PARTE 9: Il giglio di ferro
Il telefono scivolò quasi dalla mia mano. Il fruscio della linea interrotta continuava a risuonare nel mio orecchio come il sibilare di un serpente nascosto tra l'erba. La voce argentina, debole eppure carica di un'autorità spaventosa, rimase impressa nella mia mente come un marchio a fuoco.
"Elena? Che succede? Chi era al telefono?" chise Marco, notando il repentino cambiamento del mio colore in viso.
Mi voltai verso di lui, sentendo il sangue gelarsi di nuovo nelle vene nonostante la calura del mattino pugliese. "Una donna... una donna anziana. Ha detto che Gideon era solo un servitore. Ha detto che il vero proprietario del giglio è ancora vivo."
Marco accigliò lo sguardo, afferrando il mio telefono per controllare il numero della chiamata in arrivo. "Un prefisso internazionale... Argentina. Buenos Aires."
"Il giglio..." mormorai, ricordando il sigillo di ceralacca rossa impresso sulla scatola di legno che il corriere mi aveva consegnato in biblioteca. "Ho sempre pensato che il giglio fosse il simbolo personale di nonna Elena. Ma nella lettera non c'era scritto che il simbolo apparteneva a lei... c'era solo scritto che era il sigillo della scatola!"
"Dobbiamo esaminare di nuovo la scatola d'ulivo," disse Marco con decisione. "Andiamo al tuo appartamento."
Raggiungemmo a passo svelto il mio piccolo appartamento in periferia. L'ambiente era rimasto intatto, silenzioso e pervaso dal profumo dei vecchi libri della biblioteca. La scatola di legno d'ulivo stagionato giaceva sul tavolo accanto alla finestra, dove l'avevo lasciata prima di partire per Polignano a Mare.
Marco tirò fuori dalla sua borsa una lente d'ingrandimento da restauratore e una lampada ad ultravioletti. Esaminò minuziosamente ogni millimetro del legno stagionato, cercando scomparti segreti o incisioni nascoste che potessero essermi sfuggite durante la prima affrettata lettura.
"Guarda qui, Elena," disse Marco dopo dieci minuti di analisi minuziosa.
Mi avvicinai al tavolo. Sotto la luce ultravioletta, il sigillo di ceralacca rossa non mostrava semplicemente la figura di un giglio fiorentino tradizionale. Alle radici del fiore, invisibili ad occhio nudo, vi erano incise tre lettere microscopiche intrecciate con lo stelo: V.D.M.
"V.D.M.?" chiesi, scuotendo la testa. "Non sono le iniziali di nessuno della mia famiglia. Mia nonna era Elena Moretti, mio padre era Matteo Moretti."
"Vittoria Della Morte," pronunciò una voce improvvisa alle nostre spalle.
Ci voltammo di scatto. Zia Carla era rimasta sulla soglia della porta d'ingresso, che avevamo dimenticato di chiudere a chiave nella foga del momento. Stringeva tra le mani la sua borsetta, e il suo volto era diafano, privo di ogni traccia di colore.
"Conosci questo nome, Carla?" chiesi con fermezza, avvicinandomi a lei.
Carla tremò, facendo un passo indietro come se quel nome evocasse un fantasma spaventoso dal passato. "Pensavo... pensavo fosse solo una leggenda di famiglia che nostra madre ci raccontava per spaventarci da bambini."
"Parla, Carla!" ordinò Marco con tono imperioso. "Se c'è qualcun altro dietro a Gideon, dobbiamo saperlo subito!"
Carla si sedette con fatica su una sedia vicino all'ingresso, respirando a fatica. "Vittoria Della Morte era la sorella gemella di vostra nonna Elena. Nacquero a Bari negli anni '30. Ma non erano sorelle normali... erano le eredi di una delle più antiche famiglie latifondiste della Puglia. Quando il loro padre morì negli anni '50, lasciò l'intera tenuta e la flotta commerciale a nonna Elena, perché Vittoria aveva già mostrato una natura crudele, spietata e avida di potere."
"Una sorella gemella?" dissi rimasta sconvolta. "Nonna non mi ha mai detto di avere una sorella! Mi ha sempre detto di essere figlia unica!"
"Perché Vittoria venne diseredata e cancellata da ogni registro di famiglia!" spiegò Carla con la voce rotta. "Negli anni '60, Vittoria tentò di avvelenare nostra madre per prendersi la flotta navale. Quando venne scoperta, fuggì in Sud America con l'aiuto di un gruppo di contrabbandieri internazionali. Si diceva che avesse creato un cartello di traffici illeciti tra l'Europa e l'Argentina, usando il nome d'arte 'Il Giglio di Ferro'."
I pezzi del puzzle ricominciavano a comporsi in una sequenza ancora più oscura e terrifying.
"Gideon..." mormorò Marco, capendo la terribile verità. "Gideon non era il capo del cartello. Gideon era solo il referente operativo per l'Italia del cartello di Vittoria Della Morte!"
"Ecco perché nonna mi ha ordinato di non andare al funerale!" esclamai, unendo i punti della lettera. "Quel giorno, l'uomo che ha ucciso i tuoi genitori vent'anni fa era lì in mezzo a loro..." "Nonna non si riferiva solo a Gideon! Sapeva che Vittoria aveva inviato i suoi emissari per accertarsi che la linea di sangue di Bari fosse totalmente estinta!"
In quel momento, il televisore lasciato acceso ad alto volume nel soggiorno trasmise un'edizione straordinaria del telegiornale locale di Bari.
La giornalista parlava con tono concitato davanti all'ingresso dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Foggia:
"Notizia dell'ultima ora: Gideon, il principale indagato nell'operazione antimafia dei Moretti arrestato questa mattina a Trani, è stato trovato privo di vita all'interno della sua cella di isolamento meno di venti minuti fa. Secondo le prime indiscrezioni trapelate dalla polizia penitenziaria, l'uomo sarebbe stato avvelenato tramite una sostanza neurotossica priva di odore somministrata attraverso un pasto sigillato. Si sospetta un regolamento di conti interno per mettere a tacere il testimone prima del suo primo interrogatorio con i magistrati della Procura Generale."
Ci voltammo tutti verso lo schermo, pietrificati.
Gideon era stato eliminato prima ancora di poter pronunciare un singolo nome davanti ai giudici. Il Giglio di Ferro aveva reciso l'ultimo anello di congiunzione che poteva condurre a lei.
Il telefono nella mia tasca ricominciò a vibrare. Sul display comparve un messaggio di testo proveniente dallo stesso numero argentino:
“La chiave di ferro aprirà la porta di Polignano, ma solo il sangue del giglio potrà chiudere la tomba di famiglia. Ti aspetto a Buenos Aires, nipote mia.”






