PARTE2: Il treno verso le scogliere
Il treno regionale per Polignano a Mare scorreva stridendo lungo i binari bagnati dalla pioggia battente, costeggiando una striscia di mare adriatico grigio e in tempesta. Fuori dal finestrino, le piantagioni di ulivi secolari sembravano giganti contorti che si piegavano sotto le raffiche di vento. Tenevo le mani affondate nelle tasche del mio cappotto scuro; la mano destra stringeva con forza la chiave di ferro arrugginita, la cui sagoma spigolosa mi scavava la pelle del palmo come un memento incessante, mentre la sinistra teneva stretta la fotografia ingiallita.
Ogni scossone della carrozza faceva battere il mio cuore al ritmo frenetico della paura. Chi era Gideon? Per tutta la mia vita mi era stato raccontato che i miei genitori erano morti in un tragico incidente stradale lungo la statale per Brindisi, una notte d'inverno di vent'anni fa. Una curva presa male, la pioggia, l'asfalto scivoloso: questa era la versione ufficiale che zia Carla e lo zio Roberto avevano sempre ripetuto con fredda indifferenza durante le cene di famiglia.
Ricordavo solo un forte impatto, il suono di vetri infranti e una profonda oscurità prima di svegliarmi in ospedale tra le braccia in lacrime di mia nonna. Avevo solo quattro anni. La voglia a forma di foglia sulla base del mio collo era l'unica cicatrice visibile rimasta di quella notte infausta, una macchia di nascita che per vent'anni avevo considerato un semplice segno estetico e che invece, secondo le parole della nonna, era la mia condanna a morte.
Il controllore passò lungo il corridoio, il suo passo pesante farfugliato dal rumore delle rotaie. Mi rannicchiai di più contro il sedile, alzando il colletto del cappotto fino al mento per coprire accuratamente la nuca. La paranoia iniziava a insinuarsi in ogni mio pensiero. Chiunque sul treno avrebbe potuto essere un inviato di quell'uomo. Quell'anziano signore con il giornale piegato due file più avanti? O il giovane uomo con la giacca di pelle nera fermo sulla piattaforma tra le carrozze? Mi sentivo osservata da ombre invisibili.
"Prossima fermata, Polignano a Mare," annunciò la voce metallica dell'altoparlante della carrozza, disturbata da un fruscio di sottofondo.
Trattenni il respiro e mi alzai. Quando le porte scorrevoli si aprirono sulla banchina deserta, un'aria salmastra e gelida mi investì il viso. La pioggia si era trasformata in una nebbia fitta e fastidiosa che avvolgeva la stazione in un'atmosfera spettrale. Non c'era nessuno in giro. Camminai a passo svelto verso l'uscita, tenendo la testa bassa e lasciando la stazione alle mie spalle. Polignano d'estate era una meta turistica vibrante, piena di luci, risate e profumi di pesce fresco, ma in quel martedì di tardo autunno sembrava un paese fantasma abbandonato alle intemperie.
I miei passi rimbombavano sulle pietre bianche del centro storico, lucide per l'umidità. Seguendo i ricordi d'infanzia e le indicazioni lette sulle vecchie mappe della biblioteca, mi diressi verso la scogliera nord, dove la costa si faceva impervia e selvaggia. Lì, isolato su un promontorio di roccia calcarea a picco sul mare ruggente, si ergeva il vecchio faro abbandonato di Polignano. La sua struttura cilindrica in pietra bianca, ormai scrostata dal sale e dal tempo, svettava contro il cielo plumbeo come un guardiano stanco e dimenticato.
La via per raggiungere la base del faro era uno stretto sentiero di terra e pietre sconnesse che costeggiava il burrone. Il mare sotto di me ruggiva con ferocia, infrangendosi contro le grotte naturali con tonfi sordi che facevano vibrare la terra sotto i miei stivali. Mi strinsi nel cappotto, attenta a non scivolare sul fango. Più mi avvicinavo alla struttura, più sentivo il peso del segreto che mia nonna aveva custodito per vent'anni a costo della sua stessa vita.
