PARTE 13: Il rogo del giglio
Il tempo sembrò fermarsi all'interno della biblioteca devastata. Il mirino della pistola di madreperla di Vittoria era puntato con ferocia direttamente tra i miei occhi. Vedevo la sua mano tremare per la rabbia e per l'età avanzata, ma la sua determinazione a distruggere l'ultima erede dei Moretti era assoluta.
"No!" gridò Marco, tentando di coprirmi con il suo corpo.
Ma prima che Vittoria potesse premere il grilletto, una spia rossa di puntamento laser si posò esattamente al centro del suo petto. Un singolo sparo di precisione risuonò dall'ingresso della stanza: il tiratore scelto della Polizia Federale colpì la spalla destra di Vittoria con millimetrica accuratezza.
La pistola di madreperla volò via dalla sua mano, schiantandosi sul pavimento di legno prima di cadere tra le braci ancora calde del grande camino di pietra.
Vittoria lasciò andare un grido di dolore, ruzzolando all'indietro e impattando contro la credenza d'epoca dove giacevano decine di bottiglie di liquore pregiato e documenti riservati. L'impatto rovesciò un pesante candelabro d'argento con le candele accese direttamente sopra i flaconi di alcool ad alta gradazione che si erano sparsi sul tappeto di seta persiana.
In un secondo, le fiamme divamparono con una violenza devastante. L'alcool e la carta antica dei libri fungessero da accelerante perfetto: una vampata di fuoco alto due metri avvolse immediatamente la parete di mogano e le scaffalature della biblioteca, tagliando fuori Vittoria dalla squadra di soccorso della polizia.
"Il fuoco! Fuori! Evacuare la stanza subito!" gridò il comandante della Polizia Federale mentre l'allarme antincendio del palazzo cominciava a suonare con un fischio assordante.
Gli agenti afferrarono i prigionieri e iniziarono a ripiegare verso la porta d'uscita mentre il soffitto di cassettonato in legno cominciava a cedere sotto l'impeto del rogo.
"Vittoria!" urlai, facendo un passo avanti verso il muro di fuoco.
Nonostante tutto l'odio, la violenza e il dolore che quella donna aveva causato alla mia famiglia, vedere l'immagine sputata di mia nonna avvolta dalle fiamme scatenò in me un istinto primordiale di pietà e soccorso.
"Elena, no! È troppo pericoloso! Il soffitto sta crollando!" gridò Marco, afferrandomi la vita con entrambe le braccia per impedirmi di gettarmi tra le fiamme.
Attraverso la cortina di fumo denso e fuoco arancione, vidi Vittoria Della Morte. Era seduta tra le fiamme, appoggiata alla credenza in fiamme. Non cercava di salvarsi. Il suo volto ferito era trasformato da un sorriso di spaventosa accettazione e follia. Stringeva tra le mani un vecchio album fotografico che era riuscita a strappare dal fuoco: la foto di lei e di mia nonna Elena da bambine, prima che l'avidità e l'odio distruggessero le loro vite.
"Lasciami bruciare con il mio impero..." mormorò la sua voce smorzata dal ruggito del fuoco. "I Moretti... non appartengono a questo mondo..."
Un gigantesco trave di quercia infuocato si staccò dal soffitto della biblioteca, crollando con un boato fragoroso e seppellendo completamente la figura di Vittoria e la sua scrivania sotto una montagna di macerie incandescenti.
"Usciamo di qui! Adesso!" urlò Marco, trascinandomi di forza fuori dalla biblioteca mentre il fumo nero saturava completamente il corridoio dell'ala privata.
Riuscimmo a guadagnare la scalinata principale e a uscire nel cortile d'onore della tenuta proprio mentre le prime squadre dei Vigili del Fuoco di Buenos Aires giungevano sul posto con i sirene spiegate.
Il grande palazzo di La Estancia del Lirio bruciava nella notte argentina come una gigantesca torcia che illuminava il cielo plumbeo per chilometri. Gli ospiti dell'asta e i collezionisti internazionali venivano identificati e schedati dalla polizia, mentre decine di camionette dell'Interpol portavano via le casse di opere d'arte sequestrate e i documenti del cartello del Giglio di Ferro.
Mi sedetti sul paraurti di un'ambulanza della Croce Rossa, avvolta in una coperta termica dorata. Il freddo della pioggia argentina mi lavava il volto coperto di fuliggine, mentre osservavo le fiamme che divoravano l'ultimo simbolo di un potere criminale durato cinquant'anni.
Marco si sedette accanto a me, posando due tazze di caffè caldo sulle sue ginocchia. Mi diede una tazza, stringendo la mia mano con la sua.
"È finita, Elena," disse Marco con voce stanca ma pervasa da una profonda serenità. "Vittoria è morta. Il cartello è stato completamente distrutto sia in Europa che in Sud America. Non c'è più nessuno che caccia te o la tua famiglia."
Guardai il fuoco che si spegneva sotto i getti d'acqua dei pompieri. "Nonna Elena può finalmente riposare in pace sotto il campanile di San Nicola a Bari."
Tuttavia, mentre l'ispettore Rinaldi si avvicinava a noi con un faldone di metallo ignifugo salvato dalle rovine del seminterrato prima dell'incendio, il suo volto non esprimeva sollievo, ma una strana e profonda perplessità.
"Signorina Moretti," disse Rinaldi a bassa voce, aprendo la valigetta di metallo. "Abbiamo trovato la cassaforte principale del laboratorio di Vittoria. Era aperta."
"E cosa c'era dentro?" chiese Marco.
Rinaldi tirò fuori un documento ufficiale plastificato datato tre giorni prima dell'incendio, recante il timbro dell'Istituto di Medicina Legale di Buenos Aires.
"Non c'erano soldi o titoli di credito," spiegò Rinaldi con tono grave. "C'era solo il referto del test del DNA effettuato su un campione ematico inviato a Bari due mesi fa."
Presi il foglio tra le mani tremanti, leggendo i risultati dell'esame genetico sotto la luce dei lampeggianti della polizia.
I risultati indicavano che il sangue prelevato da Vittoria Della Morte a Buenos Aires e il sangue di nonna Elena prelevato all'ospedale centrale di Bari tre settimane prima di morire... non appartenevano a due sorelle gemelle.
Appartenevano alla stessa identica persona.






