PARTE4: Il segreto del faro
Sotto la pioggia battente che penetrava dall'ingresso del faro, la figura scura che ostruiva la mia fuga alzò improvvisamente una torcia tattica, accecandomi con un raggio di luce bianchissima. Feci un passo indietro sul gradino scivoloso, rischiando di perdere l'equilibrio e ruzzolare a ritroso verso Gideon che stava risalendo la scalinata dietro di me.
"Fermati! Non muoverti!" ordinò una voce maschile, ma questa non era la voce anziana e rauca di Gideon. Era una voce giovane, ferma e tesa, che trasmetteva un'urgenza disperata.
"Chi sei? Lasciami passare!" urlai, stringendo la cartellina di cuoio al petto come se fosse la mia stessa vita.
"Sono Marco," disse l'uomo, facendosi avanti di un passo. La luce della torcia illuminò per un secondo il suo viso: aveva tratti decisi, occhi scuri e bagnati dalla pioggia, e un taglio fresco sulla mascella. "Ero un amico di tuo padre. O meglio... mio padre era il socio di Matteo prima che Gideon distruggesse le nostre famiglie. Tua nonna mi ha inviato un messaggio prima di morire. Mi ha detto di proteggerti se fossi venuta qui."
Non sapevo se potermi fidare. Vent'anni di bugie avevano reso il mio cuore una fortezza inaccessibile. Ma in quel preciso istante, il suono sordo del bastone di Gideon che picchiava con rabbia sui gradini sottostanti eliminò ogni possibilità di scelta.
"Sta salendo! Ha una pistola!" lo avvisai con il fiato corto.
Marco non perse un secondo. Afferrò il mio braccio con presa salda e mi tirò fuori dall'imbocco della cavità rocciosa. Con una mossa rapida e coordinata, afferrò la pesante porta di ferro battuto e la chiuse con forza, infilando una sbarra di metallo di recupero tra gli anelli del catenaccio esterno. Un secondo dopo, dall'interno della porta sbarrata resuonarono tre colpi sordi sparati dalla pistola di Gideon, seguiti da imprecazioni furibonde che la struttura di pietra smorzò in un eco soffocato.
"Non terrà a lungo," disse Marco, ansimando mentre la pioggia ci lavava i volti. "Ha dei menefreghisti armati che pattugliano la strada costiera. Dobbiamo giungere alla scogliera bassa prima che ci intercettino."
"Dove stiamo andando?" chiesi, correndo al suo fianco lungo il sentiero fangoso e scivoloso che costeggiava il precipizio.
"Lontano da qui. Ma prima devi capire cosa stai portando tra le mani," rispose Marco, guardando la cartellina di cuoio che continuavo a proteggere. "Quella non è solo una prova dell'omicidio dei tuoi genitori. È la chiave d'accesso al vero patrimonio dei Moretti, qualcosa che va ben oltre il denaro."
Ci rifugiammo all'interno di un vecchio capanno di pescatori abbandonato, incastrato tra due enormi pareti di roccia a poche centinaia di metri dal faro. Il tetto di lamiera ondulata rimbombava sotto il picchiettare furioso della pioggia, ma all'interno eravamo al riparo dal vento. Marco tirò fuori una piccola lampada a batteria e la accese, posizionandola su una cassa di legno.
Mi sedetti su un panchetto, tremando per il freddo e per il contraccolpo emotivo. Guardai Marco con sospetto mentre si toglieva la giacca bagnata. "Mio padre non mi ha mai parlato di te. La nonna non ti ha mai menzionato."
"Tua nonna ha protetto entrambi mantenendoci separati," spiegò Marco, guardandomi negli occhi con un'espressione di profonda sincerità. "Mio padre fu costretto a fuggire all'estero dopo la morte di Matteo. Io sono tornato a Bari solo sei mesi fa, quando le condizioni di salute di nonna Elena sono peggiorate. È stata lei a coordinare tutto. Il suo funerale... la sedia vuota... era tutta una recita orchestrata per spingere Gideon a scovare le sue carte e a concentrare la sua attenzione su zia Carla, credendo che tu fossi stata neutralizzata e diseredata."
Lentamente, snodai il nastro di seta nera che avvolgeva la cartellina di cuoio e la aprii. All'interno vi erano decine di fogli ingialliti, contratti notarili, mappe marittime dettagliate e una serie di lettere autografe.
In cima alla pila vi era una lettera indirizzata a me, scritta con la stessa grafia inconfondibile di nonna Elena, ma datata dieci anni prima.
“Mia piccola Elena, se leggi questo foglio insieme al figlio di Roberto, significa che l'ora della verità è giunta. Ciò che la famiglia Moretti possiede non è la villa di Bari, né i conti correnti che Carla sta cercando di prosciugare. Tuo padre Matteo ha scoperto che la nostra società navale veniva utilizzata da Gideon e da un cartello di prestanome per un traffico illecito di opere d'arte rubate e fondi neri che coinvolge alti esponenti delle istituzioni pugliesi. Matteo ha nascosto l'intero registro dei loro conti codificati e la mappa dei depositi sotterranei nel caveau privato della Banca di Trani. La chiave d'accesso al caveau è divisa in due parti: la prima è la memoria che porti dentro di te; la seconda è la voglia che hai sul collo, i cui contorni corrispondono esattamente alla mappa della grotta sotterranea di Castro.”
Rimasi a bocca aperta. Toccai d'istinto la parte posteriore del mio collo, dove la pelle recava quel segno d'infanzia.
"Una mappa?" mormorai sgomenta. "La mia voglia è una mappa?"
"Non la macchia in sé," chiarì Marco, avvicinandosi e mostrando un lucido trasparente inciso che tirò fuori dalla propria tasca. "Ma la sua forma esatta, sovrapposta alla griglia geografica che tuo padre ha disegnato sui documenti che hai tra le mani. Gideon lo sa. Ecco perché aveva bisogno di vederti al funerale: voleva fotografare da vicino la tua nuca con un obiettivo ad alta precisione per decifrare l'ultima coordinata che gli manca."
Un brivido di terrore e rabbia mi percorse la spina dorsale. La mia stessa pelle era diventata l'oggetto di una caccia al tesoro mortale.
All'improvviso, il suono di un motore potente interrompette il rumore della pioggia sul tetto di lamiera. Due fari abbaglianti tagliarono le fessure delle pareti del capanno, illuminando la stanza sgangherata.
"Ci hanno trovati," sussurrò Marco, estraendo una pistola dalla cintura. "Gideon ha inviato i suoi uomini."
La porta del capanno venne abbattuta con un calcio violento, e le sagome di due uomini armati si stagliarono contro la luce dei fari.