Raggiunsi la massiccia porta in legno di rovere che chiudeva l'ingresso del faro. Un catenaccio arrugginito era applicato alla struttura, ma non era quello l'obiettivo. Ricordai le parole della lettera: "sotto il vecchio faro". Girai intorno alla base della torre, camminando lungo il perimetro roccioso dove la vegetazione selvatica ed erbe marine crescevano rigogliose. Nascosto dietro un groviglio di rovi spinosi e macchie di fichi d'India, scorsi un anfratto naturale nella roccia.
Con le mani protette dai guanti di pelle, scostai con fatica i rami pungenti, graffiandomi la stoffa del cappotto. Dietro la vegetazione si celava una piccola porta di ferro battuto, completamente ricoperta di ruggine e muffa verde. Al centro della porta c'era una toppa per la serratura dall'aspetto antico, circondata dall'incisione di un giglio, identico a quello impresso sulla ceralacca della scatola di legno.
La mano mi tremava violentemente mentre estraevo la chiave dalla tasca. La inserii nella serratura; entrò con precisione millimetrica, ma il metallo arrugginito opponeva resistenza. Applicai tutta la forza della mia pressione, facendo perno con entrambe le mani. Un crepito acuto e metallico risuonò nell'aria salmastra quando il meccanismo, fermo da decenni, alla fine cedette. La porta di ferro si aprì verso l'interno con un stridio prolungato e spaventoso, rivelando una voragine d'ombra totale che profumava di chiuso, alga marcia e terra bagnata.
Estrassi il telefono dalla borsa e accesi la torcia integrata. Il fascio di luce bianca tagliò l'oscurità densa, rivelando una scalinata di pietra scavata direttamente nella roccia calcarea, che scendeva a chiocciola verso le viscere della scogliera. Non c'erano corrimano, né protezioni. Ogni gradino era scivoloso per l'umidità costante condensata dalle pareti della grotta.
"Stai calma, Elena," mormorai a me stessa, cercando di dominare il battito sconsiderato del mio petto. "Fallo per la nonna. Fallo per i tuoi genitori."
Iniziai la discesa un passo alla volta, tenendo una mano appoggiata alla parete rocciosa fredda e vischiosa. Il rumore delle onde che si frangevano all'esterno diventava sempre più sordo e rimbombante, trasformandosi in un'eco profonda che pareva il respiro stesso della terra. Scesi per oltre cinquanta gradini prima di raggiungere un pianerottolo di pietra piastrellato con vecchi quadroni di cotto rosso.
Di fronte a me si apriva una stanza sotterranea sorprendentemente ampia. Il fascio di luce della mia torcia illuminò un tavolo di legno massiccio al centro della stanza, sopra il quale giaceva uno strato spesso di polvere accumulata in anni di abbandono. Sulle pareti di pietra vi erano scaffali stracolmi di faldoni, registri contabili legati con lo spago e vecchie casse di legno marchiate con uno stemma che riconosciuto immediatamente: il logo della società di navigazione e commercio marittimo che un tempo apparteneva a mio padre.
Mi avvicinai lentamente al tavolo. Al centro, posizionata con cura quasi maniacale come se attendesse solo me, c'era una cartellina di cuoio scuro legata da un nastro di seta nera. Accanto ad essa giaceva un piccolo proiettore per diapositive d'epoca e una scatola di metallo sigillata.
Allungai la mano per toccare la cartellina di cuoio, ma proprio mentre le mie dita stavano per sfiorare il nastro nero, un suono distinto resuonò dall'alto della scalinata. Il rumore inconfondibile di stivali in pelle che scendevano lentamente i gradini di pietra, uno alla volta, accompagnato dal metallico picchiettare di un bastone da passeggio.
Mi bloccai all'istante. Il sangue mi si gelò nelle vene. Qualcuno mi aveva seguita fin dentro la grotta.
"Sapevo che l'ostinazione di tua nonna avrebbe finito per guidarti fin qui, piccola Elena," disse una voce maschile profonda, rauca e priva di qualsiasi emozione, un'eco sinistra che rimbombò tra le pareti di roccia sotterranee.
Spensi immediatamente la torcia del telefono e mi ritrassi nell'ombra più fitta dietro un massiccio armadio di legno, trattenendo il respiro mentre la luce di un alogeno tascabile cominciava a illuminare l'inizio della scalinata.






