PARTE 5: La trappola di zia Carla
I vetri delle finestre del capanno andarono in frantumi sotto l'impatto dei proiettili. Marco reagì con una rapidità felina: mi afferrò per le spalle e mi spinse dietro una pila di reti da pesca e casse di legno abbandonate prima di rispondere al fuoco. Il suono sordo delle detonazioni rimbombò nello spazio ristretto, saturando l'aria dell'odore pungente di polvere da sparo bruciata.
"Rimani giù!" urlò Marco mentre sparava due colpi precisi verso la porta, costringendo gli assalitori a ripararsi dietro il loro fuoristrada.
"Dobbiamo uscire da qui!" gridai di rimando, coprendomi le orecchie.
"La porta sul retro da sul canale di scolo! Corri appena ti do il segnale!" Marco estrasse una piccola granata fumogena dalla giacca, tolse la sicura e la scagliò verso l'ingresso. In pochi secondi, una densa coltre di fumo grigio e acre avvolse la stanza, accecando gli uomini di Gideon.
"Ora!" gridò Marco.
Scattai verso la piccola porta di legno marcio sul retro del capanno, abbattendola con il peso del mio corpo. Ci ritrovammo in uno stretto fossato scavato tra la roccia, dove l'acqua della pioggia scorreva fiumana verso il mare. Scivolando e arrampicandoci sul fango, riuscimmo a guadagnare la strada provinciale proprio mentre una vecchia berlina scura accostava a tutta velocità con le gomme che stridevano sull'asfalto bagnato.
La portiera del passeggero si aprì di scatto. E con mia immensa incredulità, al volante non c'era uno sconosciuto, ma zia Carla in persona, con i capelli spettinati e un volto pallido e stravolto dal terrore.
"Salite! Maledizione, salite subito se volete vivere!" urlò Carla con voce isterica.
Guardai Marco con esitazione. Quella era la donna che mi aveva odiata per tutta la vita, la donna che mi aveva esclusa dal funerale e che aveva bramato l'eredità di mia nonna.
"Non abbiamo scelta, Elena! Saliamo!" disse Marco, spingendomi sul sedile posteriore prima di scivolare accanto a me e chiudere la portiera.
Carla schiacciò l'acceleratore a tavoletta, e l'auto schizzò via nella notte, lasciandosi alle spalle i fari del fuoristrada degli uomini di Gideon che tentavano invano di inseguirci lungo le curve strette della litoranea.
"Che ci fai tu qui, zia?" chiesi con la voce rotta dall'adrenalina e dalla diffidenza. "Pensavo stessi festeggiando la tua nuova villa a Bari."
Zia Carla strinse il volante così forte che le nocche delle sue mani diventarono bianche. Nel retrovisore, i suoi occhi mostravano una combinazione di rabbia, vergogna e puro panico.
"Sono stata una sciocca, Elena... una maledetta sciocca!" gridò Carla, scoppiando in un pianto convulso mentre guidava nella tempesta. "Pensavo che Gideon fosse solo un vecchio amico d'affari di tua nonna. Mi aveva promesso che se ti avessi tenuta lontana dal funerale e dal testamento, mi avrebbe aiutato a coprire i debiti enormi che mio marito ha accumulato con i suoi casinò clandestini! Mi ha usata!"
"E cosa è successo stasera?" chiese Marco con tono severo, tenendo la pistola pronta sul grembo.
"Due ore fa... i suoi uomini sono venuti alla villa," continuò Carla, singhiozzando. "Hanno perquisito ogni stanza, hanno distrutto i mobili di tua nonna cercando quella benedetta scatola di legno. Quando ho capito che Gideon non aveva alcuna intenzione di darmi i soldi, ma che voleva eliminare tutta la linea di sangue dei Moretti per cancellare i testimoni... ho capito che il prossimo bersaglio eri tu! Ho trovato un messaggio nel telefono di uno dei suoi uomini con le coordinate del faro e sono corsa qui."
Guardai mia zia. Per la prima volta nella mia vita, non vidi in lei la figura crudele e dominante che mi aveva tormentato durante la mia infanzia, ma solo una donna debole, manipolata e spaventata che si era venduta al diavolo senza comprenderne le conseguenze.
"Nonna Elena lo sapeva," mormorai, ricordando le parole della lettera. "Carla pensa di aver vinto... Ma sta solo stringendo tra le mani un guscio vuoto e debiti di sangue."
"Sì, tua nonna lo sapeva!" gridò Carla, battendo una mano sul volante. "Sapeva quanto fossi avida e cieca! Sapeva che sarei caduta nella trappola di Gideon! Ti ha usata per proteggerti, rendendoti invisibile agli occhi di tutti!"
"Dove stiamo andando adesso?" chiese Marco, controllando lo specchietto retrovisore per assicurarsi che non fossimo seguiti.
"A Trani," risposi con fermezza, prendendo il controllo della situazione. Estrassi il lucido trasparente e i documenti dalla cartellina di cuoio. "Dobbiamo raggiungere la Banca di Trani prima dell'apertura di domattina. Il caveau di mio padre contiene le prove definitive. Se riusciamo a consegnare quel registro alla Procura Antimafia di Bari, Gideon non avrà più alcun motivo di cacciarci, perché il suo impero crollerà in un istante."
"La Banca di Trani è blindata," osservò Carla, rallentando l'auto mentre entravamo nei sobborghi della città. "E Gideon ha contatti in ogni istituto finanziario della regione. Come pensate di entrare senza che lui lo sappia?"
Marco guardò l'ora sul cruscotto: erano le quattro del mattino. "Il direttore della filiale di Trani era l'esecutore testamentario del padre di Elena prima che Gideon corrompesse il sistema. Tua nonna mi ha dato un contatto d'emergenza. Ma c'è un problema."
"Quale problema?" chiesi.
"Per aprire il caveau privato di Matteo Moretti non serve solo la chiave o il codice," spiegò Marco con voce cupa. "Serve la scansione biometrica della retina di un erede diretto di primo grado. E la procedura richiede la presenza fisica dell'avvocato di famiglia... lo stesso avvocato che ieri sera ha letto il falso testamento a zia Carla."
Mi raggelai. L'avvocato De Santis, l'uomo che aveva servito la nostra famiglia per trent'anni, era venduto a Gideon. Se ci fossimo presentati da lui, saremmo caduti direttamente nelle fauci del lupo.
In quel momento, il telefono di zia Carla, appoggiato sul cruscotto, cominciò a vibrare intensamente. Sul display comparve un numero sconosciuto.
Carla guardò lo schermo con terrore. "È lui... è Gideon."
"Rispondi," le ordinai con voce ferma, mettendo il vivavoce. "E fai esattamente quello che ti dico."






