LA PROMESSA SOTTO IL CAMPANILE
News Story

LA PROMESSA SOTTO IL CAMPANILE

22 visualizzazioni

PARTE6: Il codice della memoria

Carla fece un profondo respiro, si asciugò le lacrime con il dorso della mano e premette il tasto verde sul display dell'auto.

"Pronto?" disse con voce tremante, cercando di simulare naturalezza.

"Carla, cara," la voce di Gideon risuonò attraverso gli altoparlanti dell'auto, gelida e metallica come una sentenza di morte. "Vedo che la tua vettura ha lasciato la zona di Polignano a grande velocità. Spero per te che tu non stia commettendo un errore imperdonabile."

"Io... io sono spaventata, Gideon!" recitò Carla seguendo i segnali che le facevo con le mani. "I tuoi uomini hanno distrutto la mia villa! Mi avevi promesso che sarei stata al sicuro se ti avessi aiutata ad isolare Elena!"

"E tu sarai al sicuro, Carla," mentì Gideon senza esitazione. "Ma solo se mi porti la ragazza. So che è con te. I miei uomini hanno visto la tua auto raccoglierla vicino al capanno dei pescatori. Portamela alla cattedrale di Trani entro un'ora, e il tuo debito sarà cancellato. Altrimenti... beh, sai già cosa è successo a suo padre vent'anni fa."

Guardai Marco, che scosse la testa negativamente. Ma io feci un cenno di assenso a Carla.

"Dille che accetti," sussurrai a mia zia. "Digli che ci vediamo nel piazzale della cattedrale."

Carla deglutì a fatica. "Va... va bene, Gideon. Te la porto io. Ma devi promettermi che non farai del male a me."

"Hai la mia parola di gentiluomo," rispose Gideon prima di riagganciare la comunicazione.

L'auto piombò in un silenzio di tomba. Carla si voltò verso di me con gli occhi spalancati dal terrore. "Sei impazzita, Elena?! È una trappola! Ci ucciderà tutti non appena metteremo piede in quel piazzale!"

"È l'unico modo per attirarlo fuori dai suoi nascondigli e guadagnare il tempo necessario," spiegai, esaminando attentamente i fogli della cartellina di cuoio. "Marco, la filiale della Banca di Trani si trova a meno di trecento metri dalla cattedrale, giusto?"

"Sì," confermò Marco, capendo dove volevo arrivare. "Ma come pensi di gestire l'avvocato De Santis e la scansione della retina se Gideon sarà lì ad aspettarci?"

"Non saremo noi ad andare da De Santis," dissi con un sorriso amaro. "Faremo in modo che sia De Santis a venire da noi. Carla, chiama l'avvocato subito. Digli che hai catturato me e che stai portando la chiave e la mappa alla cattedrale su ordine di Gideon. Digli di portare immediatamente i codici d'accesso del caveau se vuole la sua quota del tesoro dei Moretti."

La trappola era tesa. Mentre l'auto sfrecciava verso la città di Trani sotto la pioggia che iniziava gradualmente ad attenuarsi, mi concentrai sulle carte di mio padre. C'era un dettaglio che non quadrava: nella lettera di nonna Elena si parlava della mia voglia sul collo come di una griglia geografica, ma esaminando il lucido di Marco sovrapposto ai documenti, mi resi conto che le linee non indicavano un luogo fisico sulla terraferma.

"Guarda qui, Marco," dissi, indicando un punto preciso della mappa dove i contorni della mia voglia si intersecavano con delle coordinate marittime. "Queste non sono le coordinate di una grotta a Castro. È un codice d'accesso digitale stampato con inchiostro invisibile su questa mappa!"

Marco avvicinò la lampada a batteria al foglio. Sotto la luce calda, emersero minuscoli numeri e lettere scritti lungo il perimetro del disegno della voglia.

"È una chiave di crittografia per un server remoto," mormorò Marco con sconcerto. "Tuo padre non ha nascosto dei semplici documenti cartacei nel caveau della banca. Ha creato un sistema di archiviazione digitale cifrato vent'anni fa, quando la tecnologia era ancora agli albori! Nel caveau c'è solo il terminale madre d'accesso!"

Il quadro finalmente si ricomponeva. Gideon non voleva la mia pelle solo per una questione geografica; voleva il codice biometrico che mio padre aveva associato alla mia persona e che era criptato nella struttura stessa delle mie informazioni genetiche registrate al momento della mia nascita presso la clinica di famiglia.

Alle cinque del mattino, la sagoma imponente e magnifica della Cattedrale di Trani si stagliava contro il cielo del primo alba, eretta proprio sul bordo del mare che ruggiva contro la banchina di pietra bianca. Il piazzale era completamente deserto, illuminato solo dai vecchi lampioni a gas che proiettavano luci giallastre sull'asfalto bagnato.

Carla parcheggiò l'auto al centro del piazzale, come concordato. Il motore rimase acceso, scoppiettando nel silenzio della mattina.

Dalle ombre del porticato della cattedrale emersero tre figure. Al centro c'era Gideon, sorretto dal suo bastone con la testa d'aquila. Alla sua destra c'era l'avvocato De Santis, con una valigetta di pelle stretta tra le mani e un'espressione visibilmente nervosa. Alla sua sinistra, un uomo alto e tarchiato con la mano affondata nella giacca.

"Rimani in auto, Marco," sussurrai, stringendo la cartellina. "Quando do il segnale, attiva il blocco della banca."

"Fai attenzione, Elena," disse Marco, dandomi la sua torcia tattica e una piccola microspia collegata al suo auricolare. "Non rischiare la vita."

Apersi la portiera ed uscii dall'auto, facendomi avanti da sola sul piazzale bagnato di Trani. Il vento salmastro mi scompigliava i capelli, esponendo chiaramente la base del mio collo alla vista dei presenti.

Gideon fece un passo avanti, e un sorriso di trionfo gli deformò il viso rugoso.

"Finalmente, la piccola Elena," disse con voce mielosa. "Sei identica a tuo padre quando pensa di aver vinto una partita perduta in partenza."

"Ho quello che vuoi, Gideon," dissi a voce alta, alzando la cartellina di cuoio. "Ma prima voglio sentire la verità dalla bocca dell'uomo che ha distrutto la mia famiglia."