PARTE 11: Il gioco delle specchi
Marco fece un passo avanti per interporsi tra me e le guardie, portando la mano verso il risvolto della giacca, ma io gli posai una mano sul braccio, fermandolo con uno sguardo fermo.
"Rimani qui, Marco," dissi con voce bassa e controllata. "Tieni d'occhio i punti d'uscita e mantieni attivo il segnale audio con Rinaldi. È il momento che aspettavo da vent'anni."
"Elena, non farlo," mormorò Marco con profonda preoccupazione. "È estremamente pericoloso."
"Non mi farà niente di fronte a duecento ospiti finché l'asta non sarà conclusa," risposi con apparente sicurezza. "Ha bisogno di parlare. La vanità di quella donna è la nostra unica arma."
Seguii i due guardiani lungo uno scalone di marmo bianco che conduceva all'ala privata della villa. Il vocio della festa e la musica dell'orchestra si affievolirono gradualmente, sostituiti da un silenzio ovattato e oppressione che regnava nei corridoi superiori, addobbati con ritratti d'epoca e arazzi fiamminghi.
I guardiani aprirono una pesante porta in legno di mogano intagliato e mi fecero strada all'interno di una vasta biblioteca a due livelli. Le pareti erano stracolme di migliaia di volumi rilegati in pelle, mentre un grande camino di pietra scoppiettava piacevolmente, riscaldando l'ambiente dall'umidità della notte argentina.
Al centro della stanza, seduta dietro una scrivania d'epoca, c'era Vittoria Della Morte.
Un sarto personale le stava togliendo lo scialle di seta dalle spalle, prima di ritirarsi con un profondo inchino insieme alle due guardie, lasciandoci completamente sole all'interno della stanza. La porta si chiuse alle mie spalle con un scatto sordo di serratura automatica.
"Somigli tantissimo a tuo padre Matteo, sai?" disse Vittoria con una voce incredibilmente simile a quella di mia nonna, ma priva di qualsiasi calore umano, fredda e affilata come una lama di bisturi. "Ma nei tuoi occhi c'è la stessa ostinazione stupida e perbenista di mia sorella Elena."
Mi avvicinai al tavolo, mantenendo una distanza di sicurezza di tre metri. "Non nominare mia nonna. Tu non hai il diritto di pronunciare il suo nome."
Vittoria lasciò andare una breve risata di scherno, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita ricoperte di anelli preziosi. "Mia sorella era una debole. Ha passato la vita a nascondersi a Bari, accontentandosi di gestire qualche nave di cabotaggio e una villa di provincia, mentre io costruivo un impero commerciale che si estende da Buenos Aires a Ginevra. Tutto quello che vostro padre ha cercato di distruggere non era che una goccia nel mio oceano."
"Un impero costruito sul sangue e sui cadaveri," dissi con disprezzo. "Hai fatto uccidere i miei genitori. Hai ordinato a Gideon di eliminare la tua stessa famiglia pur di non rinunciare ai tuoi profitti illeciti."
Vittoria si alzò lentamente dalla poltrona, aiutandosi con il bastone d'ebano. Camminò verso di me con un passo lento ma fermo. "Tuo padre Matteo si è intromesso in affari che non lo riguardavano. Gli avevo offerto una quota della società internazionale. Avrebbe potuto essere un re. Invece ha preferito fare la spia per la magistratura italiana. Ho dovuto dare una lezione a tutta la linea di sangue dei Moretti per far capire che nessuno può tradire Il Giglio di Ferro."
"Gideon è morto tre settimane fa a Foggia," la informai con tono provocatorio. "E la tua rete in Puglia è stata del tutto smantellata. La Procura Generale di Roma ha già inviato i mandati di cattura internazionali alla Polizia Federale Argentina."
Il volto di Vittoria non mostrò alcuna traccia di panico. Un sorriso perverso le increspò le labbra raggrinzite. "Gideon era un vecchio contabile incompetente che aveva esaurito la sua utilità. Quanto ai mandati di cattura... bambina mia, credi davvero che la polizia di questo Paese muoverà un solo dito contro la donna che finanzia le campagne elettorali del Presidente e del Ministro della Giustizia?"
Vittoria allungò la mano rinsecchita e con la punta del bastone sfiorò con incredibile audacia il nastro di velluto nero che avvolgeva il mio collo, facendolo scivolare a terra e rivelando la voglia a forma di foglia.
"Ecco il famoso marchio di famiglia..." mormorò Vittoria con un'avidità spaventosa negli occhi. "Mia sorella pensava di essere astuta nascondendo il codice della chiave madre nella tua pelle e nei file di Matteo. Ma non capiva che portando te qui, mi hai consegnato l'ultimo pezzo del puzzle che mi mancava per accedere ai conti cifrati che Matteo ha bloccato vent'anni fa a Zurigo."
"Cosa intendi?" chiesi, avvertendo un istintivo segnale di pericolo.
"I conti bancari di tuo padre in Svizzera," spiegò Vittoria con orgoglio. "Contengono oltre ottanta milioni di franchi che Matteo ha congelato prima di morire. La banca richiede la presenza fisica dell'erede diretto e la verifica biometrica della conformazione cutanea della voglia, registrata nei loro archivi segreti. Stasera, dopo che il mio medico personale avrà prelevato la mappa epidermica e la scansione retinica dal tuo corpo... tu cesserai di esistere, proprio come è successo ai tuoi genitori."
Vittoria batté due volte il bastone sul pavimento di legno.
Immediatamente, una parete della biblioteca scorse lateralmente, rivelando un laboratorio medico segreto da cui emersero due uomini in camice bianco accompagnati da tre guardie armate di mitragliette compatte.
"Benvenuta a casa, piccola Elena," disse Vittoria con una risata gelida. "La tomba dei Moretti è finalmente pronta per essere chiusa."






