LA PROMESSA SOTTO IL CAMPANILE
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LA PROMESSA SOTTO IL CAMPANILE

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PARTE 10: L'ombra di Buenos Aires

Tre settimane dopo.

L'aereo di linea della linea Aerea Argentina toccò la pista dell'aeroporto internazionale Ezeiza di Buenos Aires con un stridio prolungato di pneumatici sul cemento bagnato. Fuori dai finestrini della carcassa metallica dell'aereo, la capitale argentina si estendeva a perdita d'occhio sotto un cielo plumbeo e una pioggia sottile e fredda che annunciava l'inizio dell'inverno australe.

Aggiustai la borsa di pelle sulle spalle mentre percorrevo il tunnel di sbarco. Al mio fianco, Marco manteneva uno sguardo vigile, controllando costantemente la folla di passeggeri e turisti che affollavano il terminal degli arrivi. Non eravamo più la nipote spaventata e il figlio del socio in cerca di vendetta; eravamo due cacciatori che avevano deciso di inoltrarsi direttamente nella tana del lupo per porre fine a un incubo lungo vent'anni.

Nelle tre settimane precedenti, con l'aiuto della Guardia di Finanza e dell'Interpol di Roma, avevamo ricostruito la rete finanziaria del "Giglio di Ferro". Vittoria Della Morte aveva costruito un impero ombra nella provincia di Buenos Aires, sotto l'identità di copertura di una ricca filantropa e collezionista d'arte di origini europee, nota come Doña Victoria Valdemar. Possedeva tenute agricole, una flotta di navi cargo nel porto di La Plata e una serie di gallerie d'arte utilizzate per il riciclaggio del denaro proveniente dal traffico internazionale.

Zia Carla era rimasta a Bari sotto la protezione dei servizi di tutela della Procura, gestendo la transizione della villa e collaborando con gli inquirenti per identificare gli ultimi prestanome rimasti in Puglia.

"Il nostro contatto dell'Ambasciata italiana ci attende al parcheggio B," disse Marco sottovoce mentre superavamo i controlli passaporti. "Si chiama Matteo Rinaldi, è un ispettore dell'Anti-Riciclaggio distaccato a Buenos Aires. Ci fornirà il supporto logistico e le armi necessarie."

Uscimmo dal terminal degli arrivi nella calca rumorosa della capitale argentina. Un uomo alto, sulla quarantina, con una giacca di pelle marrone e un cappello bagnato dalla pioggia, ci fece un cenno discreto vicino a una vettura scura con targhe diplomatiche.

"Signorina Moretti, Signor Marco," disse Rinaldi con accento romano fermo e professionale, stringendoci la mano. "Benvenuti all'inferno di San Telmo. Salite in auto, non è sicuro rimanere scoperti qui fuori."

L'auto sfrecciò lungo la superstrada che portava verso il centro di Buenos Aires. Attraverso i vetri appannati dell'auto, osservai i quartieri della città che si susseguivano: dai moderni grattacieli di Puerto Madero alle vecchie stradine coloniali di San Telmo, ricoperte di ciottoli scuri e illuminate da lanterne di ferro battuto che ricordavano vagamente i vicoli del centro storico di Bari.

"Victoria Valdemar vive in una grande estancia fortificata a sud di San Antonio de Areco," spiegò l'ispettore Rinaldi mentre guidava nella pioggia. "La tenuta si chiama La Estancia del Lirio. È protetta da un esercito di guardie private armate e da un sistema di sorveglianza militare. La polizia locale argentina non si avvicina a quella zona: Victoria ha comprato giudici, commissari e politici per cinquant'anni."

"Come pensiamo di entrare?" chiesi esaminando la mappa topografica della tenuta che Rinaldi ci aveva allungato dal sedile anteriore.

"Stasera c'è un'occasione irripetibile," rispose Rinaldi. "La Valdemar organizza un'asta privata di beneficenza riservata ai più importanti collezionisti d'arte del Sud America. Saranno presenti oltre duecento ospiti della high society internazionale. Siamo riusciti a procurarvi due inviti falsi come periti d'arte inviati da una casa d'aste di Ginevra."

Marco guardò le credenziali false. "È un rischio enorme, Rinaldi. Se qualcuno riconosce la somiglianza di Elena con sua nonna o con sua madre, la festa si trasformerà in una trappola mortale."

"È esattamente quello che voglio," dissi con determinazione, voltandomi verso Marco. "Vittoria mi ha chiamata a Buenos Aires perché vuole vedermi prima di finire ciò che ha iniziato vent'anni fa. La sua vanità e il suo odio per mia nonna sono il suo punto debole. Useremo la sua stessa boria contro di lei."

Quella sera stessa, alle nove di sera.

Un lungo corteo di limousine nere e auto d'epoca percorreva il viale d'ingresso di La Estancia del Lirio. La tenuta era un imponente palazzo in stile coloniale spagnolo, circondato da giardini secolari, fontane di marmo e recinzioni di ferro battuto sormontate da telecamere a circuito chiuso.

Indossavo un abito da sera lungo in seta verde scuro, con le spalle scoperte e un nastro di velluto nero che avvolgeva la base del collo per nascondere temporaneamente la mia voglia. Marco indossava uno smoking elegante che mimetizzava perfettamente la fondina rigida della sua pistola posizionata sotto l'ascella sinistra.

Superammo i tre controlli di sicurezza all'ingresso principale senza incidenti. I guardiani in livrea e gli agenti privati controllarono le nostre credenziali e i codici di invito, lasciandoci accedere al salone delle feste del palazzo principale.

Il salone era maestoso: soffitti affrescati, lampadari di cristallo giganteschi e pareti addobbate con quadri rinascimentali e barocchi dal valore inestimabile. Un'orchestra da camera suonava un tango malinconico mentre camerieri in guanti bianchi servivano champagne agli ospiti vestiti con abiti di alta sartoria.

"Rimasi scioccato..." sussurrò Marco al mio orecchio mentre fingevamo di ammirare un dipinto del Seicento. "È identica... guarda la galleria superiore."

Alzai lentamente gli occhi verso il balcone d'onore al secondo piano del salone.

Seduta su una poltrona di velluto rosso sormontata da uno stemma raffigurante un giglio di ferro, vi era un'anziana donna. Indossava un abito nero di pizzo prezioso, gioielli di diamanti e portava i capelli d'argento raccolti in un'acconciatura regale. Teneva in mano un bastone di legno d'ebano con la manopola d'oro.

Quando la donna spostò lo sguardo verso il centro del salone e i suoi occhi grigio-azzurri tempestosi incrociarono i miei, sentii un brivido glaciale percorrere la mia colonna vertebrale.

Era l'immagine sputata di nonna Elena. Se non fosse stato per l'espressione di spietata superbia e crudeltà che le induriva i lineamenti del volto, avrei giurato di trovarmi di fronte alla donna che mi aveva cresciuta con tanto amore a Bari.

Vittoria Della Morte fece un piccolo cenno con la mano destra. Due uomini alti in abito scuro si staccarono dalla parete e si incamminarono direttamente verso di noi.

"Signorina Moretti," disse uno dei guardiani con accento spagnolo marcato. "La Señora Valdemar desidera concedervi un'udienza privata nella sua biblioteca personale. Da sola."