lancia con le targhe coperte da uno strato di fango secco. Dal lato del guidatore salì una spirale di fumo grigio: qualcuno stava fumando con il finestrino abbassato di pochi millimetri. Il cuore mi batteva con una violenza tale da farmi male al petto. Chi erano? Uomini mandati da mia madre per controllare che io non creassi problemi? O forse emissari di qualcuno legato al passato di mia nonna?
In quel momento la mia mente tornò alla cena della sera prima. Alla crudele naturalezza con cui mia madre aveva sfilato il mio futuro per regalarlo a mia sorella. “Melania se lo merita di più.” Quelle parole non erano soltanto il frutto di una preferenza materna tossica. C'era un'avidità strana negli occhi di mia madre, una brama carnale quando aveva visto il brillante sfavillare sotto le candele. E poi c'era stato lo sguardo di Valerio. Non era lo sguardo di un uomo innamorato che cambia idea e sceglie un'altra donna. Era lo sguardo di un condannato a morte che cercava di salvarsi la pelle scambiando il mio posto con quello di Melania.
Il telefono nella mia mano vibrò di nuovo. Un altro messaggio da Valerio, seguito da una posizione geografica inviata in fretta. “Elena, non rispondere alle chiamate di tua madre. Non tornare per nessun motivo alla villa. Sono nascosto nell'edificio del vecchio mulino fuori città. Vieni qui se vuoi sapere la verità su come ho avuto l'anello e perché tua madre ha ricattato la mia famiglia per anni. Ma fai attenzione: ti stanno già cercando.”
Guardai la valigia aperta sul mio letto, con gli abiti sparsi che avrei dovuto sistemare per il nostro viaggio di nozze programmato per l'estate. Sentii una risata amara salirmi alla gola. Il mondo d'ovatta che mi ero costruita, fatto di pratiche d'ufficio, domeniche tranquille e la promessa di una vita ordinaria con Valerio, era crollato in meno di dodici ore. Ero diventata il bersaglio di una trama sottile e velenosa che affondava le radici nella memoria di una donna scomparsa prima che io potessi imparare a conoscerla.
Afferrai il cappotto di lana scura, la borsa e la chiave di riserva dell'uscita secondaria del palazzo, quella che dava sul cortile interno e sul vicolo dei tintori. Non potevo uscire dal portone principale con quella macchina ad attendermi. Scesi le scale di corsa, cercando di far meno rumore possibile con i tacchi sul marmo freddo. L'aria nel vano scale puzzava di detersivo al limone e di stantio.
Mentre attraversavo il cortile interno, riparato da un grande pergolato d'uva spina ormai secco per l'inverno, sentii il portone di strada aprirsi con un cigolio pesante. Due paia di passi risuonarono sul marmo dell'androne. Passi rapidi, pesanti, decisamente maschili.
«L'appartamento è al terzo piano. Assicurati che sia sola e prendi qualsiasi documento rintracciabile,» disse una voce ruvida, senza inflessioni locali. «E se oppone resistenza?» ne chiese un'altra, più giovane ma fredda. «La signora ha detto che non deve parlare con nessuno. Soprattutto non con l'avvocato.»
La signora. Mia madre. Aveva mandato degli uomini a perquisire casa mia? Fino a che punto si era spinta l'ossessione per quell'anello?
Scivolai fuori dalla porta di servizio del vicolo con il fiato corto. L'aria gelida di Cuneo mi colpì il viso come una sferzata. Salii sulla mia piccola utilitarian parcheggiata a due strade di distanza e accesi il motore. Le mani mi tremavano sul volante mentre inserivo la prima marcia e mi immettevo nel traffico ancora scarso della prima mattina.
Mentre guidavo verso la periferia industriale, direzione il vecchio mulino abbandonato lungo la stura, il mio pensiero tornò all'incisione. Quando avevo ricevuto l'anello da Valerio tre giorni prima, avevo notato delle minuscole lettere incise all'interno della fascia d'oro massiccio, quasi invisibili a occhio nudo. Valerio mi aveva detto che era una dedica in latino fatta dal gioielliere. Ma io non l'avevo mai letta attentamente. Ieri sera, poco prima di cedere il gioiello a mia sorella, le mie dita avevano sfiorato quelle lettere sbalzate. C'era scritto un nome e una data. Non una dedica d'amore.
Giunsi nei pressi del vecchio mulino verso le otto. L'edificio di mattoni rossi cadeva a pezzi, circondato da una vegetazione selvatica e spoglia che sembrava inghiottire i resti dei macchinari arrugginiti. Parcheggiai la macchina a centinaia di metri di distanza, nascosta tra i pioppi secolari, e proseguii a piedi nella nebbia bassa che saliva dal fiume.
Il silenzio era interrotto solo dal fruscio delle foglie secche sotto i miei stivali e dal costante muggito dell'acqua che scorreva poco distante. Spinsi la porta di legno marcito del mulino. L'interno era buio, impregnato di muffa e polvere di grano antica.
«Valerio?» sussurrai con la voce spezzata dall'ansia.
Nessuna risposta. Soltanto il rumore di una goccia d'acqua che cadeva ritmicamente su una lamiera.
Feci un passo avanti, facendomi luce con la torcia dello smartphone. Sulla polvere del pavimento c'erano impronte recenti. Seguii la scia fino alla stanza delle pale. Lì, vicino a una grande ruota di legno spezzata, scorsi una figura seduta a terra, con le spalle appoggiate al muro.
«Valerio!» corsi verso di lui, ma appena la luce della torcia illuminò il suo volto, soffocai un urlo con entrambe le mani.
Valerio era legato a una sedia pieghevole di metallo. Il suo viso era segnato da ecchimosi profonde e un filo di sangue scuro gli colava dal labbro spaccato. Ma la cosa che mi fece gelare il sangue non furono le sue ferite: sul suo petto, con un pennarello rosso indelebile, era stata scritta una sola parola.
SOGGETTO.
I suoi occhi si aprirono lentamente, gonfi e privi di luce. Con uno sforzo immane, mosse le labbra arse. «Elena... scappa...» sussurrò con un filo di voce. «Non erano... non erano solo gioielli. Tua sorella... Melania ha appena letto l'incisione... e la villa è circondata...»
Prima che potessi toccarlo, il suono improvviso di un elicottero che sorvolava a bassa quota il tetto del mulino fece tremare l'intera struttura di mattoni.






